CAPITOLO SECONDO. LE SOCIETÀ AGRICOLE E LA SERVITÙ IN GRECIA

Origini della servitù della gleba.

Non tutta l’economia greca era — l’avvertimmo — posta in movimento da schiavi; nè gli schiavi ed i liberi esaurivano tutta la serie di forze di lavoro, di cui quel mondo, così vario e interessante, si giovò ai fini della propria esistenza. In talune contrade, anzichè adoperare dei singoli schiavi, o gruppi di schiavi, che la guerra e il commercio venivano man mano fornendo, erano state assoggettate intere popolazioni, le si erano fatte discendere a un livello inferiore ai liberi, fosse pure più elevato di quello degli schiavi, e si era imposto loro, sotto certe condizioni, a vantaggio dei nuovi signori, l’obbligo di coltivare la terra, da cui mai avrebbero potuto liberarsi. Tal’altra volta intere categorie di liberi lavoratori della campagna, schiacciati dai debiti, erano stati tramutati in ischiavi, forzatamente addetti a dissodare la terra per conto dei loro creditori. Certe volte questo doloroso passaggio era stato volontariamente invocato, quasi a protezione degli affanni crescenti, dagli stessi piccoli proprietari, oberati dai debiti e dalle preoccupazioni, i quali avevano venduto o ceduto il loro campo a un grande proprietario, con la sola riserva di potervi restare a coltivarlo, di padre in figlio, per generazioni e generazioni. Altre volte, infine, erano stati gli stessi grandi proprietari, gli antichi possessori di schiavi, che, decaduti, impoveriti e ridotti allo stremo di ogni risorsa, avevano allentato la rugginosa catena dei loro soggetti, e ne avevano fatto alcun che tra il libero e lo schiavo: un lavoratore della campagna, che coltivasse la terra per proprio conto, ma che rimanesse legato da insuperabili vincoli — morali, politici, economici — alla potestà quiritaria dell’antico signore. Così, per tutte queste vie, e forse anche per altre, a noi ignote, era stata creata, molti secoli innanzi l’êra volgare, quella forma economica, che il Medio Evo diffuse da per tutto, e che oggi conosciamo sotto il nome, odioso e odiato, di servitù della gleba[176]. La Laconia e la Messenia ne furono in Grecia i Paesi classici e caratteristici.

Servi della gleba, erano appunto gli Iloti, il cui nome è passato attraverso la storia come sinonimo d’ogni umiliazione e d’ogni miseria. In Messenia e in Laconia, come sulle terre dell’Europa medioevale, il suolo era distribuito tra desolate famiglie di servi, sparsi per la squallida campagna e costretti a faticare, dolenti, pei lontani signori, dediti al non meno duro mestiere delle armi e della politica[177]. Anche la servitù della gleba, dunque, mirava, in Grecia, come dappertutto, a rendere possibile quella distinzione di classi sociali — agricola e militare — la cui esigenza stava in fondo alla più diffusa ordinaria schiavitù. E, pur troppo, come ci accingiamo a vedere, la forma stessa di questa speciale economia dovea portare, nei Paesi, in cui essa si radicò, conseguenze assai più tragiche che non la schiavitù vera e propria.

La servitù nella Grecia antica.

Di servi della gleba, nel periodo classico, ne esistettero anche altrove, fuori della Laconia e della Messenia. Ne esistevano in Tessaglia col nome di penesti, ove essi, al pari degli Iloti spartani, legati in perpetuo a determinati lotti di terreno, lavoravano al servizio dei proprietari aborriti[178]. Ne esistevano nella Locride[179], intorno a Eraclea Pontica — i così detti mariandini[180] —, nell’Attica antica[181], in Creta col vario nome di afamioti, claroti, oicheis[182], nell’Argolide fino al IV secolo a. C.[183], in Sicionia[184], e se ne sono sospettati in Corinzia, in Focide, ad Apollonia, in Acaia, a Chio, nel territorio di Naupacto, di Eraclea Trachinia, di Siracusa ed anche altrove[185], sebbene assai incerte risultino le notizie particolari, che ce ne sono pervenute.

Or bene, in quale condizione vivevano, con quale successo riuscivano a provvedere alla loro sussistenza, i Paesi agricoli ellenici, dove imperò la servitù della gleba?

La servitù della gleba è, nelle sue apparenze esterne, una ingenua forma di piccola proprietà terriera. Senza dubbio, il regime della piccola proprietà fu sempre, e rimane ancor oggi, un regime assai vantaggioso, anche quando non si tratti di proprietà diretta e inappellabile. Riferendosi al mondo antico, Columella scriveva che la terra profitta di più nelle mani di un libero fittavolo, anzichè in quelle di un vilicus, ossia, del capo di una ciurma di schiavi rurali. L’uno può non approntare scrupolosamente il fitto: l’altro coltiva sempre male la terra, travolgendola in un disastroso esaurimento. «Felice quel suolo — egli aggiungeva — che i fittavoli si trasmettono di padre in figlio e nel quale essi sono nati e perciò considerano come cosa propria!»[186].

Non diversamente avviene nel mondo contemporaneo. Due sono oggi le forme più notevoli di proprietà indiretta della terra: il fitto e la mezzadria. Il primo è il sistema in vigore nelle contrade più ricche e materialmente più evolute d’Europa. Per esso il fittavolo è libero di scegliere la coltura, che, a superficie eguale, dona un prodotto più abbondante. Nulla l’ostacola nelle varie intraprese, e i benefici ricavati tornano, quasi interamente, a suo utile, per cui, se la durata dei fitti è grande, o il fitto è magari ereditario, i tre inconvenienti più volte rilevati di questo sistema — l’assenza del supremo interessato, il proprietario, il rifuggire dei fittavoli da quei miglioramenti che non dànno frutto a breve scadenza, la negligenza o il rapido esaurimento delle terre — non solo vengono interamente eliminati, ma sono più che liberalmente compensati dai vantaggi, che qui non è però il luogo di enumerare[187].

Ma, pur troppo, la piccola proprietà, nell’antica Laconia, e, in genere, nei Paesi ellenici, che subirono un regime analogo, rispondeva, anzi che al sistema del fitto, ad una delle forme peggiori tra le molteplici della mezzadria. Gli antichi servi della gleba non lavoravano il suolo per proprio conto, fornendo al lontano e distratto signore un reddito fisso in natura o in danaro. Essi erano obbligati a versare nelle sue mani una quantità di prodotti proporzionale al raccolto annuo. Gl’Iloti della Messenia, versavano la metà del ricavato del suolo[188]. Gli antichi ectemoroi dell’Attica presolonica erano tenuti al versamento, non sappiamo, se dei 5⁄6 o di 1⁄6 del raccolto[189]. I Mariandini di Eraclea Pontica erano tenuti — ci si dice — a fornire ai dominatori tutto quello che il bisogno o il capriccio o la tirannia di costoro avesse richiesto[190].