Se già, in sullo scorcio del secolo V, molti piccoli possessi sono riuniti nelle mani di un unico proprietario, alla metà del secolo IV, parecchie proprietà, di recente costituitesi, appaiono fornite di un valore quale mai fin adesso avevano avuto le «grandi» proprietà dei più ricchi cittadini ateniesi: i cavalieri o i pentacosiomedimni. Un cittadino ateniese, a detta dell’oratore Iseo (primo trentennio del IV sec. a. C.), ricavava dai suoi fondi una rendita annua di 80 mine (circa Lt. 8000)[92]. E, poco più tardi, l’oratore Demostene, discutendo dinanzi ai giudici dell’elièa, poteva parlare di cittadini che possedevano da soli tanta parte dell’Attica quanta neanche tutti insieme i numerosi componenti il tribunale che assisteva a quella sua, sempre eletta, prova di eloquenza[93]. Un altro ateniese possedeva un fondo di dimensioni, fino al IV secolo, inaudite: ben 315 ha., da cui ricavava 1000 medimni di frumento e di orzo (hl. 518), 800 metreti di vino (hl. 310) e il cui legname gli rendeva all’anno circa 4000 lire[94]. Un quarto, il banchiere Pasione, vantava, investiti in beni immobili, oltre 20 talenti, circa L. 120.000[95]. È l’età in cui nuove oligarchie aristocratiche risorgono in seno alle cittadine democratiche dell’antica Confederazione ateniese. Così, nonostante ogni sforzo in contrario, tutta l’evoluzione economica greca finisce nella formazione di una ricchezza fondiaria, che poco a poco si riduce nelle mani di un piccolo o piccolissimo numero di grandi proprietari[96].

Ma la concentrazione della ricchezza fondiaria, se riusciva a mascherare le più naturali preoccupazioni, dettate dalla schiavitù, non giovava di certo a risolvere nel suo complesso il problema sociale di interi aggregati di cittadini impoveriti, e ch’essa veniva ancor più man mano impoverendo. A questo tendeva invece l’espediente di una continua espansione territoriale. Le moderne colonie schiaviste d’America, vi rimedieranno, alle loro origini, con la facile usurpazione delle vaste terre inoccupate. Invece, gli Stati agricoli dell’antichità non poterono provvedere che con la guerra, o con la colonizzazione forzata[97] — guerra anch’essa troppe volte, quest’ultima —; e dell’una e dell’altra il mondo greco si gioverà per tutta la sua storia con i malefici effetti che noteremo in uno dei capitoli che seguono.

La concentrazione della ricchezza mobiliare.

Non altrimenti accadeva della ricchezza mobiliare.

Era proprio nella natura del regime a schiavi che venissero a decadere le forme intermedie della proprietà industriale, che, anzi, forme omogenee tendessero ogni giorno più a ridursi nelle medesime mani. «Se infatti», come scrive uno studioso di questioni coloniali[98], «le spese d’impianto riescono pari per un prodotto di dieci come di cento barili di zucchero, la superiorità della produzione in grande è incontestata», ed «il piccolo proprietario non può sostenere la concorrenza del grande».

Non basta: la presenza degli schiavi, insieme con la necessità di non tenerli inoperosi, doveva sollecitare i loro possessori ad avere sempre a disposizione un qualche ramo di lavoro cui adibirli: non una quindi, ma più intraprese da esercitare con piena tranquillità di possesso, anzi con una tranquillità che consentisse l’anticipato addestramento dello schiavo a generi diversi di lavoro.

Inoltre, il pauperismo, che la concentrazione della proprietà, terriera ed industriale, recava quale suo inevitabile corrispettivo, e la formazione di capitali, indipendenti dalla terra, agevolavano ed incoraggiavano i debiti, e di conseguenza, per nuove vie, la concentrazione dei capitali. Per tal guisa le fortune mobiliari impinguavano ad un polo della società, e stremavano, o disparivano, al polo opposto. Onde non unico, ma molteplice; non solo diretto, ma, in egual misura, indiretto, era l’impulso, di cui la schiavitù affaticava il mondo ellenico verso la concentrazione della ricchezza mobiliare.

Ma se la forza di queste ragioni teoriche è invincibile, assai più disagevoli, e per svariati motivi, ci si offrono i mezzi di discernere e di determinare la portata delle loro conseguenze. Lo scarso sviluppo industriale del mondo ellenico, almeno in confronto a quello dell’evo moderno e contemporaneo, le tendenze, in genere conservatrici, delle classi intellettuali, distolsero gli antichi statisti dall’applicare in ispecial modo la loro attenzione al fenomeno dello sviluppo e della funzione della ricchezza mobiliare. E in mancanza di un esame diretto della questione, in mancanza di notizie, precise e intenzionalmente compiute, mal ci soccorrono le valutazioni patrimoniali, che troviamo presso gli oratori greci, in cui non è mai, o quasi, distinta la ricchezza immobiliare dalla mobiliare, nè in quest’ultima sono calcolate le varie parti investite in intraprese industriali o commerciali o bancarie. Inoltre noi abbiamo in proposito notizie abbondanti solo per Atene — cuore e cervello dell’antica Grecia —, ma città, come abbiamo accennato, nella quale sino in fondo si disfrenò la più vivace — talora rabbiosa — politica antiplutocratica, ossia una politica tendente a impedire la naturale consumazione del fenomeno che qui ci interessa.

Comunque, accanto alla media, relativamente bassa, delle fortune, noi troviamo nell’Attica, dalla fine del secolo V allo scorcio del secolo IV a. C., indicazioni, e per giunta incomplete, di patrimoni di L. 180.000, 240.000, 300.000, 360.000, 600.000, 1.000.000, 3.500.000, di cui taluni costituiti in massima parte di ricchezze mobiliari[99]. Pasione e Conone possedevano in danaro intorno ai 40 talenti (240.000 lire)[100]. Buona parte della semimilionaria sostanza di Nicia, che manteneva 1000 schiavi, i quali, calcolati modestamente a due mine ciascuno (L. 200 a testa), significavano da soli un investimento di ben 200.000 lire, era rappresentata da denaro in contante[101]. L’Ipponico, che perirà nella battaglia di Delion (424 a. C.), possedeva, oltre ai suoi 600 schiavi, immensi tesori in beni mobili[102] e, più modesto, di lui, Filemonide, 300 schiavi[103], pari da soli a un capitale di almeno L. 60.000.

Altri esempi ed altri suggerimenti ci vengono forniti dai redditi industriali di parecchi cittadini ateniesi. Il sommo storico, Tucidide, passava per uno dei più considerevoli concessionari delle miniere della Tracia[104]. Nicia ricavava dalle mine del Laurio l’ingente sostanza che lo faceva il più ricco tra gli Elleni[105]. Dal Laurio, Difilo aveva attinto quella sua colossale fortuna, di cui il milione, o quasi, distribuito ai cittadini, dopo la confisca dei suoi beni[106], non rappresentava che solo una parte della ricchezza posseduta in vita; dal Laurio, Epicrate e i ricchissimi soci, partecipi della sua intrapresa, ricavavano ben 600.000 lire annue[107]. Tutto ciò senza tener conto delle cospicue rendite dei due soci Filippo e Nausicle[108], anch’essi imprenditori delle miniere del Laurion, del ricchissimo Callia[109], colui che pagò la gravissima ammenda inflitta a Milziade, di Panteneto[110], ecc.