Non è facile a dire quanto ci rallegriamo di vedere il Governo Sardo entrare innanzi ai privati, e dar loro splendido esempio in questo fatto rilevantissimo del beneficare la plebe. Nell'articolo quartodecimo del memorabil Decreto degli otto, fra le altre gravissime disposizioni è registrato e promulgato, che dal primo di luglio in poi la gabella del sale non eccederà il prezzo di 30 centesimi per chilogrammo. Di tal benefizio a noi corre obbligo di ringraziare particolarmente il Principe, così in nome nostro come della gente minuta e più bisognosa, alla quale non dee sgradire che pure questo Periodico si faccia interprete e testimonio dei sentimenti di lei.
Ognun sa che tra le tasse più dure e gravose per l'infimo popolo, era da computarsi quella del sale, e segnatamente per gli uomini di contado, a cui tornava costosissimo il quasichè solo condimento del suo vitto più che frugale. E oltre ciò, difettava d'un mezzo efficace (per quello che affermano parecchi pratici) di ben ristorare e ben nudrire il bestiame: e chi considera che dal bestiame, e per conseguente dal concime che dà, si origina ogni altro miglioramento agrario, dee confessare che la gabella del sale, quando non sia tenuissima, prende luogo fra quelle tasse perniciose ed improvvide che offendono la prosperità e ricchezza comune nelle sue medesime scaturigini. Senza dire quel che da taluni agronomi si va ripetendo; il sale, cioè, poter servire da buon letame per praterie, e che non isconverrebbe punto l'adoperarlo per succedaneo del guano, e d'alcuni altri concimi artefatti. Ma di ciò veggano gl'intendenti.
Noi pigliamo fiducia, che da ora in poi il Governo Sardo cercherà e studierà ogni guisa per iscemare notabilmente tutti quei dazj che per diretto o per indiretto incarano le cose più necessarie alla sussistenza. E il Tesoro ne riceverà molto minor danno che non si stima; poichè il calo delle gabelle verrà riparato in gran parte, se non in tutto, dall'aumentarsi il consumo, appunto come va succedendo appresso gl'Inglesi. E quanto è al grave sbilancio che può accadere ne' primi tempi, il Governo Sardo è in grado di non se ne sgomentare, perchè i buoni risparmj fatti e l'ottimo assetto ministrativo gli rendono agevoli molti compensi e molti partiti, di parecchi de' quali faremo speciale ragionamento tra breve. Egli sarà in tal guisa lodato da tutti i buoni, ammirato dagli Statisti ed Economisti d'ogni paese, e, quel che più monta, verrà benedetto ogni giorno dalle famiglie de' poveri; e la plebe, cogliendo larghi profitti dall'ordinamento nuovo dello Stato, conoscerà con diletto quanto sia dolce cosa la libertà, quanto giusto ed utile l'impero dell'opinione, quanto dignitoso l'obbedire a un Principe liberale, e far parte di una Nazione che risorge e grandeggia. E per tutti questi beni (siamone certi) la plebe darà volentieri, occorrendo, il sangue e la vita; perchè nel cuore di lei la gratitudine, per ordinario, è somma ed eroica, e la devozione per ciò che ama ed ammira non ha misura nè termine. A vero dire, il Governo procaccia dal lato suo di condurla a simili sentimenti, e di ciò pure gli professiamo specialissima riconoscenza. Per fermo, un pensier gentile e generoso fu quello di promettere al popolo lo scemamento della gabella del sale in quel Decreto medesimo che promulgava solennemente lo Statuto rappresentativo. Così vollero i reggitori, che nell'animo della plebe stessero congiunte insieme e annodate queste due cose: un suo profitto speciale, e le pubbliche libertà e guarentigie. Questa è bontà sapiente e fruttifera, e annunzia il disegno di grandi e malagevoli imprese, per le quali ricercasi non pure la fedeltà e l'obbedienza, ma lo zelo animoso ed inestinguibile delle moltitudini.
(Dalla Lega Italiana.)
DI ROMA COSTITUZIONALE.
23 febbrajo 1848.
Da qualche giorno i fogli italiani discutono del potere o non potere il Pontefice costituire un governo rappresentativo. A noi, tutte le ragioni che vorrebbero provare il no, sembrano tanto invalide e frivole, che non concepiam bene come qualche ingegno elettissimo abbia speso non poche parole per confutarle. Noi nel Papa, come custode santo de' dommi, vediamo bene certi confini di facoltà, e ch'egli possa le tali cose e le tali altre non possa; ma come principe temporale e governatore di popoli, non conosciamo divario nessuno da lui agli altri. Per fermo, noi vorremmo che gli avversarj, quali che sieno, si compiacessero di dichiarare sopra qual passo del Vangelo, o sopra qual massima universale e perpetua di Santa Chiesa, è fondato il governo assoluto e arbitrario delle province romane. Però, se nulla v'ha in ciò di dogmatico e nulla d'inconcusso e d'irrevocabile, il Papa rimane libero e sciolto al pari d'ogni altro monarca, non potendo le cose spirituali e temporali cambiar natura per l'adagiarsi che fanno in una sola persona, e come il poter temporale non dee trasformare e alterare l'indole e la sostanza del potere spirituale, così questo non dee travolgere l'autorità principesca, e volerla serbare arbitraria contro la ragion delle genti e le esigenze estreme del secolo. E quando pur si volesse, che la potestà temporale cedendo infinitamente di dignità all'altra spirituale, fosse in debito d'imitarla, e di porsela innanzi agli occhi come modello; ei ne seguirebbe una forma d'impero oppostissima all'arbitraria, e prossima quanto mai al governo che domandasi rappresentativo. Tutti conoscono risiedere la facoltà legislativa ecclesiastica ne' concilj, congiunti nel debito modo all'augusto lor capo: e similmente, a chi non è noto la facoltà pontificia essere, per primo e proprio istituto, esecutrice fedele delle sentenze conciliari; ed anche nelle materie di disciplina, solersi sempre governare a norma dei canoni, e delle antiche e più venerabili consuetudini? Il regno, adunque, temporale dei Papi, per accostarsi come può al divino modello del reggimento ecclesiastico, debbe porre da banda gli arbitrj ed i motupropri, e vestire le forme costituzionali. Chè se queste son necessarie alla prosperità e grandezza di qualunque mai popolo, noi reputiamo che il sono molto di più alla salute e prosperità delle province romane. Per fermo, che è il governo assoluto, salvo che una perpetua dittatura e tutela, la qual presume di fare e maneggiare da sè sola ogni cosa, e reggere i popoli come minori e pupilli? Ma per ciò adempiere, appena è sufficiente ad un Principe lo spendere tutto il tempo che ha, e tutte le cure, fatiche, ingegno, accorgimento ed ostinazione di cui è capace. Ora, come si può adunar tanto carico sulle spalle al Pontefice, il quale e trema e suda continuo sotto il peso del gran manto, e al cui ministero sono affidati i religiosi negozj di tutto l'orbe cattolico?
Ma più: la dittatura perpetua agli occhi della ragione è contradittoria; perchè ogni specie di dittatura vale come rimedio, non come regola permanente; sospende le pubbliche libertà, ma non può annullarle; compie la educazione dei popoli affine di farli uscir di pupillo, non per serbarveli senza termine. Adoperata eziandio da uomini sommi e santissimi, spegne a poco a poco dintorno a sè l'amore alla causa pubblica, e l'abito delle virtù cittadine; e agli affetti forti, generosi e magnanimi, fa succeder gl'inetti e i volgari. E che? l'impero temporale dei Papi che far dovrebbesi specchio lucente e norma sicura e inerrante di tutti gli altri, verrà condannato alla indeclinabile necessità di non poter esser buono, e d'infiacchire e abbassare l'umana natura?
Ma più ancora: nel comando assoluto è gran pericolo di mal fare, e d'imbattersi in gravi e funestissimi errori; conciossiachè, quanto maggiore è l'arbitrio, tanto cresce la facoltà di abusarne; e quando un solo consiglio move ogni cosa, falso ed errato che sia, nessuna forza il corregge e radduce al bene. Ma, a qual monarchia fa più bisogno di non ingannarsi, a quale di non uscire dal buon sentiero, se non alla pontificia? Evvi cosa al mondo così deplorevole, disordine così tristo a vedersi, sconcezza tanto deforme, quanto che il Vicario di Cristo, la persona più veneranda fra gli uomini, e guardiana e rappresentatrice dell'essenza medesima della saggezza eterna, inciampi in isbagli gravissimi, e pongasi a rischio di governare e imperare in modo che tutto il mondo civile ne rida e si scandolezzi? Pur troppo, non son queste supposizioni assai temerarie; e l'Italia il sa, e ne piange tuttora. Invece, cambiata la dittatura in reggimento costituzionale, nessuna imputabilità può salire fino alla seggia di S. Pietro; e il Principe sacerdote può solo operare il bene e non mai il male: principio, come è noto ad ognuno, e massima direttiva di quel reggimento, e la quale sembra appunto pensata per dignità e decoro del regno pontificale.
Potremmo senza fine moltiplicar le ragioni; ma le più sono state messe in buona considerazione da egregi scrittori, e però ci asteniamo dal ricordarle. Solo qui aggiungiamo, che se all'immortale Pio IX sta veramente in cuore di tramandare intera la potestà regia a' suoi successori, debbesi affrettare di darle per fondamento la libertà, che è oggimai la sola e abbondevole scaturigine d'ogni potere e d'ogni forza.