Ad ogni modo, ora il fatto è consumato, e convien solo badare che presto sorgendo desiderio e necessità di mutarlo, la cosa si adempia per vie pacifiche e con certo ordine prestabilito. Di ciò ha mosso parola il nostro Giornale di lunedì, e prosiegue oggi a discorrerne come di argomento gravissimo, e forse prossimo all'applicazione. Veramente, a noi recherà sempre gran maraviglia la trascuranza dei moderni in tale subbietto, parendoci che tra l'esigenze prime e imperiose della vita odierna civile stia il ben provvedere alle innovazioni maggiori e insieme non evitabili, le quali uscendo da ogni termine ordinario, hanno bisogno di straordinarie disposizioni: e però gli statuti fondamentali debbono essi stessi aprire a quelle il cammino, e farle giungere al termine con mezzi legali e proporzionati all'intento. Che tal pensiere non fosse negli antichi legislatori, non è da stupire; conciossiachè nella più parte di loro stava la ferma credenza di poter fondare un edificio immutabile; e quando il tempo consumava o alterava sostanzialmente una forma di repubblica e di governo, o solevano accusarne la inemendabile caducità e corruzione delle faccende umane, o procacciavano, per solo rimedio, di ritirarle, come Macchiavello insegna, verso i loro principj.
Ma pei moderni non va così; sapendosi oggi da ogni ordinatore di leggi, che ne' corpi sociali umani è una vita profonda, la qual bisogna o che sempre si svolga e trasmuti, o che si vizii e perisca. Quindi, ad essi occorre di operar sempre due cose. La prima, di comporre intellettualmente una rappresentazione e un prototipo della perfezione sociale; l'altra, di considerar bene nell'uomo quel che è mutabile e trasformabile, e quello che no. Nella prima, il divario appunto da Platone ai moderni è questo, che la repubblica di Platone è un archetipo assoluto ed immobile; dove quello degli Statisti moderni, se vuol rispondere ai fatti e servire alle applicazioni, debbe uscir sempre di quiete, e procedere senza mai fermarsi inver l'assoluto d'ogni eccellenza. L'altra cosa da operare (che è il ben discernere dentro l'uomo, e però nella comunanza umana, ciò che muta e ciò che perdura) dee menare il legislatore a ben distinguere altresì negli istituti e ne' codici la parte fondamentale e perpetua, da quella che di mano in mano si va alterando, e che può peranche bisognare di larghissime correzioni ed innovazioni.
Da ciò segue, che il dare, come si usa negli odierni Statuti, ai due Parlamenti facoltà e arbitrio di abrogare certune leggi e produrne delle nuove, non basta; perchè quelle leggi non valgono ad abolire alcun difetto essenziale che si scoprisse nei fondamenti medesimi del sociale edificio. Nè questo, d'altra parte, si dee correggere con tumulto e violenza, ma con que' mezzi estraordinarj, e non però illegali e disordinati, che la sapienza stessa legislatrice ha definiti e previsti.
Pur l'Inghilterra, solenne maestra al mondo civile del saper rispettare la legge e porre l'ordine allato alla politica agitazione, ha rischiato, or fa quindici anni, di soggiacere a sanguinosi sconvolgimenti, non trovando ne' suoi istituti alcun modo legale e prestabilito di mutare affatto la forma della sua Camera dei Comuni. Nè il partito fu vinto nel Parlamento dei Lordi per le vie ordinarie, ma per la minaccia continua delle moltitudini di rompere e ammutinarsi, e correre ad ardere gli antichi castelli, e devastare i tenimenti, e forse ucciderne i possessori.
Provvedano, dunque, i nostri legislatori perchè in Italia non si corra un simigliante pericolo; il quale tanto riuscirebbe più grave appo noi, quanto ai nostri Statuti manca il venerando suggello dell'antichità. E perchè appunto non sia impossibile a questo suggello di segnare a grado a grado le leggi e le istituzioni umane, e farle spettabili e come sacre agli occhi di tutti, conviene fin da principio saper piegare quelle leggi e quelle istituzioni a ricevere la novità in modo avvisato e premeditato. In tal guisa, ed unicamente in tal guisa, potrannosi conciliare i profitti e i risultamenti dell'innovazione e della conservazione, e le leggi saranno sempre e antichissime e modernissime. Nè certo si può deplorare abbastanza quell'abito e facilità che ànno molte nostre popolazioni di poco pregiare la legge e (potendo) di eluderla; come, per lo contrario, non si dà fondamento migliore alla perfezione civile, che il grande ossequio e la somma osservanza inverso la legge. Ma perchè questa giunga ad infondere dentro gli animi tanta e sì salutevole riverenza, occorre non già che permanga immutabile (la qual cosa non si può fare), ma bene ch'ella sia inviolabile, e nessuna forza e nessun arbitrio la manometta: ad ottenere il qual fine (noi replichiamo), ricercasi che tutte le novità, eziandio sostanziali e fondamentali, emanino dalla legge medesima.
L'antichità procacciava di mantenerla inviolabile circondandola di religione, e convertendo gli umani decreti in divini pronunciati. Questo significarono, per mio giudizio, i portentosi natali dei prischi legislatori, e Temide fatta generare direttamente da Giove, e gli arcani colloquj di Numa con la ninfa Egeria, e la scienza del giure romano data a custodire al collegio dei pontefici. Nel medio evo, poi, appresso molti popoli la legge serbavasi immobile per virtù di consuetudine e forza di autorità, e per certa timidità nel cercare il meglio e poca speranza di ritrovarlo. Oggi, di tutto ciò non sussiste quasi vestigio. La legge non può altrimenti rimaner venerabile, salvo che consonando con la ragione, che è legge suprema, e veramente assoluta e immutabile. La consuetudine o fu rotta o non basta, e forse anche è sospetta allo spirito indagatore del secolo. Progredire si vuole a ogni costo, e correggere e perfezionare si spera con fiducia e coraggio; e dove i modi usati e regolari fanno difetto, o presto o tardi si abbracciano i disusati ed irregolari. A rimovere quest'ultimo danno e pericolo, il rimedio debb'essere suggerito sempre dalla Costituzione medesima; e tutte quelle in cui non si legge, non dubitiamo di chiamare incompiute.
A noi par, dunque, che i nuovi Statuti italiani provvederanno sapientemente all'indole e all'esigenze universali dei tempi, e molto più alle condizioni singolarissime dell'Era grande che tutti iniziamo nella nostra comune Patria, se verranno determinando a quali lunghi intervalli, da che forma di consessi, con quante prove e dibattimenti, a che numero di suffragi potrà discutersi e vincersi una proposta la quale intenda o di mutare o di aggiugnere alcuna cosa di momento alla legge fondamentale. A breve andare, noi saremo imitati da tutta Europa.
(Dalla Lega Italiana.)
AGLI UNGHERESI.
18 febbrajo 1848.