Nè piccolo doveva essere il valore dell’azienda industriale mineraria dell’anonimo imprenditore, il quale, secondo c’informa una brevissima epigrafe[111], contrasse sur una sua officina metallurgica un prestito ipotecario di un talento (circa L. 6000) o dell’officina di Demostene nelle meravigliose miniere di Maronea (al Laurio), su cui questi poteva pigliare in prestito 10.500 lire[112]. Intanto il banchiere Pasione ricavava dalle sole sue speculazioni mutuarie la bellezza di 10.000 lire annue[113].

Il sistema degli appalti dei grandi servizi statali[114] e dei lavori pubblici, insieme con le clausole che lo Stato imponeva[115], fanno supporre l’esistenza di grossi capitali, di cui ci forniscono la riprova talune menzioni che al proposito possediamo. In sullo scorcio del V secolo, un tal Callicrate si incaricava della costruzione di tutto il nuovo muro, che avrebbe riunito il Pireo alla città[116]. Più tardi, mentre talora ritroviamo più di due o tre persone associate nell’esercizio di qualche porzione di un qualche pubblico lavoro, tal’altra ne ritroviamo una sola aggiudicataria di più forniture e di parecchi generi di lavoro, i quali importavano l’anticipo di forti capitali.

Nè mancavano esempi espliciti di quella che oggi diremmo la grande industria, e che anche allora, quali che siano le valutazioni, che noi moderni possiamo farne, andava definita come «grande industria». Non era rara, infatti, nella stessa Atene, l’esistenza di concerie, di fabbriche di lampade, di armi, di strumenti musicali, di laboratorî metallurgici, che noverassero dai 30 ai 100 e più operai[117], e rendessero talora, come la fabbrica di scudi di Pasione, un profitto annuo di L. 6000, pari oggi, stante il mutato valore del danaro, a non meno di 20.000 lire[118].

Questo è ciò che risulta dall’esame delle scarse testimonianze a noi pervenute circa la vita economica in Atene, la città più permeata di democrazia della Grecia antica, e nella quale — ripetiamo — il governo politico, rimasto a lungo nelle mani dei democratici, curò con ogni sforzo che l’accentramento delle fortune e la proletarizzazione della grande massa fossero ad ogni costo evitati. Ma le cose andavano in modo alquanto differente nel resto della Grecia classica. A Delo, i conti relativi ai lavori pubblici, ci fanno conoscere, pel III secolo, lotti del valore di 2333, di 4000, di 7000 dramme[119], e, quando i lotti sono più piccoli, parecchi di essi cadono nelle mani di uno stesso imprenditore. A Trezene (in Argolide) il valore di ciascun lotto saliva a 2100 e, magari, a 6634 dramme. A Epidauro «le intraprese superiori a 1000 dramme sono assai numerose», e taluna raggiunge le 13.000 dramme attiche (= L. 13.000 circa). A Tegea (in Arcadia), e forse anche nell’argolica Epidauro, si cerca, per via di disposizioni legislative, di impedire la formazione di trusts industriali e l’accaparramento di più intraprese da parte di un unico imprenditore[120]. Si ha quindi un insieme di elementi, il quale lascia intravedere che in tutta la Grecia, non esclusa Atene, il crescente accentrarsi delle fortune mobiliari (così come di quelle immobiliari) fu il processo inevitabile della vita economica del Paese.

Ma quello che più e meglio ci impone il convincimento di un tale fenomeno è il crescere e il diffondersi delle consuetudini di lusso, di magnificenza, di sperpero che noi cogliamo nella vita economica greca dal secolo V al secolo IV, e l’idea che adesso, insieme con l’orrore della miseria, si diffonde della potenza, anzi dell’onnipotenza della ricchezza. «Un tempo», s’esprimeva, a mezzo il IV secolo, Demostene, «nessuno sopravanzava gli altri nel fasto. Le abitazioni di Temistocle e di Milziade.... non erano più lussuose delle altre.... Oggi certi cittadini son così ricchi da fabbricare palazzi che superano in magnificenza l’insuperabile splendore degli antichi edifizi pubblici; e si acquistano oggi da taluni possessi più estesi di quelli che voi qui riuniti nel tribunale non possedete tutti insieme»[121].

Al lusso degli acquisti si aggiunge ora il lusso degli arredamenti. «Noi», farà dire ad un suo personaggio Menandro — uno scrittore di commedie vissuto nella Grecia immiserita del III secolo —; «noi abbondiamo fino all’eccesso d’ogni genere di ricchezza: traiamo oro dai Quindi, abiti talari dalla Persia; possediamo a iosa porpore, vasi cesellati, schiavi, coppe, sculture orientali, tragelafi e i grandi, sontuosi labronî persiani»[122]. Ora, finalmente, si cominciano ad amare e a praticare banchetti luculliani dai menus ricercati ed interminabili[123], e si va in visibilio per gli ornamenti pittorici e per gli affreschi[124].

Così, mentre intere categorie di cittadini ateniesi si trovano nell’impossibilità di soddisfare ai legali obblighi liturgici[125], altri pochi vi profondono senza preoccupazioni, ed in misura davvero strabiliante, le sostanze acquisite. Un Alcibiade, cliente dell’oratore Lisia, spende per due coregíe tragiche 5 o 6000 lire, in quattro o cinque anni, durante i quali aveva contemporaneamente e volontariamente sostenuto, per ben tre volte gli oneri, tutt’altro che indifferenti, della trierarchia[126]. Lisia stesso, cui la condizione di straniero fa presumere una sostanza, costituita solo di beni mobili[127], spendeva in due anni L. 10.000 od 11.000 per coregie, come, in nove, per liturgie d’ogni genere — in massima parte volontarie — circa ben 55.000[128].

Come la ricchezza assurge fin d’ora a chiave fatata di tutte le porte della felicità, così la miseria che rincrudisce spalanca l’abisso di tutti i mali. «L’oro asserve i liberi»[129], «apre le porte dell’inferno»[130], «riesce a dimostrare vero il falso col falso»[131], e la poco eloquente povertà, «di cui non esiste male peggiore»[132], scredita l’onesto e il ben nato[133]. «Che cosa puoi tu», le grida Cremilo nel Pluto di Aristofane (388 a. C.), «che cosa puoi somministrarci fuorchè le pustole che si pigliano nei bagni ed i lamenti dei fanciulli e delle vecchierelle angosciate dall’inedia? Che altro se non il prudore dei pidocchi, delle pulci innumerevoli e il fastidio delle zanzare, le quali sforzano col loro molesto ronzio gli uomini a risvegliarsi quasi dicessero: — Avrai fame, ma tant’è, devi levarti —? Tu ci fai avere per veste un cencio; per letto, un formicaio di cimici, che serve, non ad assopire, ma a ridestare i dormienti; per coperta, una stuoia fradicia; per guanciale, una grossa pietra; per pane, gambi di malva; per focaccia, foglie di rape; per seggiola, il coperchio di un rottame di vaso; per madia, un frammento di anfora incrinato.... Ecco i tuoi numerosi beneficî»[134].

Il quadro è intenzionatamente dipinto a colori assai foschi, e non già da un demagogo, ma da un uomo d’ordine. Non siamo, dunque, dinanzi ad una generale elevazione del tenore di vita della società, ma ad un accrescimento degli agi e ad un rincrudimento dei dolori delle sue classi estreme: alla concentrazione della ricchezza ad un polo, alla concentrazione della miseria — della miseria, unicamente — al lato opposto.

Accanto a questa suggestiva rappresentazione degli utili infiniti della ricchezza e degli orrori innominabili della miseria, la realistica letteratura drammatica del tempo — la commedia così detta media e nuova — ci è testimone della crescente avversione delle classi medie e povere al matrimonio, avversione determinata dalle sopravvenute ristrettezze economiche e dalle nuove esigenze familiari. Or bene, anche questo, osserva acutamente un moderno, «da un lato, rendendo rare le unioni della classe media, e dall’altro, agevolando le nozze dei più ricchi tra loro, doveva riescire a stremare di numero la prima, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi, uno più grande di proletari»[135].