Ma i vantaggi dell’industrializzarsi dell’agricoltura e della manifattura non sono soltanto tecnici: sono essenzialmente economici. Un ettaro di frumento, mietuto a mano, costa il doppio circa di un ettaro mietuto a macchina[69]. E il basso prezzo di tutti i manufatti, per cui il secolo XIX andò felice e glorioso, si dovette appunto alla sostituzione del lavoro a macchina al lavoro a mano.

In concorrenza con Paesi di più elevato tenore economico, la Grecia antica ne usciva battuta: quello che — vedremo — avvenne di fatto nel periodo così detto ellenistico. E una nazione, le cui energie economiche falliscono al cimento della concorrenza, è per questo soltanto condannata a una generale decadenza.

La produzione del suolo.

Ma è possibile conoscere, in modo più preciso, il livello a cui si eleva il prodotto del suolo, stremato d’ogni parte da tante e tanto sfavorevoli condizioni?

Noi non siamo direttamente informati della sua altezza relativa in Grecia; ma è lecito indurla, con le debite cautele, da notizie collaterali. Per fermarci ai due cereali più cospicui dell’antichità, l’orzo ed il frumento, noi sappiamo che, in Italia, il massimo della produzione, nell’ultimo secolo, innanzi l’êra volgare, non oltrepassava i 7-10 hl. per ha., e, nel primo secolo dopo l’êra volgare, non superava i 6-7 hl. per ha. Noi sappiamo che nelle migliori contrade della più fertile Sicilia, la media, della produzione relativa di questi due cereali toccava, nello stesso periodo di tempo, i 12-15 hl. per ha.[70]. Or bene, nella Grecia antica, un paese assai meno fertile della Sicilia, e dell’Italia, la produzione doveva essere ancora più scarsa, e della sua bassezza possiamo forse credere di aver raggiunto la conferma attraverso un dato, ormai generalmente ammesso, il totale della produzione cerealifera, nel 329-28 a. C., dell’Attica, di Sciro, Lemno, Imbro, e dell’isoletta di Salamina, che, per l’orzo, in cifra tonda, si può ragguagliare in hl. 343.000, e, pel frumento, in hl. 75.800[71]. A tali cifre si può pervenire per induzione; ma esse non sono per questo meno sicure, almeno, in rapporto all’anno, cui esse si riferiscono. Or bene, assumendole come rappresentanti la media produzione totale dell’orzo e del frumento, nei Paesi sopra indicati, si può, con le debite cautele, ricavarne la produzione media relativa dei due cereali, che, per ciascun ettaro, offrirebbe le proporzioni seguenti:

Frumento Orzo
AtticaHl.2,50-3,50Hl.5,50-6,50
Salamina»4»8
Sciro»3,50-4»6,50-8
Lemno»12-13»24-25
Imbro»7,50»8,50[72]

Cifre, evidentemente, bassissime, come qualche paragone col mondo contemporaneo può avvertirci. La sterile Grecia di oggi, innanzi e dopo le grandi riforme dell’ultimo ventennio, produce in media hl. 6-10 di frumento ed hl. 10,50-11,50 di orzo per ettaro[73]. Il suolo dell’Italia nostra, pur troppo, non più fertile di quello della consorella greca, rende una media in granaglie di 11-12 hl. per ha. di frumento, mentre Paesi, meglio favoriti dall’arte o dalla natura, producono assai di più: la Germania, hl. 12,7 per ha.; gli Stati Uniti, hl. 17,9; la Francia, hl. 18,1; la Danimarca, hl. 30; il Belgio, hl. 31,1, e così via[74].

Ma noi non siamo in grado di acquistare una idea precisa del divario della produzione del suolo, fra l’evo antico e l’evo moderno, se non poniamo mente ad un altro fatto assai notevole: che cioè, laddove nei Paesi contemporanei, la cultura, per quanto varia, si fa ogni giorno più continua[75], le terre del mondo antico, rimanevano a maggese, alternativamente, un anno sì ed uno no[76]. In tal caso, la cifra della produzione di ciascun ettaro è di un valore economico assai diverso, a seconda si discorre del mondo antico o di quello odierno, e, a stabilire un’equa proporzione fra l’uno e l’altro, occorrerebbe dimezzare, o quasi, la prima, o raddoppiare la seconda.

L’antica produzione dei cereali potrebbe dirsi, quindi, in genere, minore della nostra del 50%, o, tenendo conto della differenza annua di prodotto nelle contemporanee rotazioni agrarie, di almeno il 30%. Tutto ciò, ogni qual volta, come talora avveniva, l’insipienza o la malavoglia o la ostilità vera e propria dei lavoratori[77] non facevano che il ricolto riescisse appena pari alla semina, o, magari, ad essa inferiore[78].

Ne seguiva ciò che era prevedibile. Poichè ogni reazione contro l’alto costo della mano d’opera e la bassezza della produzione, mercè l’impiego di nuovi strumenti tecnici, veniva elusa dalla natura stessa del lavoro servile, al proprietario non restava che ricorrere alle produzioni, le quali richiedevano, e ancor oggi richiedono, il minor numero di lavoratori[79]. Di qui l’abbandono dell’agricoltura e l’instaurazione della pastorizia, che, se vantò l’esempio più saliente nell’economia italica degli ultimi secoli della Repubblica e in tutti quelli dell’Impero, fu del pari lo spettacolo offerto dal mondo ellenico all’approssimarsi dell’êra volgare[80].