[43]. Guiraud, La propr. foncière en Grèce ecc., p. 455; Id., La main d’oeuvre industrielle ecc., p. 129.

[44]. Varr., op. cit., 1, 44, 1 e Col., op. cit., 3, 3, 3. Sulla interpretazione di questi due passi cfr. C. Barbagallo, La produzione media relativa dei cereali e della vite, ecc. (in Riv. stor. ant., 1904, pp. 493 sgg.). Gli antichi sono tutti concordi nel deplorare l’assenteismo del proprietario dalla coltivazione della terra (Xen., Oecon., 12, 19-20; cfr. 13 e 14; Varr., op. cit., II praef., 1 sgg.; Colum., op. cit., 1, 1; 3, 7; Plin., N. H., 18, 35 sgg.; 43; Pallad., De re rust., 1, 6; cfr. Arist., Oecon., 1, 6, 3 sgg.); Columella, anzi (op. cit., 1, 7), soggiunge che, quando l’assenza è una necessità, il fitto è indubbiamente preferibile al lavoro servile.

[45]. Ellison, Slavery and secession in America, London, 1861, p. 218.

[46]. Cfr. la precedente nota 38.

[47]. Scriveva A. Smith, nella seconda metà del secolo XVIII: «La piantagione dello zucchero e del tabacco può comportare la spesa della coltura a schiavi. La coltura del grano sembra che oggi non lo possa. Nelle colonie inglesi, ove il prodotto principale è il grano, la massima parte del lavoro è fatta da liberi....» (Ricchezza delle nazioni, p. 266).

[48]. Op. cit., 10, 1.

[49]. Op. cit., 11, 1.

[50]. Varr., op. cit., I, 18, 1.

[51]. Op. cit., 1, 18, 2.

[52]. In Colum., op. cit., 2, 12. Cfr. Fustel de Coulanges, Le domain rural chez les Romains (in Revue des deux mondes, 15 settembre 1886, pp. 339-40) (trad. it. in Bibl. Stor. econ. cit., II).