Lodi chi vuole ed esalti a cielo la vittoria fortunatissima del popolo parigino; e confidisi pure ch'ella tornerà fra non molto a progresso grande e magnifico di tutta l'Europa: io, come Italiano, confesso che me ne dolgo, e la reputo, almeno, avvenuta pel nostro paese nel tempo più disacconcio ed inopportuno che dar si possa. Dopo tre secoli di silenzio e di sonno, e dopo aver toccato l'ultimo fondo delle umiliazioni, dell'ignavia e delle sventure, l'Italia risorgeva in modo sì bello e insperato, con portamenti sì ordinati e pacifici, con tale pienezza e coscienza della giustizia e del dritto, con un senso di virtù e di religione tanto istruttivo e tanto esemplare pel mondo, che forzava i popoli tutti a maravigliarsene. Risorgeva l'Italia e rigeneravasi per moto sì fattamente proprio e spontaneo, che in cambio di aspettare e ricevere come l'altre volte, ella dava altrui l'impulso e l'eccitazione; e tale impulso era tutto civile ed umano, pieno di moderazione, di prudenza, di longanimità. La nazione stata più afflitta dalle discordie e più tenuta divisa dalle arti di stato, dalla fortuna e dalle colpe sue stesse, quella nazione, dico, ritempravasi per prodigio nella fiamma d'amore, e in amplesso spirituale si unificava: di ventiquattro milioni d'uomini uno solo era l'animo, una la mente, uno il fine; e in tanto profondo rivolgimento e in così subita innovazione, tu non rinvenivi un sol uomo il quale avesse potuto chiamarsene offeso, e a cui il popolo, uscito appena di servaggio e inesperto di libertà, avesse torto un capello, recato il sopruso d'un obolo, fatto segno fugace di risentimento e vendetta. Spettacolo certamente insolito a tutte le genti, e onorevole non che per l'Italia, ma per l'intera famiglia umana. Quindi l'Europa e il mondo non potevano trattenersi dall'encomiarlo: e già riconoscevano in noi le discendenze e le propaggini auguste di Roma; già domandavano l'Italia la terra perpetua de' prodigi; e s'annunziava per mille segni, ch'era oggimai nostro ufficio introdurre le nazioni in nuovo corso di civiltà, e loro fare scòrta su per li gradi d'altissimo perfezionamento.

Ora, tanta speranza vien sopraffatta in un subito dagli avvenimenti di Francia, e siamo della nobile capitananza dispossessati: il mondo torna all'idolatria antica, e, tra pauroso ed attonito, tien fermo lo sguardo nella Francia repubblicana. Sieno pure questi nostri lamenti non degni dell'uomo filosofo, e mantengasi pure con invitti argomenti, che il bene, dovunque venga e comunque, è sempre avventuroso e accettabile. Io fui Italiano molto prima di tentare d'esser filosofo, e sin dalla puerizia ò pianto con isconsolata amarezza le umiliazioni e li sfregi della mia patria: il perchè, della cara speranza che or balenava del suo primato esultarono tutti gli spiriti del cuor mio, e chiunque strappa di mano all'Italia quella sublime lusinga, mi fa dolore e non gioia; e se questo è colpa o gran debolezza, io sento una forza soave che rende amabile alli miei sguardi la colpa e invidiabile la debolezza.

Ma oltre di ciò, a nessuno è lecito di negare che la rivoluzione presente di Francia non ispanda per Italia un seme funesto di divisione, il quale, per occulto ed inerte che si rimanga, non perde facoltà di scoprirsi e di germogliare laddove i popoli sieno men giudiziosi o i governi meno prudenti: e questo accade per appunto quando abbisogniamo vie più dell'unione compita ed universale degli animi, e quando al misericordevole Iddio era pur piaciuto di prepararla per tutto, e disporre ogni cosa al finale conseguimento suo.

Ma perchè qualunque lamentazione non à virtù di cambiare i fatti e arretrare gli avvenimenti, meglio è di condurre i pensieri su quello che a noi importi di praticare e di fermamente volere dopo gli straordinarj casi di Francia.

§ VIII.
Stato presente d'Italia, e ciò che conviene di fare a' suoi popoli ed a' suoi principi.

E primamente diciamo, che intorno ai consigli, alle risoluzioni ed ai portamenti che agl'Italiani possono meglio convenire nelle congiunture nuovissime in cui la rivoluzione francese gli à collocati, è cosa di gran conforto vedere che l'opinione di tutte l'effemeridi nostre, variando assai nell'aspetto, non differisce guari nella sostanza, ed in tutte sembra spirare il senno e l'avvedutezza antica. La quale opinione, a scioglierla dalle diversità dei modi e ridurla in brevi concetti e persuasibili ad ogni mente, ci pare dover essere così espressa. Sta il nerbo principale d'Italia in Piemonte, e l'esercito di colà è la nostra spada: esso à dirimpetto lo sforzo intero dell'Austria. Ma fino a che serbasi, come ora è, unito, disciplinato e volonteroso, non si fa luogo a serj timori. Per lo contrario, tutto quello che sconnettesse l'esercito e ne rompesse la disciplina, volterebbesi in danno estremo di tutta la Patria comune; perchè l'Austria profittando dello scompiglio, piomberebbegli addosso col fiore delle sue truppe, e vedremmo un disastro non molto dissimile da quello del 1821. Lo stesso caso, e con maggiore facilità e prontezza, si compirebbe nell'altre provincie Italiane confinanti con l'Austria. Nè dicasi che i Francesi repubblicani calerebbero in nostro ajuto. Conciossiachè (presupposta pure come certissima la loro pronta calata e la piena vittoria) io sostengo, che quello più non sarebbe ajuto d'amici e contribuzione di collegati, ma occupazione e conquista; e ciò che avverrebbe di noi tapini, tra la prepotenza e la ferocia degli uni, e l'orgoglio e l'ambizione degli altri, la storia medesima de' nostri tempi lo insegna, e ancora ne permangono i tristi effetti. Necessario è, dunque, che la Liguria, il Piemonte, la Toscana e gli Stati romani non tumultuino e non si scompongano, per infino a tanto che alle frontiere di ciascuna di tali Provincie italiane stanno grosse e minacciose le truppe austriache. Da ciò segue, che in esse Provincie chiunque pensi a mutar la natura degl'istituti e imitare le nuove forme politiche altrove comparse, fa opera pessima, e di turbolento e reo cittadino. Manifesto è, poi, che se le Provincie meridionali si sollevassero per mutar forma di reggimento, l'Italia media e la subalpina non posson quetare: però, a tutti gl'Italiani incombe oggi un medesimo debito; fuggire le novità che ci disordinano e ci disuniscono. Abbiam guadagnato pur tanto di libertà, quanto bisognava per dar dominio sicuro all'universale opinione, e proseguire ordinatamente di migliorazione in migliorazione, sino a vedere attuato appresso di noi tutto il più scelto, il più liberale ed il più proficuo delle odierne istituzioni. A tre cose dobbiam ora voltar la mente con ardore di zelo e fermezza incrollabile di volontà. La prima è stringere ed afforzare l'unione; la seconda, armarci; la terza, consumare l'opera santa e solenne dell'indipendenza. Quelle mutazioni, pertanto, che a tali tre fini possono recare nocumento o ritardo, si abborrano e si respingano, qualunque nome e colore specioso e allettativo portino seco.

Quanto è a nostri Principi, a me sembra di scorgere chiaramente, che quel cammino che lor conviene di compiere, vada bensì per sentieri aspri e difficili ma non tortuosi ed oscuri, e dopo molte scoscese e sdrucciolevoli chine li meni in luogo ove potrebbe loro mancar la fortuna ma non la gloria, e ove non può abbandonarli l'amore e la riconoscenza eterna de' popoli.

A me va per l'animo, che a Vienna gli ultimi casi di Francia recato abbiano sommo terrore a parecchi; ad altri, apprensione assai, mista di molta speranza:[15] perchè coloro i quali s'ostinano negli antichi pensieri, e reputano ogni rivoluzione un delitto e un furore che presto passa, e debbe quindi espiarsi con servaggio nuovo e lunghissimo, entrano forse in qualche fiducia di veder rinsavire le menti sedotte, rannodar le vecchie colleganze, rifare le congreghe de' principi, la libertà diroccare per li medesimi suoi eccessi, e il mondo spaventato e sconvolto chiedere di riposarsi sotto lo scudo dei paternali governi. Primo di tutti il Metternich move forse, in questi giorni medesimi, tali o poco diverse parole ai Principi nostri: — Ecco, o Signori, avverate a lettera le mie previsioni, ed anzi troppo più che voi ed io non temevamo. A voi piacque, per eccessiva mansuetudine, di carezzare e scaldare nel vostro seno le sètte dei liberali, credendole assai temperate e pacifiche e ben corrette dall'infortunio. Vedetele ora che son cresciute ed ingagliardite coi vostri favori. Avvi egli concessione che li contenti, beneficio che li plachi, liberalità che li riempia e li sazii? Prima mostravano di non vi chiedere se non alquante riforme; poi vollero armi, poi licenza di scrivere ogni enormità ed ogni scempiezza; oggi gli Statuti più larghi, le guarentigie più salde, le libertà più estese e compiute non sembrano loro abbastanza; oggi si tratta delle vostre corone medesime; si tratta dell'essere o del non essere. Or che aspettate, o Signori? Forse che la Francia espedisca di nuovo le fiere masnade de' suoi giacobini a sommuovere tutti i popoli, a rovesciare tutti i troni? Deh facciam senno una volta, e ricompriamoci, se egli è possibile e s'egli è ancor tempo, dal giogo vile delle cenciose democrazie. Quel che vuol dire scostarsi dall'amicizia dell'Austria, nudrire speranze inconsiderate d'ingrandimento, correre dietro agli applausi delle ingratissime moltitudini, stimo che apertamente il vediate. Ma l'Austria scorda tutti gli oltraggi passati, compiange gli errori comuni, e solo desidera e prega che il vostro pentirvi e ricredervi non sia tanto tardi, ch'ella medesima non conosca e non rinvenga spedienti opportuni e bastevoli per riscattarvi. Pensate che se i demagoghi si tacciono di presente, e sembrano ancora avervi in rispetto e in considerazione, ciò accadrà fino al giorno che le truppe imperiali ostinerannosi a custodire e fronteggiare la Lombardia. L'ora in che avranno sgombrato compiutamente l'Italia, sarà l'ultima del vostro regno. —

A me vien pensato che questi debbono essere gli ammonimenti e i consigli del Gran cancelliere di Vienna; e a me pare, dall'altro lato, udire rispondere così i nostri Principi: — Se d'una cosa noi ci pentiamo, si è di avere troppo indugiato a riconoscere la perfidia insieme e la vanità de' vostri documenti, pei quali rischiammo di perdere affatto l'amore de' popoli nostri, che è il solo patrimonio e la sola conquista degna d'un re. Voi procacciate di spaventarci mostrando la crescente smoderatezza e la necessaria incontentabilità delle moltitudini. Ma noi siam di credere, che l'opinione, qualora possa manifestarsi senza pericoli e incitamenti, e non le manchi agio nè tempo di esaminare, d'erudirsi e di avvisatamente concludere, mai non si scompagni dalla moderazione e dalla giustizia: ma come ciò sia, meglio ci sembra di ottemperare al desiderio eziandio indiscreto de' nostri concittadini, che al comando del superbo straniero. Insopportabile a noi s'era fatto il regnare come vostri luogotenenti, e col puntello de' gesuiti; e ci è più dolce spartire col popolo l'autorità della legge, che veder cancellato il nome di lui dal libro delle nazioni, e l'Italia condotta ad essere non altra cosa fuorchè una espressione geografica, come voi testè la domandavate. Col restituire a' sudditi nostri la dignità d'uomo e di cittadino, abbiamo a noi medesimi restituito la monarcale dignità, e sentiamo che d'ora innanzi nella bilancia d'Europa li scettri nostri avranno pondo e valore. Ad accrescere l'uno e l'altro, noi deliberiamo di unirci in istretta e saldissima Confederazione; e presto bandiremo una Dieta Italiana, ove siederanno con buon accordo e amicizia così i nostri commessarj come i deputati delle assemblee. Voi dite che la Francia torna minaccevole per tutti i troni, e che noi saremo continuo tribolati, continuo sopraffatti dall'esorbitanze dei partiti. Ma non vi cada della memoria quel grande sfogo che dar possiamo all'eccesso dell'ardor giovanile e alle improntitudini della plebe. A ciò basteranno, ben vel sapete, queste sole parole: Si passi il Ticino. Ma sentiamo che replicate, che vinta la guerra, affrancata la Lombardia, e vuota l'Italia d'Austriaci, nessuno porrà più argini alle passioni e termine alle speranze e disegni dei democratici. Noi rispondiamo invece, che niuna cosa può aggiungere credito e forza ai nostri governi, quanto l'auge della vittoria, le armi avvezze a obbedire e onorare le nostre persone, il merito sommo acquistato appresso della nazione. O tutto questo può salvare le nostre corone e prerogative, o nessun'arte e spediente lo può. Ad ogni modo, la giustizia procede con noi, e i nostri nomi son consegnati alla fama, e staranno quanto la storia dell'italiano risorgimento. —

AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.[16]