Se l’originario podere degli Spartani in Laconia si aggirava, come è stato calcolato, intorno agli 8-9 ha. per famiglia[198], minore dovette essere l’estensione della nuova porzione di terra, che a ciascun d’essi toccò dopo la conquista della Messenia[199], ch’era però indubbiamente più fertile della Laconia. Ciò dovette sentire lo stesso re Agide, il quale tuttavia, nei suoi propositi arcaicizzanti di restaurazione, voleva tornare a Licurgo e all’antica morigeratezza dei costumi, allorchè, a mezzo il IV secolo, in una nuova ripartizione, sebbene la popolazione libera spartana fosse scemata della metà, credette opportuno estendere e di parecchio l’àmbito del suolo propriamente spartano, la così detta πολιτικὴ χώρα[200]. Ma, pur troppo, la πολιτικὴ χώρα della Laconia e della Messenia non doveva servire soltanto per le poche migliaia di dominatori, ma per i 200.000 o 300.000 Iloti, che la coltivavano. Si trattava quindi di coloni, per vizio d’origine, tisici, condannati insieme con le loro famiglie alla stessa sorte miseranda dei coloni dell’Impero romano, o dei mezzadri dell’Irlanda o dell’Italia meridionale contemporanee.

Ma (vedi singolare contraddizione!), mentre i Greci primitivi avevano adottato la servitù in vista della sicurezza che, in ogni caso, durante le loro imprese militari, ne avrebbero ritratto per la propria esistenza materiale, essi vennero via via col tempo, tratti dalle nuove necessità della guerra, ad adoperare a tale uso anche i propri servi della gleba. Così fecero certamente gli Spartani[201], così i Tessali[202], così gli Eracleesi[203]. Or bene, tale innovazione dovette aggravare, e di parecchio, la situazione materiale degli Iloti e delle terre ad essi affidate. Dovette ripetere per la Grecia tutto quanto, nello stesso tempo, accadeva nel Lazio romano, ove del pari, per le identiche ragioni, si elaborava la rovina dell’agricoltura e della piccola proprietà. Al termine d’ogni guerra, i disgraziati coloni trovavano i campi mal coltivati, i tributi arretrati, l’azienda domestica in rovina, i possessi, recanti le tracce dei saccheggi e delle devastazioni nemiche.

Ma quali non erano le altre condizioni morali e politiche, di questi coatti difensori dei loro tiranni! Con i servi della Grecia antica noi ci troviamo di fronte a individui, i quali meritarono in ogni tempo la suprema pietà degli uomini, espressa da un antico nella sentenza, che definiva gli Iloti di Sparta «i più schiavi fra gli schiavi», ed i loro padroni, «i più liberi fra i liberi»[204]. Gli Spartani esercitavano sull’Ilota ogni sorta di sevizie, la cui gamma andava dai lavori faticosi ai trattamenti vili e disonoranti. Ogni anno, senza che egli si fosse reso colpevole, gli somministravano un determinato numero di battiture, unicamente perchè non obliasse la propria condizione servile[205]. Anzi, mentre in Tessaglia i servi della gleba avevano ottenuto, in cambio della servitù, la garanzia perenne della vita[206], a Sparta era lecito uccidere impunemente gli Iloti[207]. Forse, anzi, dietro le incruenti battiture, di cui ci discorreranno gli antichi, si nascondeva una singolare tragedia di ferocia e di sangue. A Sparta, ogni anno, gli efori, che entravano in carica, si compiacevano di gareggiare coi loro predecessori nei metodi e nell’astuzia di una caccia spietata, di una Saint-Barthélmy dorica, nella quale gl’Iloti, che avessero palesata una robustezza non conveniente al loro rango, venivano, con ispeciale attenzione, sacrati all’assassinio![208].

Questa tremenda condizione dell’Ilota spartano è in ragione diretta della sua triste condizione economica. Non sarebbe, anzi, spiegabile senza di questa. Ma già a tanta distanza di luogo e di tempo, con informazioni fuggevoli da parte delle fonti, riesce impossibile formarsi un’idea esatta delle condizioni reali dei servi della gleba nell’antichità greca. Meglio c’illumina il confronto con situazioni più recenti ed analoghe, e noi troviamo che in Russia, ove la servitù si consolidò molto tardi, e in seguito a numerosi contrasti, non dissimile ne era, nel secolo XVII, la condizione. «Nessuno», scrive lo storico, forse più autorevole della Russia moderna, il Milioukov, «nessuno poteva intervenire nelle relazioni tra il signore ed il servo, neanche il potere centrale. La servitù della gleba presentava allora tutti gli attributi di un potere illimitato dell’uomo sull’uomo. Il pomiestchik (il signore) poteva strappare il servo dal suo boccone di terra e deportarlo altrove, separando magari l’uno dall’altro i membri di una stessa famiglia. Cominciò allora la vendita diretta di quel materiale umano. Già fin dal secolo XVI il pomiestchik esercitava su di esso i pieni poteri giudiziari; nel secolo XVII il suo maniero si era arricchito di una prigione, di catene, di manette, e l’arsenale delle sue prove giudiziarie, delle più raffinate torture moscovite.... Il codice ordinava ai signori, è vero, di non uccidere, di non storpiare, di non far morire di fame i loro soggetti, ma si trattava di prescrizioni destituite di ogni sanzione pratica, giacchè il pomiestchik, violandole, non incorreva in responsabilità alcuna....»[209].

«Nessuna legge», scrive analogamente il Fustel de Coulanges, a proposito della più mite servitù della gleba nella Francia medievale, «nessuna legge determinava i doveri del servo, nessuna consuetudine li aveva fissati. Le condizioni dipendevano dalla volontà del padrone; di contratto non era a discorrere; nessun contratto era possibile fra il padrone e lo schiavo....»[210].

In maniera identica i procedimenti giudiziari a carico dell’Ilota erano sommarî e proditorî[211]. Egli era fuori di qualsiasi guarentigia giuridica, e solo un disutile, convenzionale giuramento salvaguardava il patto originario circa il quantitativo dei prodotti da versare al padrone. Nulla che gli appartenesse era sacro; e il servo, che nessun diritto possedeva di trasferirsi altrove e d’investire in altre terre, con maggiore convenienza, i propri capitali, applicandovi con interessamento la sua intelligenza e la sua attività, poteva da un giorno all’altro essere strappato dal suolo, che aveva fecondato col proprio sudore, essere applicato altrove, ed aveva sempre a temere che, alla propria morte, il boccone di terra, che egli si era illuso di considerare come proprio, tornasse, anzichè ai suoi figli, al supremo proprietario del suolo[212], o ad altri, forse, che più del supremo proprietario egli avrebbe avuto ragione di aborrire. A Creta, ad esempio — suprema irrisione — al servo della gleba non era espressamente vietato di associarsi in connubio con una donna libera. Ma non era detto che la sua eredità dovesse andare ai propri eredi; essa poteva andare ai figliuoli, che la moglie avrebbe potuto avere da un altro uomo di condizione libera....[213].

Per tutto questo l’Ilota spartano fu il tipo di schiavo, che con maggiore tenacia restasse nemico, implacabile e ribelle, dei suoi dominatori: che il penesta tessalo, una delle varietà dei servi della gleba trattate meno peggio, non venisse mai meno al suo spirito d’insubordinazione, nè mai desistesse dalle frequenti rivolte[214], e che i Calliciri di Siracusa, probabili servi della gleba anch’essi, in una insurrezione generale, dimostrassero la natura dei propri sentimenti, spogliando di tutti i beni e bandendo dalla patria gli antichi padroni[215].

Che serenità di spirito, che cura della terra, che progressi agricoli si potevano aspettare da gente, non mai sicura nè del domani, nè della propria esistenza materiale, e per la quale un lavoro scoraggiante, disperato, spegnendone lo spirito d’intrapresa, disanimandone le iniziative, doveva sospingere verso l’inerzia, la noncuranza, il cieco fatalismo?[216].

Gli antichi agronomi romani e i grandi signori feudali francesi rilevavano che i servi della gleba, «non lavoravano» e «trascuravano i poderi»[217]. I politici più avveduti della Russia del secolo XIX ripetevano, quasi con le stesse parole, ciò che era stato detto del lavoro degli antichi schiavi: «l’esperienza dimostra che i liberi salariati rendono un guadagno assai maggiore di quello che il feudatario, il pomietschik, non ritragga dai propri servi....»[218]. E come in Francia sino alla Rivoluzione, così in Russia fino al secolo XIX, conseguenza del lungo regime servile, fu il preponderare della cultura più superficiale, il fornire ogni lavoro coi sistemi più rozzi, senza periodicità di seminagioni, senza l’uso di concimi chimici o di rotazioni, senza riposi del suolo, senza macchinario, senza irrigazione, senza impiego di capitali. Così, mentre il territorio della zona così detta sterile si allargava spaventosamente, e il deserto seguiva passo passo le orme dei coloni, si rimaneva paghi a sfruttare il suolo fino all’esaurimento, fino a che esso più non avrebbe fornito se non erbacce cattive e pessimi raccolti, fino a che non fosse stato più in grado di porgere una sola briciola di pane, di promettere un raggio solo di speranza[219].

Così in Francia, così in Russia, così nelle colonie americane la servitù della gleba determinava l’immobilità, il regresso, talora la catastrofe economica[220], e, di conseguenza, le più note e più tremende ripercussioni, morali e politiche. Tuttavia, se in questi Paesi un tale stato di cose trovava eco e voce umana nelle querele e nelle polemiche del giorno per giorno, il laconismo spartano e l’ombra che grava su tanta parte della storia antica non hanno consentito che sì numerose sciagure fossero ai nostri occhi rappresentate da altro se non dal muto, spaventoso, crescente disastro della proprietà fondiaria. Ma quanta eloquenza rechi nel proprio seno questa illustrazione, di che danni fosse segno, di che implacabile Nemesi storica essa si erigesse a ministra, noi possiamo ancora vedere.