Nè diversamente poteva accadere nella maggior parte degli altri Paesi, che adottarono la servitù della gleba. Il versamento in natura, proporzionale al prodotto del suolo, era il sistema più adatto per coloni poveri, privi di capitali[191], e sembrava anche coincidere col massimo interesse del proprietario del suolo, sempre naturalmente riluttante a lasciare ai suoi servi un margine troppo ampio di ipotetici guadagni. Così suole seguire in seno alle economie più arretrate del mondo contemporaneo, così seguì nell’economia agricola del tardo Impero romano e del Medio Evo, nella quale i rapporti tra signori, coloni e servi della gleba si fondarono specialmente su prestazioni in natura, proporzionali al prodotto del suolo, o su prestazioni di lavoro[192].
Or bene, gli è precisamente questa forma — in apparenza benevola — di contratto fra signori e servi quella che ha sempre costituito il primo grave, imbarazzante motivo di stazionarietà e di decadenza in seno ai regimi agricoli, che poggiano sulla servitù della gleba, e, in conseguenza, presso i popoli ellenici che li adottarono.
Ciò che segna il progresso della ricchezza agricola non è il raccolto totale, ma la rendita netta, che si ricava dalla terra. La terra è il capitale che l’industria umana fa valere, e quanto maggiore è l’utile netto che essa, a superficie eguale, rende al coltivatore, tanto più l’agricoltura è socialmente proficua, maggiore è la ricchezza che crea nell’interesse generale. Ora la colonia parziaria o mezzadria, ossia quel sistema di rapporti economici fra proprietario e coltivatore, per cui questi versa al primo una parte proporzionale al prodotto, che egli ricava dal suolo, ha per effetto d’impedire ch’egli preferisca quelle colture, le quali, in ragione dello spazio che occupano, lasciano una più alta percentuale di rendita netta. Il mezzadro infatti paga in natura, e in una certa proporzione con l’intero suo raccolto. Egli quindi è tratto a preferire le culture che reclamano il minore anticipo di spese, nè può badare specialmente all’altezza del ricavato netto del fondo, perchè questo non andrà a benefizio proprio, ma, in parte eguale, a benefizio altrui. «Supponendo», scrive un economista[193], «che un campo seminato a segala, esiga per ettaro 45 franchi di spesa perchè ne renda 120, e che lo stesso ettaro, coltivato a frumento, ne esiga 120 per renderne 250, un fittavolo non esiterà a scegliere la cultura del grano. Egli calcola infatti in moneta sonante, e una coltura, che gli renderà netti 130 franchi, varrà per lui assai più di un’altra, che a superficie eguale gliene rende solo 80. Ma un mezzadro è costretto a calcolare in maniera affatto diversa. L’ettaro di segala gli rende 120 franchi su 45 di spesa, e, poichè egli ha diritto alla sola metà della raccolta, sono 15 franchi che riscuote di guadagno. L’ettaro di grano invece non gli lascerà per la sua parte che 5 franchi di beneficio, ed egli non esiterà quindi a optare per la segala....». Così, mentre il fittavolo attinge i maggiori profitti dall’accrescimento della produzione, il mezzadro è costretto a ricercarli dal miope risparmio dei capitali da investire nella terra, e che egli preferisce lasciare inoperosi piuttosto che dividerne i frutti col padrone.
Ma qual’è la portata pratica dell’onere imposto dal proprietario al mezzadro e, nel caso nostro, al servo della gleba?
«Se la decima», scriveva Adamo Smith, il principe degli economisti moderni; «se la decima, che pur non è se non la decima parte del prodotto, è considerata come un gravissimo ostacolo al miglioramento della cultura, una imposta, pari al 50% del prodotto, deve costituirne un limite invalicabile»[194]. Figurarsi quindi ciò che doveva accadere nella sterile Grecia antica, là dove i beneficî dei proprietari salivano a percentuali, in genere vicine a questa, o forse più elevate. Siffatte condizioni, si ripercotevano sull’intera vita economica del Paese, decadente o per lo meno stazionario in economia, ma di una stazionarietà, che precipita inesorabilmente a miseria ad ogni alitare di concorrenza forestiera.
E v’era qualcosa di peggio, che non dev’essere dimenticato, come non ha trascurato di rilevarla uno dei più noti, ma eziandio uno dei più acuti sostenitori della mezzadria. Nei Paesi che adattano questo regime, «la massa della popolazione — i coloni del pari che i proprietari — trovansi provveduti di derrate. Ed ecco ciò che segue. Nelle buone annate, i mercati sono ingombri di tutto il superfluo; nelle cattive, mancanti del necessario. Invece, nei Paesi in cui predomina il fitto, i fittavoli vendono ogni anno tutti i prodotti della terra eccedenti il loro uso domestico; quindi i mercati sono sempre ben provvisti. E poichè d’altro lato essi sono i soli che non comperino (tutte le altre classi, anche i proprietari, si provvedono sul mercato), nei Paesi, in cui il fitto predomina, si ha una somma maggiore di offerte e di domande. Ne segue, che nelle cattive annate le derrate aumentano più rapidamente di prezzo, e, in proporzione assai più grande, nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto e, viceversa, nelle buone, i prezzi ribassano di più e più rapidamente nei primi che nei secondi»[195]. Così le oscillazioni dell’abbondanza e della penuria sono più profonde e frequenti nei Paesi a mezzadria che in quelli a fitto....
Figlia naturale della povertà, la mezzadria diviene dunque, di regola, poco a poco, una delle cause determinanti della medesima[196]. Genio del malaugurio, essa ricorre e prepondera sulle altre forme di contratto al ricorrere di ogni crisi economica, e di essa consolida gli effetti e prolunga la durata, mentre sparisce o si attenua col diffondersi della ricchezza e del progresso agricolo[197].
La condizione giuridica e morale dei servi della gleba e sue conseguenze.
Tutti questi effetti economici, è bene ripeterlo, venivano egualmente a pesare sulla antica servitù della gleba, o, per certo, su quella sua forma specifica, che esistette in Laconia e in Messenia e in tutti i Paesi greci con somigliante regime economico. Ma con un gravame di non piccolo rilievo. Il servo della gleba non era libero. Egli, in primo luogo, soggiaceva al divieto assoluto di disporre della terra che coltivava col modo che avesse creduto migliore. Ora, un possesso indiretto, coatto, inalienabile e indivisibile, si può, nelle sue conseguenze, paragonare all’incirca al gravame di un capitale intangibile e inalienabile, che si fosse stati costretti a mutuare ad interesse. Tale regime obbligava il possessore alla coltivazione del suolo, anche quando il passivo superava l’attivo; gli chiudeva ogni mite fonte di credito, pur forzandolo, volesse o non volesse, a proporzionare la spesa alle esigenze della proprietà; impediva che la terra passasse a lavoratori più capaci di accrescerne il prodotto; vietava, infine, ai più fortunati il soddisfacimento dei loro bisogni, dei loro desideri, delle loro ambizioni.
Ma, come se ciò non bastasse, quel tanto di terreno, che nell’assegnazione toccava a ciascuno dei servi della gleba, non poteva non essere piccolissimo.