Il lungo sospiro verrà soddisfatto da Alessandro Magno. Della «sovra popolazione» della Grecia nella seconda metà del secolo IV sarà testimonio la incessante emigrazione dei prossimi cinquecento anni, ma il rimedio, foriero di nuove cause demolitrici della vita ellenica, era giunto in ritardo: il fatale andare della decadenza aveva già maturato effetti irrimediabili.
Ripercussioni politiche della schiavitù.
Fatale per i produttori e per i liberi lavoratori, la schiavitù non era più benefica verso l’intera massa dei consumatori. La costosità della sua opera si ripercoteva nella costosità dei suoi prodotti. Carissime erano presso i Romani le manifatture che non uscivano dal lavoro domestico: le sete, le tele, i panni fini di lana, i drappi colorati, i guanciali così detti triclinari ecc.[154]. D’altra parte la rigidezza del congegno economico della schiavitù e il fatto di una mano d’opera difficilmente variabile, come quantità e come qualità, scaricavano sul mercato una copia di prodotti, in ogni circostanza, quasi invariata, provocando un costante disquilibrio fra l’offerta e la domanda. Così le crisi per eccesso si alternavano, nel mondo antico, con le crisi per difetto; l’abbondanza, con la carestia. Ma nell’un caso e nell’altro, la massa dei consumatori ne veniva egualmente danneggiata: nel primo, a motivo dell’acuita disoccupazione dei liberi; nel secondo, a motivo dei rincarati prezzi dei vari generi. Per tal modo la schiavitù finiva col danneggiare la popolazione libera nella sua duplice condizione di lavoratrice e di consumatrice.
V’era di peggio. Come esattamente ha notato uno dei più geniali indagatori del mondo antico — il Fustel de Coulanges[155] — la presenza della schiavitù corrompeva, attossicava, anzi, i rapporti sociali fra le varie classi. Oggi la ricchezza passa dal ricco al povero; la speranza di raggiungerla stimola il lavoro e suscita l’emulazione. In Grecia, tra il lavoro del povero e la ricchezza, stava di mezzo la schiavitù. Per arricchire occorreva possedere degli schiavi; ma, per possederne, occorreva essere ricchi.... Per altro il lavoro era materia da schiavi e ai liberi, in fondo, riusciva fastidioso accostarvisi. Meglio dunque, e più facile, impossessarsi della ricchezza, chiedendola umilmente o strappandola con la violenza!
Da questa ferrea condizione ha origine la universale tendenza, caratteristica delle democrazie greche, nei Paesi a regime aristocratico e in quelli a regime democratico: o il panis et circenses, fatti largire, più o meno volontariamente, dalle classi dominanti e dal Governo[156], o la espilazione diretta del pubblico denaro, sotto tutte le possibili forme, e il salasso degli ordini sociali più agiati, ogni qualvolta la direzione suprema della cosa pubblica si trovò in potere dei meno abbienti[157].
Nell’un caso e nell’altro, se taluni dei liberi disoccupati, che pur avevano bisogno di vivere, si recavano a pitoccare dai ricchi un posto a fianco degli schiavi, ove però trovavano pane condito di molto disprezzo; altri, i più, forse, locavano la propria industria in servigi degradanti, quali parassiti, adulatori, sicofanti, impostori ecc. Da ciò il dilagare della cortigianeria, del parassitismo, dell’indigenza accidiosa: da ciò un intrecciarsi osceno di complicità e di attaccamenti a basi inconfessabili, macchiati di tutte le umiliazioni e di tutte le bassezze, i cui effetti dovevano ripercotersi nell’ambito della vita pubblica, destinata ad un inevitabile, continuo processo d’inquinamento[158].
Per tal via, gli ordini politici, sperimentati migliori, si corrompevano. Non più lotte civili fra classi libere in antagonismo, non democrazie corrette, oneste, laboriose, ma alterni, quotidiani spettacoli di frode, di violenza, di venalità, di scialacquo. La schiavitù squarciava la società in due campi opposti di ricchi e di poveri, non già soltanto, come oggi avviene, di capitalisti e di lavoratori[159]. E questa antitetica, recisa polarizzazione della ricchezza o, piuttosto, della fortuna e dell’indigenza provocava effetti politici egualmente dannosi in seno alla nobiltà e in seno al popolo minuto.
La superbia e la violenza, il presunto diritto al dispotismo e alla tracotanza, in privato ed in pubblico, sono sempre state, così come furono in Grecia, le consuete e più dirette conseguenze della schiavitù. L’abbassamento di un numero strabocchevole di creature umane a strumento cieco di altre, che trovavano agevole, anzi naturale, l’esercizio di un potere eccessivo, non era tale da provocare conseguenze indifferenti. «Ogni proprietario di schiavi», ha scritto un moderno, «nasce o diviene tiranno»[160], e Aristotile aveva, con l’acume consueto, schizzato i tratti salienti della psicologia delle aristocrazie elleniche. «Quale atteggiamento morale accompagni la ricchezza è agevole rilevarlo ogni giorno coi nostri occhi. I ricchi sono arroganti ed altezzosi, e quasi malati del possesso medesimo della ricchezza, che fa loro credere di avere nelle proprie mani ogni cosa». Nulla sembra superiore ai loro diritti ed ai loro meriti, e «scorgendo gli uomini, tutta la vita intenti a ricercare quanto meglio ad essi aggrada, precipitano facilmente nella stolida magnificenza e nella corruzione.... Onde è famosa la sentenzia di Simonide sul valore dei sapienti e dei ricchi. Che, essendo stato interrogato dalla moglie di Gerone se preferiva essere un uomo ricco o un sapiente — Un ricco — rispose —, perchè troppe volte ho visto i sapienti attendere umili alle porte dei ricchi.... — E i ricchi si ritengono degni di comandare, e sono convinti di possedere naturalmente tutte le qualità che fanno gli uomini degni del comando....[161].
Così, al modo stesso in cui l’indigenza o l’instabilità delle fortune aveva fatto dei non agiati un’orda famelica, miseranda e spregevole, di accattoni o di rapinatori, la consuetudine del comando più efferato fece, dei Grandi, una pianta sanguinaria di despoti naturali[162]. Assai pochi dei frutti gentili dell’agiatezza e della coltura fiorirono nei loro animi, e la Repubblica ateniese, che corre sotto il nome di Senofonte, come tutti gli scritti del tempo, usciti dalla cerchia dell’aristocrazia, contennero teorie, morali, sociali, politiche, atte a riscuotere il consenso dei più feroci piantatori americani[163]. Una, democrazia venale, corrotta, violenta; un’aristocrazia avida, gelosa, dissoluta, spregiatrice della giustizia, della correttezza, del lavoro e dei lavoratori[164] — spregio epidemico, che, fra l’altro, trascinò Socrate ad ingoiare la cicuta[165] —; una nobiltà, calpestatrice dei deboli e degli umili: ecco i più genuini prodotti, politici e morali, di quel regime schiavista, che suggeriva agli aristocratici il cinico, sanfedistico, giuramento «di essere nemici del popolo e di perpetrare a suo danno tutto il male di cui fossero capaci»[166].
Aristotile, che aveva, disegnato esattamente la configurazione esterna del fenomeno, intravedeva insieme, riassumendole in poche frasi, le cause profonde delle sciagure della vita, morale e sociale, ellenica: «Ai legislatori era parso che il punto capitale fosse l’organizzazione della proprietà...; è stato invece Filea di Calcedonia a stabilire come prima condizione del vivere sociale sia l’eguaglianza delle fortune»[167]. Or bene, la schiavitù costituiva il massimo ostacolo di questo processo verso l’uguaglianza economica; onde, come sempre succede in seno a società solcate da profonde disparità economiche, le istituzioni democratiche non solo non dettero pace alla Grecia, ma furono una delle cause dei suoi più profondi turbamenti interni[168].