[33]. Plat., Leges, 6, p. 777 d sgg.

[34]. Oecon., 12, 6 sgg.; 13, 10 sgg.; 14, 7 sgg. e passim.

[35]. Plut., Cato, 21, 1.

[36]. Op. cit., 1, 17, 5 sgg.

[37]. De re rust., 1, 8, 11, 1. 12, 3 e passim. Cfr. Arist., Oecon., 1, 5, 2 sgg., e Arist., Polit., 1, 5, 11.

[38]. Io ritengo sia necessario limitarsi a queste considerazioni di carattere generale per convincersi, e per convincere, della costosità del lavoro servile rispetto al lavoro libero. La maggior parte dei moderni ha preferito invece seguire un metodo diverso: ha preferito tentar di calcolare in cifre il costo dell’uno e dell’altro genere di lavoro, riescendo così, per mancanza di fondamenta, a conclusioni erronee e contrastanti con tutte le più generali e più incontroverse nozioni economiche. Così, ad esempio, il Foucart (Bullett. de corr. hell., VIII, 1884, p. 214), discorrendo di schiavi addetti all’industria, non ha considerate le forme principali del lavoro libero, i lavori a cottimo ed à forfait, non i rischi per decesso o per evasione degli schiavi, non le spese di allevamento e di educazione dei loro nati (ben il 50% della popolazione servile, cfr. P. Guiraud, La main d’oeuvre industrielle. Paris, 1900, pp. 94 e fonti cit.), non le imposte relative, non la limitata produttività, non l’annua rata d’ammortamento, cose tutte non calcolabili esattamente in cifre. Inoltre egli errava non poco, illudendosi di poter ragguagliare numericamente le spese di alloggio che s’ignorano, le altre per gl’indumenti e per il fitto o pel possesso degli strumenti da lavoro (impossibili anch’esse a stabilire a priori), le quanto mai variabili spese minute e il fluttuante passivo dei giorni di festa e di forzata inoperosità. Più tardi il Guiraud (La main d’oeuvre industrielle etc., pp. 190-91) s’è illuso di seguire un metodo migliore, tenendo presente la spesa di quanti in Grecia, in luogo di possedere schiavi, si accontentavano di noleggiarli. Senonchè egli ha trascurato le già precedenti osservazioni di A. Mauri (I cittadini lavoratori dell’Attica nei secoli V e IV a. C., Milano, 1895, pp. 88-89) (alle quali altre sarebbe facile aggiungere), da cui resulterebbe come «ancor meno sotto questa forma, la mano d’opera servile poteva riescire di costo inferiore al salario concesso ai liberi». Ma il Mauri medesimo, che è doveroso riconoscere assai più cauto dei precedenti, ne condivide (pp. 85 sgg.) il torto, allorchè pretende riescire ad una qualsiasi conclusione numerica. Ed ha errato con essi nel non tenere conto del fatto notevolissimo, che, a differenza di quella servile, la mano d’opera libera, quali che ne siano le pretese, non implica un dispendio costante e quotidiano, sì che, mentre al mantenimento degli schiavi farebbe d’uopo aggiungere il passivo dei giorni di riposo e degli anni di vecchiezza, dal salario annuo dei liberi occorre sottrarre le incalcolabili mancate giornate di salario, ecc. Cfr. anche la Introduzione di E. Ciccotti alla edizione francese del suo Declin de l’esclavage antique, Paris, Rivière, 1910, pp. XII sgg.

[39]. È la frase di un antico a proposito dei proprietari di Tespia (cfr. Heracl. Pont., in FHG., a p. 80, nell’ed. Didot).

[40]. È la frase, quasi testuale, del più insigne agronomo del mondo romano (Col., De re rust., I praef.).

[41]. Op. cit., I, 7; 1.

[42]. N. H., 18, 36. Sulla decadenza dell’antica agricoltura italica a motivo della schiavitù, cfr. Columella, op. cit., I praef., e Dureau de la Malle, op. cit., II, 67-68.