La istruzione, a rispetto della vita politica, ha per materia sua propria l'imprimere nelle menti e ne' cuori delle classi povere quel senso di dignità che lor manca, e quel concetto de' proprj doveri e diritti che sempre ànno avuto annebbiato dall'ignoranza, guasto dall'abito del servire e dagli incitamenti ciechi dell'indigenza, e viziato persino dal sentimento (per sè ottimo e santo, ma non ben diretto e non ben purgato) della pietà religiosa. La istruzione accenderà eziandio nelle lor menti il vero amore di Patria, non ristretto nel palmo di terra ove nascesi, ma dilatato a tutta quanta la sacra Terra Italiana.

Nella plebe stanno riposti (si creda pure) i germi vigorosi de' più nobili istinti e degli affetti profondi ed eroici, appunto perchè più prossima alla natura, e meno lisciata e forbita dalle molli e artificiose consuetudini del vivere signorile. Deesi perciò incolpare l'inerzia e l'incuria (per non dir l'egoismo) delle classi culte ed agiate, se quei germi salutari e veramente divini imbozzachiscono e muojono; imperocchè in tali classi risiede il debito naturale e incessante di tutelare la plebe, educarla e sovvenirla. E il primo benefizio e l'educazione prima sarebbero (a parlar sincero) mostrarle ne' portamenti nostri l'esempio del vivere corretto e severo; laddove è necessità il riconoscere che nella plebe v'à parecchie virtù che ella può attribuire solo a sè stessa, e v'à moltissimi vizj che imita e copia dai facoltosi e ben nati: e noi che scriviamo, vedemmo in Francia coi proprj nostri occhi riconfermarsi questo vero ogni giorno più.

Ma non è da pensare che il solo amor di nazione, e il desiderio solo di libertà e delle altre perfezioni politiche basti a condurre sollecitamente le moltitudini dal lato nostro, e a farle infiammate e perseveranti; poichè, per giungere a tanto effetto, occorre di aspettare che il tempo e i metodi nuovi d'educazione e l'uso protratto delle franchigie pubbliche convertano que' sentimenti e que' desiderj, come a dire, in carne ed in sangue, e li rendano parte sostanzialissima e abituale della vita comune. Ei conviensi, pertanto, supplire a ciò con l'opera dei beneficj (comandata d'altra parte dalla pietà cristiana), mostrando in effetto alla plebe che noi liberali siamo veri e parziali amici di lei e d'ogni suo bene, e provandole altresì, con saggi e fruttuosi provvedimenti, che il nuovo stato di cose le torna senza confronto e più profittevole e migliore del già passato.

In tal guisa, l'interesse ed il sentimento cospirando insieme ad un fine, avremo, ripeto io, nelle mani il più poderoso strumento dell'opere grandi e forti, la plebe. In Francia, l'amor di nazione che pure da secoli era fondatissimo, e il desiderio delle pubbliche guarentigie nudrito per cinquant'anni da ogni ragione scrittori, non sarebbero tornati sufficienti ad accendere le moltitudini e persuader loro le azioni più coraggiose e più disperate, qualora non vi si fosse aggiunto il pungolo dell'interesse: tanto che, la paura vivissima di ricadere sotto il giogo dei baroni e sotto il reggimento dei privilegi, dei balzelli e delle avanie, le tenne forti più che ogni altra cosa alle difese e alle lotte; e volentieri detter la vita per una causa che stimarono la santa causa delle plebi angariate ed oppresse.

In Italia, noi non abbiamo al presente (e siane ringraziato Dio) i fieri motivi che infiammavano e inviperivano quel popolo minuto. Di tutte le mutazioni che la rivoluzione francese recò allo Stato e alle forme propriamente sociali, noi già raccogliemmo il frutto migliore; e perfetta è oggimai nella nostra patria l'eguaglianza civile e l'estinzione dei privilegi; e sino nell'isole, rimaste più separate dal moto universale politico, gli avanzi e gli effetti della lunga feudalità sono in procinto di scomparire. A noi, dunque, manca da questo lato una leva molto gagliarda per sommovere le moltitudini, e un incentivo assai efficace ed acuto per animarle a gran fatti e tenerle salde ad ogni durissima prova. Ma qui accade considerare come il presente moto italiano proceda diversissimo dal francese. Chè quello fu tutto disordinato e violento: nudrivasi d'ira e d'orgoglio, scuoteva gli ordini dello Stato dall'ultime fondamenta, provocava da ogni banda nimicizie mortali, salir voleva di balzo all'acquisto d'ogni libertà e d'ogni ideal perfezione, e affrettavasi al lume incerto di dottrine fantastiche, e senza tener conto alcuno degli ostacoli e dell'inopportunità. In quel cambio, il nostro moto presente è tutto civile e pratico, e molto tende ad edificare, e poco o nulla distrugge. E però, noi possiamo invitare ogni varietà di gente e ogni condizione d'uomini all'impresa, universalmente proficua e nociva a nessuno, di costituire l'Italia in essere di nazione, e di rialzarla a quel grado di perfezionamento e splendore sociale e politico che la natura e i cieli le destinarono.

Non occorre, adunque, alla nostra impresa la rabbia cieca, impetuosa e infrenabile delle moltitudini, ma sibbene occorre il sentir loro generoso, il buon senso ravviato e schiarito, e il saldo e intimo convincimento che gli amici della libertà e della indipendenza italiana sono gli amici loro costanti ed attivi; e in fine, che dessa libertà e indipendenza, oltre all'essere cosa bellissima e nobilissima rispetto a sè, soccorre e giova fruttuosamente le classi inferiori, ne inizia e fomenta la educazione, ne tronca o mitiga i mali, e le introduce di mano in mano a gustare il dolce della scienza, e godere il bello e il maraviglioso della gloria e grandezza umana.

Ai quali termini tutti noi giungeremo assai prestamente, se il massimo de' beneficj che usar vorremo nel popol minuto consisterà in una industria ingegnosa e continua di convertire in qualche profitto certo e immediato di lui quelle nuove franchigie e diritti, e quelle larghe istituzioni di cui buona parte degli Italiani è ora dotata. Pur troppo, ciò non vedesi praticare con molto zelo o perduranza neppure appresso le nazioni più libere e più civili d'Europa. Nè noi ci ricordiamo dal 1830 in poi, d'aver sentito in Francia nei Parlamenti proporsi, più di una o due volte, leggi e provvedimenti giovevoli in guisa immediata e visibile alla porzione più numerosa e infelice del popolo. Noi facciam voti perchè la sapienza civile italiana sappia calcare una miglior via.

(Dalla Lega Italiana.)

DEI DAZJ DANNOSI AL POPOLO.

22 febbrajo 1848.