Io non temo, signor Generale, che a voi sembri temerario e importuno che io vi scriva; perchè la vostra cortese natura mi rende certo che il tempo non è bastato ad estinguere quella tanta benevolenza e parzialità che mi mostraste in Bologna nel 1831, quando faticavamo entrambi a ottenere che quel tentamento infelice di libertà e d'indipendenza, non potendo più reggere, cadesse almeno onoratamente. E prima, vi scrivo per dolce sfogo dell'animo; perchè in mezzo alle tante e insperate maraviglie del risorgimento italiano, certo non dee reputarsi l'ultima il veder voi padrone della città che la fredda e lunga vendetta degli stranieri aveavi assegnata per carcere. E non è senza gran mistero del providente consiglio di Dio, che voi per mezzo a infinite sventure e pericoli, e in modi così straordinarj e quasi direi favolosi, foste riserbato a questo giorno novissimo in cui s'adempie la redenzione finale di nostra Patria. Non è senza mistero eziandio, che a voi toccasse per ultimo campo del valore e del senno vostro guerriero cotesta città, e cotesti popoli situati ai confini d'Italia e naturali custodi dell'Alpi. Io non ò meco una sì gran dose di vanità, perch'io presuma non dico di consigliarvi ma di parlare con esso voi di cose militari, e di quelle segnatamente che avete ora tra mani. Solo, ricordandomi dell'indole vostra lontana da ogni albagía, vorrei farvi intendere, che a voi si conviene al presente di porre in disparte la naturale ed abituale modestia, e sentire in modo compiuto il molto profitto ed il gran momento di quella parte della guerra nazionale italiana che a voi cadde in sorte. Chi non vede che l'Austria, ormai disperata di proseguire le sue difese negli aperti campi di Lombardia, e mal sicura altresì di Verona e di Mantova, volterà ogni sforzo dalla banda del Tirolo, e sulle terre frapposte tra l'Isonzo e la Sava? Ma voi ben premunito dentro le mura di Palmanova, e presto fatto capitano (come tutta Italia desidera) d'un giusto corpo di esercito, avrete arbitrio da un lato di soccorrere i Tirolesi insorti, e dall'altro di assaltar con vigore le truppe austriache le quali pretendessero di mantenersi di qua dall'Alpi, vogliamo in Trieste e nella contea di Gorizia, vogliamo nell'Istria e nella Dalmazia. Però, io non dubito che a voi non prema di sollecitamente istruire il re Carlo Alberto sulla molta necessità che vi stringe di venir subito provveduto di numerosa e scelta milizia, e che quanto maggior quantità di truppe italiane sarà schierata sull'Isonzo, tanto riuscirà più certa e compiuta la nostra vittoria adesso e nell'avvenire. E similmente, voi conoscete quello che in tal fazione potrebbe e varrebbe il soccorso del re di Napoli; il sol potentato italiano che sia fornito di molte navi a vapore ben costrutte e ben corredate, e quindi attissime a bloccare i porti, far mostra lungo tutte le rive dalmatiche della nostra bandiera, e trasportare e sbarcare speditamente e dovunque sia l'uopo notabil copia di armi e di armati. Ei bisogna che le Alpi segnino da tutte le bande i confini d'Italia, come volle natura quando primamente configurolla. Ma ei bisogna altresì, che questo s'adempia prestissimamente, e mentre l'Austria giace tutta scomposta e di consiglio sprovveduta, e avanti che la Germania intera non incominci a riordinarsi in forte e omogenea confederazione. A voi non rimane ignoto, che ne' Tedeschi è ora più che mai presente e vivissimo il desiderio di far buona comparsa sui mari, a dispetto quasi della natura; accorgendosi essi, che il poco aver prevaluto sull'altre nazioni, e poco aggiunto di peso e d'efficacia infino al dì d'oggi ai gran casi dell'Occidente europeo, sia proceduto principalmente dal non avere marineria. Il possedere, pertanto, per via di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia buoni porti sull'Adriatico, e mezzo di pronta e diretta comunicazione col Levante e con l'Indie, sembra ai Tedeschi un vantaggio notabilissimo, e circa il quale è impossibile che non si svegli fra breve molta sollecitudine in tutta quanta l'Allemagna.
Fa grandemente mestieri, adunque, che prima che ciò succeda, la vostra gloriosa spada cacci di là dai gioghi dell'Alpi Giulie quel che rimane di forze austriache, e i non abbondevoli sussidj che possono uscire in questi giorni da Vienna. Affrancato una volta quel territorio, e occupati e muniti i passaggi, tornerà più facile senza comparazione il difenderli, benchè dal lato degli stranieri moltiplicassero le armi e gli assalti. Quanto, poi, alle coste Dalmatiche, e a quelle popolazioni tanto fedeli un tempo a Venezia, ei si conviene adoperare più ancor della spada l'artificio dei negoziati, e subito entrare in pratiche di buon accordo non già con l'Austria ma sì coi Dalmati, con gli Ungaresi e i Croati. Quello che importa all'Italia supremamente, si è che Dalmazia e Illirio non sieno austriaci nè tedeschi. Pel resto, puossi trovar modo e via di accomodamento durevole; nè bisogna mai che la nazione Ungarese, fortissima e potentissima, divenga nostra inimica, ma invece compagna ed amica, siccome ai giorni per essa gloriosi di Mattia Corvino. Per tutto ciò, mi sembra doversi pregare con istanza e premura grande il re di Piemonte a mandar di presente uomini esperti e avveduti appresso i Dalmati, i Croati e gli Ungaresi, con ufficio espresso di dimostrare e persuadere a ciascuno dei tre, — come il nemico loro comune sia l'Austria, e come niun d'essi debba volere che quel potentato o per sè o in nome della Germania possa tener dominio sulle coste dell'Adriatico. L'Italia desiderare e pretendere unicamente ciò che natura le à dato, cioè le sue naturali frontiere dal Varo al Quarnero; del rimanente, non domandare se non buona vicinanza e amicizia. Una lega commerciale e doganale perfetta fra Italia, Dalmazia, Ungaria, Transilvania e Croazia, poter mettere in continua e profittevolissima congiunzione di traffico il Mar Nero con l'Adriatico, il Levante col Ponente, le Indie col Baltico, il Po col Danubio. Nessuna ambizione e interesse avere l'Italia d'uscire de' suoi confini, nessuno di conquistare e predominare sulle popolazioni slave dell'Albania, della Boemia, della Servia, della Bulgaria; in quel mentre che l'Austria le va minacciando tuttavia, e da lungo tempo à in animo di possederle: nè contra l'ambizione di lei potrebbero essi popoli rinvenire altro collegato sincero e migliore fuorchè l'Italia; imperocchè il Russo ajuterebbeli per farli soggetti; il Turco è barbaro e inerme; la Francia troppo remota e incostante. —
Ma io mi stendo di soverchio a parlarvi di cose le quali, dove s'appongano al vero, a voi non son nuove, e meglio e più profondamente di me le scorgete e considerate. Nè il mio nome val nulla per aggiungere a queste opinioni alcun grado di autorità; ma sì vi prego che voi le pigliate a cuore, e Carlo Alberto insieme con voi le caldeggi e fomenti, onde poi l'effetto dell'opera segua sollecitamente alla ferma credenza di entrambi.
Seguitando a distribuire gli scritti del nostro Autore per ordine di tempo, collochiamo qui alcuni discorsi da lui pronunciati nel parlamento romano, detto con ispecial nome Consiglio di deputati; e scegliamo quelli che per la importanza dell'argomento o la caldezza dell'affetto o qualche lume maggiore recato alla storia degli ultimi anni, porgono pure al presente materia accetta e non disutile di lettura. Come poi l'Autore medesimo ne trascrisse più d'uno nell'opuscolo impresso da lui in Genova nel 1850, e ristampato in questo volume, noi ci asteniamo di qui registrarli. Invece, poniamo subito allato ai Discorsi qualche altro breve dettato che in que' giorni medesimi pubblicava il Mamiani nell'Epoca.
A ciascun discorso si premettono poche parole, per notificarne l'occasione e le circostanze. A sminuire la noja del ripeter la data comune a tutti, avvertiamo il lettore, ch'ei furono pronunziati nel corso del 1848. Dalle stesse parole loro, poi, si rileva quando l'Autore discorre secondo sua qualità di Ministro, ovvero da semplice deputato.
Discorso sulla educazione del popolo
Discorso pronunziato nella tornata del 26 giugno, in occasione che alcuni Deputati proponevano di significare nell'Allocuzione al Principe il desiderio del Consiglio, che intendesse il Governo particolarmente a giovare ed educare il popol minuto.
Il voto col quale la tornata di jeri l'altro venne conclusa, riferivasi ad un argomento sì grave e solenne pei tempi nostri, che non si fa lecito al Ministero di non dichiarare sovr'esso la mente sua; e credo opportuno, come testè io diceva,[18] tale dichiarazione accadere innanzi che i commessarj sull'Allocuzione al Principe deliberino intorno al proposito, e trovino quelle espressioni che parranno loro più acconce e più rispondenti ai pensieri e alle massime del Consiglio dei deputati.
Io comincerò dal notare, che sfortunata ed impertinente riesce oggimai l'appellazione di riforme sociali e di questioni sociali, che molti dànno per vezzo e per uso a importantissimi studj e a utilissimi proponimenti. Simili nomi svegliano nella più gente un'apprensione ed una paura non del tutto irragionevole; perchè il pensier loro corre drittamente a quelle moderne utopie che non son lasciate spaziare nel libero campo ed innocuo delle astrazioni accademiche; ma le si fanno con foga e precipitazione discendere nell'ordine dei fatti civili, cagionando, come pur troppo si scorge oltr'alpe, fiere e minaccevoli perturbazioni. Pure, come ciò sia, noi qui non parliamo (od è questa per lo manco l'opinion mia e de' miei colleghi nel Ministero), non parliamo noi qui del mutare e rifare le fondamenta al sociale edifizio, ma del correggere e migliorare la sorte del popol minuto; la quale sarà sempre in cuore a tutti gli animi generosi e compassionevoli e singolarmente al cristianissimo popolo di questa città, in cui, diceva quel nostro,
Giuste son l'alme e la pietade è antica.