La concorrenza servile e il lavoro libero.

Ma la concentrazione della proprietà o dell’industria non risolveva che in apparenza il grave problema di eliminare o ridurre i danni numerosi della economia servile. Quello che può rendere utile un siffatto espediente non è l’agglomeramento, sur uno spazio continuo, di una quantità sovrabbondante di lavoratori; è la loro organica associazione ad una fatica comune, mediante la grandezza e la complessità del macchinario industriale: ciò che appunto era assolutamente escluso dalla rude natura del lavoro servile e dalla incapacità organica di quelli che lo prestavano.

Non si trattava dunque che di mera illusione. Ma, se l’unico apparente rimedio del male — l’accentrarsi della proprietà e della ricchezza — coincideva con la rovina dei più, fa d’uopo aggiungere che la schiavitù, qualsiasi forma rivestisse, rimaneva sempre il meccanismo meglio adatto ad impedire ai liberi l’eterna, universale fonte della vita, talora della umana gioia: il lavoro. Soltanto «quando le spole anderanno da sè e i plettri faranno risonare da soli le cetere, noi non avremo più bisogno nè di schiavi, nè di padroni di schiavi», aveva scritto con ironico pessimismo il principe della filosofia greca, Aristotile[136]. In conseguenza, all’artigiano e all’antico operaio salariato, quando non si oppose il disprezzo naturale verso una categoria di persone compagna di lavoro degli schiavi, si riserbò il minimo di mercede e di concessioni, l’una e le altre, fatalmente regolate sull’avaro quotidiano mercato servile[137].

Nel secolo V, ad Atene, la giornata del libero lavoratore oscillava intorno ad una media di L. 1[138], e, nel IV, intorno a. L. 1,50[139], con un minimo di L. 0,50[140], che, detratti solo una ventina di giorni di riposo festivo, davano un ricavato annuo di L. 325 e di L. 510, affatto insufficienti ai bisogni più elementari di una famigliuola di quattro persone, due adulti e due fanciulli, per cui il minimo necessario si può calcolare, rispettivamente, in L. 750 e in L. 1000[141]. Ma i giorni festivi del calendario greco (di quello ateniese, ad esempio) erano circa 60. E a questi venivano ragionevolmente aggiunti gli altri, non meno numerosi, di riposo forzato per disoccupazione, le cui tristi conseguenze si abbattevano solo sugli operai liberi.

Nei secoli III e II il tasso del salario appare raddoppiato: esso si aggira intorno alle due dramme giornaliere (L. 2 circa)[142]. Se non che, mentre contemporaneamente il prezzo dei generi di prima necessità si era quintuplicato, il valore del danaro era scemato della metà, anzi di tre quarti[143], in guisa da provocare un dislivello, maggiore che negli scorsi decennî, fra il reddito annuo e l’annuo bisogno dei lavoratori.

Pure la prova, maggiore e più decisiva, della tenuità e della insufficienza dei salari operai nelle imprese industriali greche è data da un fatto, di cui pure qualche dotto moderno è sembrato compiacersi: la eguaglianza di salario fra gli schiavi e gli operai liberi[144]. Il che voleva dire che a ciascun operaio libero si pagava un salario, equivalente solo al suo nutrimento individuale, poichè, oltre a questo, lo schiavo, che non aveva a suo carico una famiglia, riceveva l’alloggio, il vestimento, le calzature, ecc. Ma la presenza degli schiavi contribuiva per altra via ad aggravare la condizione dei liberi salariati. Essa eliminava la possibilità della organizzazione e della resistenza operaia: le armi, pur troppo, sperimentate più efficaci a conseguire l’elevamento dei salari e il miglioramento delle condizioni del lavoro. La coesistenza della schiavitù inchiodava tormentosamente i liberi alla rupe del capitale e ne determinava l’indigenza e la rovina. Per questo antichi e moderni hanno sempre ritenuto l’introduzione e l’accrescimento della popolazione schiava causa diretta di decadenza della popolazione libera. Un magistrato della Carolina sud avvertiva, a suo tempo, come, per effetto dell’adozione dell’economia servile, in quella colonia americana, su 300.000 bianchi, meno di 50.000 potevano dirsi impiegati in qualche lavoro e in grado di ritrarne onestamente la vita. «Gli altri o non riuscivano a trovar lavoro o vivevano alla ventura di caccia, di pesca, di rapina, talora — ed è peggio — commerciando con gli schiavi ed eccitandoli a rubare a proprio vantaggio»[145]. Così, allorquando, nel sec. IV a. C., un cittadino della Focide introdusse per la prima volta nella contrada 1000 schiavi, fu una insurrezione generale: quegli intrusi venivano a togliere il lavoro ed il pane ad altrettanti operai liberi, di cui ciascuno, probabilmente, sostentava a sua volta una famiglia di quattro o cinque persone. Come pensare quindi a mettere su casa e a procreare dei figli? E un moderno, in una sua monografia assai nota sulla popolazione del mondo greco-romano, scartati, o quasi, tutti gli altri più ovvii motivi di costante regresso dell’antica popolazione, così si esprimeva: «Le vere ragioni del fenomeno debbono essere ricercate più a fondo. In prima linea sta il costante prevalere dell’economia a schiavi.... Appena uno Stato antico entra nella fase dell’economia a schiavi, l’aumento della popolazione libera ha un ristagno.... Nessun dubbio quindi sul nesso fra l’incremento della popolazione schiava, e la diminuzione di quella libera»[146].

Da ciò quel fenomeno singolarissimo di ufficiale legislazione maltusiana, che ricorse negli antichi ordinamenti ellenici e ne fece regolare, per decreti, l’età matrimoniale, incoraggiare gli amori contro natura, autorizzare persino l’aborto e l’infanticidio. Da ciò le preoccupazioni di antichi filosofi e statisti, invocanti persino la peste e la guerra quali benefiche potenze limitatrici dello sviluppo della popolazione[147]. Da ciò la pratica dell’astensione volontaria[148], sintomo in tutte le età di disagio economico, e che antichi e moderni hanno, per facile illusione, ritenuta talora causa prima ed unica di depopolazione, quasi ingranaggio di una per sè stante corruzione morale.

L’emigrazione.

Cionondimeno, malgrado codesti limiti, naturalmente imposti dalla schiavitù all’accrescimento della popolazione: malgrado il fatto che la percentuale della popolazione relativa della Grecia antica riesca, almeno per noi moderni, singolarmente esigua (essa non superò al certo i 90 ab. per km2 e discese ad un minimo di 10 e ad una media di 35)[149], il bisogno dell’emigrazione continua fu tra i più assillanti della vita sociale di quel grande Paese. Gli è che, nella Grecia antica, l’emigrazione viene costantemente determinata, oltrechè dalla spietata concorrenza servile, dallo scarso rendimento del lavoro e del capitale, che non riescivano mai a produrre il necessario alla sussistenza di quegli aggregati sociali, nel cui seno essi svolgevano la loro attività. Nei regimi a schiavi, in alto e in basso, gli «inoperosi», tra i liberi, sono moltissimi. Creare quindi uno sbocco a confini indefiniti all’onda sempre scarsa, e pur sempre sovrabbondante, della popolazione: conquistare un impero coloniale sempre più vasto che assorba di continuo il flutto incessante dei disoccupati e dei bisognosi: ecco la pietra filosofale, intorno a cui politici e filosofi, ricchi ingordi e poveri, «sempre turbolenti e bramosi di guerre»[150], si ruppero invano il cervello.

Pericle, il più grande fra gli statisti ellenici, mentre applicava largamente il lavoro libero alla edilizia civica, instaurava colonie pei poveri[151] in ogni angolo dell’Impero ateniese. Morto Pericle, i suoi concittadini sono trascinati[152] alla fatale spedizione di Sicilia. L’impresa si inabissa in un’enorme catastrofe. Ma il bisogno che mai non cessa, li sospinge, nel 364, a sfidare il rischio di una nuova sollevazione degli alleati, pur di confiscarne e ripartirne il territorio, e, di là a poche decine di anni, la forza delle immutate circostanze persuaderà Isocrate, il massimo oratore della pace ad ogni costo, a invocare la tirannide macedone, pur di trarne in cambio la colonizzazione dell’Asia e lo sfollamento dell’Ellade[153].