È vostro desiderio costituirvi in grande e forte nazione; e noi pure il vogliamo, o popoli del Danubio. Voi vi sdegnate che al progresso e spiegamento delle vostre virtù sociali faccia ostacolo la forza straniera; e questo move del pari lo sdegno nostro. Voi volete la libertà; e noi similmente. Avete fede e certezza di conseguirla; e noi pure l'abbiamo. Se dunque i desiderj, gli affetti, il fine, le speranze sono le stesse, l'Italia e l'Ungheria non che vivere amiche, debbono giovarsi e schermirsi reciprocamente. All'Italia fa bene ogni opposizione vostra legale, ma energica e pertinace; come a voi torna utile soprammodo tutto il presente moto della Penisola, il quale impaccia, affatica e consuma la prepotenza straniera. Or via dunque, levatevi su, e al vostro ardore d'indipendenza e di libertà crescete l'impeto e l'intensione. Fate soprattutto, che le classi e gli ordini privilegiati cedano spontaneamente ciò che il tempo a non lungo andare strapperà loro di mano. Perchè la legge preeminente e massima che governa i casi dell'epoca nostra (ricordatelo, Ungheresi), è legge di tutta uguaglianza. Non vi salverà il Danubio, non i monti Carpazj, non la lingua e i costumi separatissimi dal rimanente d'Europa. La democrazia toccherà e invaderà il vostro suolo; ed anzi, buona parte l'ha invaso, e nel chiuso animo delle moltitudini vostre di già trionfa. Onde i privilegi feudali permangono appresso di voi molto simili a quelle poma del lago Asfaltico, che nell'esterior buccia serbano colore e freschezza, ma nel midollo sono polve e carbone.
Profittate, Ungheresi, dell'aura vivace e feconda che spira d'Italia, e accendetevi singolarmente di vergogna e dispetto considerando che i vostri vassalli, ed anzi voi stessi in gran numero, serviate ancora d'istrumento e di braccio all'oppressione e alla tirannia. Veri e robusti rampolli del sangue Magiaro, come non arrossite che per le vie di Milano, di Padova, di Pavia, di Brescia, alle scimitarre austriache sieno tramischiate le ungariche, e le vostre mani grondino sangue innocente? come non arrossite di vibrare il ferro nel petto di giovani il cui delitto è simile al vostro, e il cui desiderio è quel medesimo che vi fa eloquenti e animosi nelle vostre diete? Generoso empito di Cavalleria vi mosse, già tempo, a salvare la casa di Ausburgo: movetevi oggi a salvare l'onor vostro medesimo; e a chi vi ricordi la fedeltà antica e gli allori in comune raccolti, fieramente rispondete: — Cavalieri siamo, ma non carnefici. —
(Dalla Lega Italiana.)
LA COSTITUZIONE TOSCANA.
19 febbrajo 1848.
La Costituzione Toscana è promulgata. Al Granduca avrebbe gradito pensarla e meditarla più lungamente; ma la impazienza non al tutto ragionevole di moltissimi, e il dubbio e sospetto che già correva non si volesse, sotto colore di fare opera affatto toscana, privare que' popoli d'alcune notabili guarentigie, ha mosso il Governo ad affrettare la pubblicazione del patto fondamentale. Mal si può stans pede in uno pronunziare giudicio alquanto sicuro intorno ad opera di tanto e sì grave momento. Pur cediamo al desiderio e al piacere di subito significare la molta soddisfazione ch'ella ci reca nel suo beninsieme; e a noi non par temerario di dire ch'ella supera di bontà eziandio la Carta Napolitana: la qual nostra lode ha però sempre rispetto alle condizioni in cui sonosi posti senza necessità il Legislatore Napolitano e il Toscano, d'imitare al possibile il patto costituzionale francese.
Noteremo in breve i pregi principalissimi della Carta Toscana; dico i proprj e speciali, essendochè gli altri sono comuni alla maggior parte degli Statuti rappresentativi odierni.
Le parole del Proemio ci sono sembrate bellissime, e tanto degne d'un Principe generoso, quanto sincere e piene d'affetto. Nè in quelle parla soltanto il Principe di Toscana, ma l'uno dei contraenti della Lega Italiana, ma il caldissimo cooperatore della rigenerazione nostra comune; imperocchè Egli dice, di volere col nuovo Statuto procurare a' popoli quella maggiore ampiezza di vita civile e politica, alla quale è chiamata l'Italia in questa solenne inaugurazione del nazionale risorgimento. E zelante e religioso Italiano si mostra pure laddove conchiude raccomandando l'opera sua al Signore Iddio, e rafforzando la preghiera di quella benedizione che il Pontefice della Cristianità spandeva poc'anzi sull'Italia tutta.
L'art. 6 del titolo primo registra fra i principj del Giure pubblico dei Toscani la libertà del commercio e dell'industria: ciò fa suggello all'antica saviezza di quella contrada, ove non si credè mai che le ricchezze e le industrie crescessero per privilegi ed inibizioni. Ma bello è vedere i dogmi dell'Economia Pubblica conformarsi alle nozioni del dritto universale, e prender luogo alla perfine nella legge fondamentale d'un popolo.
Nel titolo terzo, fra le pertinenze dei Senatori non si annovera il far giudicio di qualunque delitto di Stato. E questa pure è sapienza toscana e degna del nipote di Leopoldo I, che osò abolire per fino il nome di crimenlese. Già lo Statuto napolitano avea circoscritta la facoltà giudiciaria dei Pari, applicandola unicamente ai reati di alto tradimento di cui possono essere imputati i componenti di ambedue le Camere legislative. Ora lo Statuto di Leopoldo II annulla affatto quella particolare spettanza, e vuole, con alto senno, che una sola sia la giustizia, uno il procedere di lei per tutti e per ogni ragione di colpe. Se non che, fa eccezione a questo la responsabilità dei ministri, dei quali potrà essere accusatore il Consiglio generale e solo giudice il Senato.