11 aprile 1848.

Giovandomi della sincera e cortese amicizia vostra, piglio arbitrio di mandarvi alcune brevi considerazioni sui fatti di Lombardia, le quali nelle congiunture presenti mi pajono non pur vere ed utili, ma che il trascurarle torni troppo pregiudicioso alla causa italiana. Nè badate, signori, che sieno pensieri d'arme e di guerra; imperocchè, a questi tempi, qual buon cittadino non volge l'animo alle cose militari? Senza dire che la scienza dell'armi non è tutta chiusa ed inaccessibile a chi s'astiene dal maneggiarle, ma v'à alcune parti ove il naturale ingegno può penetrare assai dentro, e scorgere con sicurezza ciò che al buon capitano occorre d'imprendere e di provvedere. Quando, poi, questi miei brevi pareri ed accennamenti non pure si raffrontino coi disegni e le risoluzioni di coloro che al presente governano la guerra santa, ma nemmanco abbiano spazio di prevenirle, io ripeterò in cuor mio Hoc erat in votis, e coglierò grandissima contentezza dalla inutilità delle mie parole.

Io dico, pertanto, che considerandosi da un lato le mosse dei nostri e dall'altro quelle degli avversarj, s'intende assai chiaro, che gl'imperiali procacciano di rannodarsi e difendersi principalmente lungo l'Adige; e quivi, secondo che daranno i casi, o aprirsi una ritirata sicura sgombrando del tutto l'Italia, o ripararsi in Peschiera, in Mantova ed in Verona, aspettando quello che venga loro comandato da Vienna. Possono eziandio tentar la sorte d'una battaglia campale, con questo consiglio, che riuscendo vincitori, acquistino facoltà d'invadere nuovamente gran parte della Lombardia e del Veneto; e quando abbian la peggio, rimanga loro pur sempre un ricovero assai ben munito e ben proveduto nelle dette fortezze. Sperare in ajuti nuovi e gagliardi spediti loro di là dal Tirolo non sembra che possano per al presente, e poco numero di gente non basterebbe al fine di rappiccare le fila interrotte tra Verona e le terre austriache.

Dal lato nostro, conoscesi che Carlo Alberto è in pensiere principalmente di sconnettere in più d'un punto e spezzare quella continuazione di forze che gl'imperiali si studiano di mantenere fra l'Adige e il Mincio; e nel tempo stesso, à l'occhio ai passi meno difesi, e distribuisce sì fattamente le truppe dell'ala sua dritta, da impedire al nemico di rioccupare per soprassalto alcuna città o luogo importante. Con l'ala sinistra, poi, dell'esercito proprio spignesi, a quel che sembra, verso il Tirolo, per soccorrere le popolazioni insorte, minacciare il nemico alle spalle, e togliergli modo così di tenersi congiunto colle terre dell'impero di là da' monti, come di rinfrancarsi con qualche schiera che disegnasse di calare in Italia.

Ciò veduto, io sostengo, che è grandemente mestieri menar la guerra con celerità e vigore massimo nel Tirolo, e far quivi grossa testa di truppe, radunandovi altresì quanta più gente assoldata e disciplinata può fornire la Venezia. Questo fatto, un buon nerbo di milizie scendendo dal Cadorino e dal Friulano, dee spingersi con ardire e prestezza ad occupare Trieste, e porgere ajuto ai partigiani e fautori della causa italiana che sono pure colà. Sembra oggimai certo, che Napoli invia legni e soldati nell'Adriatico; ma nessuno sforzo dalla banda del mare conseguirà prontamente lo scopo della dedizione di Trieste, qualora dalla banda di terra non sia stretta ed assalita con istraordinaria gagliardia. In questa sollecita occupazione di tutta l'Istria raccogliesi, al parer mio, un punto principalissimo della liberazione d'Italia e un gran pegno della sicurezza avvenire; e però è necessità di ciò procurare innanzi che il governo nuovo viennese possa riaversi, e le sue provincie tedesche, paghe delle libertà e guarentigie ottenute, risolvano di sostenere con ogni mezzo la ruinante casa di Ausburgo. Fra poco si riordinerà eziandio la dieta Germanica, e sarà dieta leale di popoli liberi, e quindi tenera sopramodo dell'onor nazionale e gelosa dei vantaggi comuni degli Stati Alemanni. Tra tali vantaggi debb'ella per certo annoverare il porto di Trieste, che è per l'intera Germania il solo uscio aperto sulle acque dei nostri mari, e la sola diretta via e comunicazione con l'ultimo Oriente.[17] Potrebbe, adunque, tutta Lamagna commoversi fortemente per serbar dominio sopra Trieste; la qual città, d'altra parte, rompe in mezzo le terre italiane poste fra l'Isonzo e il Quarnero. Sino dai tempi di Augusto, ànno l'Alpi Giulie e le Carniche segnato i confini d'Italia; e però, tutta l'Istria e il littorale che corre da Pola a Venezia è nostro, e niun vessillo vi dee sventolare salvo che l'italiano. In me, pertanto, è gran desiderio e speranza che le schiere piemontesi e le venete s'accampino presto in tutta quella regione, e chiudano allo straniero ogni passo fra il Tagliamento e la Sava, e dai Monti della Vena sino alle rive del mare. Per rispetto, poi, all'Illiria ed alla Dalmazia, basti per ora il notare, che abita in quelle provincie una gente nel cui arbitrio sta il dichiararsi o per la causa italiana o per quella dei popoli Slavi; imperocchè di schiatta nascono slavi; di costume, di lettere, di governo si sentono italiani. A noi importa sol questo, ch'elli non sieno e non vogliano essere austriaci, e non possa l'Austria nei porti di Dalmazia prepararci continue offese e molestie.

(Dall'Epoca.)

SULLA GUERRA ITALIANA.

14 aprile 1848.

Le operazioni della guerra a me pajono procedere più fortunate che preste e ben consigliate; e le spingono innanzi le popolazioni insorte, più assai che l'attività e l'ardire dei capitani. Dell'esercito di Carlo Alberto, l'ala destra à compiuto l'intento suo primo (difficilissimo per addietro, e divenuto oggidì poco faticoso) di snidare i Tedeschi da tutte le sponde del Po. Col marciare poi raccolta e diritta sopra Desenzano e Montechiaro, e col venir sempre di più spalleggiata da Bresciani, Bergamaschi, Cremonesi e altri popoli circostanti, à forzato gli Austriaci a passare il Chiese, e fermarsi sulla sponda sinistra del Mincio, e propriamente in quel largo triangolo che fanno insieme Peschiera, Mantova e Verona: elli abbandonano persino parecchi posti da lor tenuti a mezzo il cammino tra Vicenza e Verona; e giusta gli ultimi rapporti, sembra potersi credere, che l'armi piemontesi (e questa era fazione men facile) siensi spinte col loro antiguardo tra Mantova e Verona.

Ma d'altra parte, dell'ala sinistra non si à nuova nessuna, e non compajono bollettini. Di quegli ottomila fanti inviati verso Salò e Gavarno, e nelle cui mani credesi caduto il forte di Rocca d'Anfo, neppure una voce. Ad essi spettava di dilatare e soccorrere con vigoría il sommovimento tirolese, e chiudere e impedire i passi. Certo è che gli Austriaci mantengono ancora disgombra affatto o con pochi interrompimenti la via da Bolzano a Trento e da Roveredo a Verona. Ma come va tal cosa? come non si tenta ogni sforzo e non si opera ogni bravura per insignorirsi di Trento, vera chiave del Tirolo italiano; mentre insorgono le campagne, il Bresciano ed il Bergamasco si muovono ad ajutare l'impresa, e l'ajuta d'altro lato con forte rincalzo la sollevazione del Friuli e di tutta l'alta Venezia, e possono accorrere al fine stesso i corpi franchi della Svizzera italiana e della Valtellina?