«La violenza e l’orgoglio», proseguiva Aristotile, «che sono usciti dalla nobiltà e dalla eccessiva, ricchezza, sospingono gli uomini ai grandi attentati; così come la perversità», effetto «della miseria, della debolezza, della oscurità», «sospinge verso i reati comuni». «Le due classi estreme» riescono «in pari misura fatali alle città». L’epulone dimentica l’arte di comandare e di obbedire; l’indigente degrada fino a rendersi, non già disciplinato come uomo, ma prono come schiavo e tremendo nella riscossa come belva. È possibile allora ritrovare nelle città dei padroni e degli schiavi, non più una comunione di liberi. E allorchè una società risulta di individui, che a vicenda si invidiano e si disprezzano, cessa per questo stesso di essere una società....[169].

Un altro svantaggio, proseguiva Aristotele, della recisa polarizzazione della società in ricchi e poveri risiede nell’incentivo che ne promana ai quotidiani sconvolgimenti. Solo «dove l’agiatezza è diffusa, si ha la minore possibilità di sedizioni». «Quando il numero degl’indigenti prepondera e quello delle fortune medie s’assottiglia o dispare, lo Stato si sfascia e precipita rapidamente a ruina»[170].

Tale lo spettacolo che la schiavitù aveva suscitato nel mondo ellenico. Da per tutto due fazioni che si serravano l’una contro l’altra armate, non gareggiando in una lotta civile, stimolo di progresso e di virtù sociali, ma insanguinandosi in un certame rabbioso e letale, che, al di sopra delle mura di ciascuna città, andava ad intricarsi e ad aggrovigliarsi con altre lotte ed altri conflitti, provocando invasioni straniere, attentando all’indipendenza cittadina e nazionale, precipitando nell’irrequietezza, nella febbre, nella tempesta, nel sangue l’esistenza di ciascun popolo e di ciascuna famiglia.

La corruzione morale.

Escluso dalle virtù dei liberi, degradato da favori funesti o da cattivi trattamenti, abbrutito da vizi precoci o da fatiche eccessive, lo schiavo era una creatura, in cui di sveglio non albergava che il senso delle più basse passioni animali. L’istinto del furto, l’astuzia, la simulazione, il rancore, la sete di vendetta, l’indifferenza: ecco le sue caratteristiche morali, il cui contagio, come la comedia greca e romana c’informano, iniziava alla degradazione i dominatori[171].

Il bambino, appena nato, in quella prima età, in cui la natura si forma dalle impressioni dell’esterno, era in ispecial modo abbandonato all’impero degli schiavi, ed ei non faceva che saturarsi dei loro istinti malvagi». Giovane, li aveva compagni e strumenti di dissolutezza, consapevoli ed inconsapevoli traviatori della sua coscienza. Tutte «quelle passioni che hanno bisogno di essere contenute dal rispetto altrui, come dalla ragione, perdendo uno dei loro freni, si liberavano facilmente dell’altro, spingendo al male per una china tanto più rapida, quanto più in basso era posta la guida verso il precipizio»[172]. Così nei possessori di schiavi, oltre all’inclinazione alla collera, si sviluppò in ogni tempo quell’altro carattere dell’eccesso del potere di una persona sovra un’altra, ch’è incarnato dalla lussuria.

«La schiavitù», scrive uno dei migliori economisti moderni e dei più acuti studiosi delle caratteristiche della economia antica, «la schiavitù corrompe sopra tutto la moralità dei rapporti sessuali, e quindi la vita familiare, radice di ogni altra vita». «Quella orribile demoralizzazione, la quale ricorre negli scrittori della decadenza, non sarebbe stata possibile senza la schiavitù, cioè senza l’abbassamento di tanti individui umani a strumento di altri....»[173]. La schiavitù da un lato arrestò il processo evolutivo della condizione della donna libera, cui fu preferita la schiava, dall’altro, proprio come avviene nei paesi ottomani, fece l’uomo refrattario alla stima della propria compagna[174], già per atavica tradizione tenuta in molto minor conto di lui, e tutti e due, estranei alla cura della prole, che venne affidata al magistero di pedagoghi e di domestici schiavi, ministri di degradazione fisica e morale.

Ma se «l’intemperanza e la mancanza di freno producono la degradazione in alto», se «l’oppressione e le conseguenze la provocano in basso», «la corruzione per l’intima solidarietà del corpo sociale, dilaga da per tutto,» e l’intera società «si adagia in un parassitismo, che la estenua e dissolve»[175].

La reazione contro l’economia a schiavi.

Noi abbiamo così, vivo e presente, in tutta la sua muta eloquenza, il quadro degli effetti sociali della schiavitù in ogni Paese, ove essa ebbe a radicarsi, e perciò anche sulla terra sacra dell’Ellade antica. Sotto l’aspetto materiale, una produzione lenta e costosa, una tecnica paralitica, un’agricoltura e un’industria rudimentali; sotto l’aspetto sociale, una incoercibile tendenza alla concentrazione della proprietà e della ricchezza, un’aspra concorrenza al lavoro e alla sussistenza dei liberi, costretti a lasciare la patria o a bramare perennemente terre nuove in cui applicare la propria attività umiliata e scornata; la corruzione, a un tempo, delle democrazie e delle aristocrazie, delle classi alte come delle basse; sotto l’aspetto morale, la triplice degradazione dell’individuo, della famiglia, dello Stato. Si ha così, nel tessuto elementare di ciascuna società greca, poggiante sulla schiavitù, una condizione perenne di debolezza organica, di fallacia nella vitalità e nella resistenza.