Alla metà del secolo XIX, nelle colonie meridionali degli Stati Uniti, nelle quali fioriva vigorosa l’economia a schiavi, e la concentrazione della proprietà aveva favorito al massimo grado l’assenteismo dei proprietari, la produzione, entro un solo decennio, scemò del 7%, mentre nelle colonie del nord, popolate di liberi lavoratori, essa cresceva del 27%[45]. Per gli stessi motivi, in Italia, entro un secolo, da Varrone a Columella, la produzione cerealifera scemava del 30 o 40%[46].

Ma, assumendo come esempio il caso più fortunato, quello cioè di un capociurma, tutto inteso a sfruttare fino ai limiti del possibile le sue energie di lavoro — i suoi schiavi —, noi non possiamo non sentire come la ripugnanza di questi ultimi e gli espedienti, subdoli o palesi, che essa avrebbe loro suggerito, dovevano farsi più numerosi e più gravi sotto la sorveglianza di un siffatto dirigente che non sotto il comando di un libero, o, tanto meno, del vero proprietario della terra o dell’officina. Per tutte le suesposte ragioni i lavori tiravano in lungo, il prodotto scemava di quantità e peggiorava di qualità, la terra si esauriva; talune produzioni non riuscivano a mantenersi in vita[47]; nell’agricoltura si rendeva inevitabile il latifondo; nell’industria, le grandi intraprese, cui, come abbiamo visto e torneremo a vedere, sospingeva per strana ironia la natura stessa del lavoro servile, intisichivano, colpite da misterioso arresto di sviluppo, e ad ogni giorno, ad ogni ora, ricorrevano — dolorose conseguenze dell’economia dominante — tutti quei fenomeni che in tutte le età hanno tristemente squillato come segnali d’allarme del regresso della produzione.

Non mancano altri mezzi di accertamento di un siffatto fenomeno, capitalissimo. La scarsa produttività dell’antica mano d’opera servile è indicata dal tempo e dal personale richiesto dai vari generi di lavoro.

Il vecchio Catone calcolava come indispensabili a coltivare un oliveto di 240 iugeri (Ea. 60 circa) ben 13 schiavi[48]. E si trattava di cultura arborea, anzi della cultura dell’olivo, la quale esigeva un assai minor concorso di lavoro, che non la vite o i cereali. Un vigneto di 100 iugeri (Ea. 25 circa) richiedeva infatti ben 16 schiavi[49]. L’agronomo Saserna ne calcolava 12 per 100 iugeri (Ea. 25 circa) di terre in semina[50], supponendo necessarie da 5 a 6 giornate per ogni iugero (a. 25 circa) di suolo pianeggiante[51], e 4 buoi e 11 schiavi per arare 200 iugeri (Ea. 50) di terreno alberato[52]. Columella opinava che un podere non alberato di 200 iugeri (Ea. 100) si dovesse coltivare con non meno di due paia di buoi e quattro schiavi, nonchè di sei altri operai, e che delle sementa granifere, le quali abbisognano di una quadrupla aratura, si può ultimare lo spargimento su 25 iugeri (Ea. 6) solo entro quattro mesi circa di lavoro[53].

Or bene, un secolo e mezzo addietro circa, in Inghilterra, senza ancora l’aiuto del moderno macchinario agricolo, e per gli stessi lavori, s’impiegava un numero parecchie volte minore d’operai[54] e, certamente, con lo stesso numero d’operai, una quantità assai minore di tempo.

Il macchinario e i lavori agricoli in Grecia.

I mali effetti della schiavitù e della sua relativa improduttività venivano aggravati dalla rudezza del macchinario agricolo e industriale, che, a sua volta, dipendeva (l’abbiamo notato) sia dalla normale malavoglia ed inesperienza degli schiavi, per cui era pericoloso affidar loro strumenti delicati e difficili, sia dall’inceppato sviluppo tecnico di ciascun ramo della produzione.

Sembra un caso, mai non lo è: il popolo greco, fornito di tanta squisitezza, d’intelligenza, di tanta profonda cognizione delle discipline matematiche, non seppe, attraverso lunghi secoli di prosperità, compiere alcun progresso, degno di rilievo, nel macchinario o nei lavori dell’industria o dell’agricoltura; e dei progressi notevoli che, in quest’ultima, ebbe a compiere il popolo romano[55], è mestieri dichiararsi debitori all’età che precedette la universale adozione dell’economia servile e alle molteplici influenze, che, nella sua lunga e avventurosa storia, esso ebbe a subire e ad usufruire[56].

Nè poteva darsi altrimenti. Lo sviluppo tecnico e scientifico sono determinati, non già, come volgarmente si ritiene, dalla inventiva di isolati scienziati e pensatori, ma in primo luogo dalle esigenze, tecniche ed economiche, del lavoro. Nelle moderne colonie americane, ove fu a suo tempo restaurato l’antico lavoro a schiavi, gli strumenti della produzione non apparvero più simili a quelli dai coloni conosciuti e adoperati nella madre patria, chè vi se ne erano sostituiti altri, rozzi ed inetti, rievocanti il macchinario dell’agricoltura e dell’industria antica. Di essi un osservatore contemporaneo scriveva: «Quanto alla produzione, noi viviamo in secoli da un lungo tempo oltrepassati. Per noi, le macchine, lo sviluppo integrale della scienza e dell’arte sono come non mai avvenuti»[57]. E l’Olmsted, descrivendo un podere della Virginia, aggiungeva: «Io vidi degl’istrumenti che niuno di noi permetterebbe ad un libero lavoratore, giacchè il solo peso e la rudezza devono rendere il lavoro di almeno un decimo più gravoso. Ma è assurda l’ipotesi di strumenti più leggieri e più progrediti, giacchè nelle mani degli schiavi non oltrepasserebbero la vita di un sol giorno....»[58].

Similmente, ad onta della copia degli utensili agricoli, in Italia, nel secolo di Augusto, niun altro metodo di concimazione era conosciuto, o almeno praticamente, e con fiducia, seguìto, tranne quello della concimazione naturale[59], e le rotazioni agrarie, tanto caldeggiate da Catone, rimanevano coperte dall’ignoranza e dall’oblio, perchè la mano d’opera servile, incapace di versatilità, non riusciva a sapervisi dedicare[60]. L’aratro ateniese, nel periodo del maggiore sviluppo della metropoli dell’Attica, era rimasto all’incirca tale quale nell’età culturale omerica e preomerica, rozzo strumento a chiodo, cui non si aggiogava più di una coppia di buoi, e che, per la sua esilità, riesciva, più che a fendere, a graffiare il terreno alla superficie[61]. Come ai tempi di Omero, le sementa si continuavano a spargere a mano; a mano si mietevano le spighe[62], che le unghie delle bestie da soma erano incaricate di trebbiare[63] e la mobile discrezione del vento di nettare[64]. Fino all’età di Aristofane, il mondo ellenico continuava ad ignorare il rullo e l’erpice[65], nonchè i benefici effetti delle concimazioni chimiche[66] e delle rotazioni agrarie, in cui vece perdurava, in tutto il suo vigore, il sistema della cultura a maggese[67]. Tutto questo spiega come a Senofonte fosse lecito affermare che per l’agricoltura non occorresse nè lungo tirocinio, nè speciale abilità[68].