Altri motivi concomitanti acceleravano e aggravavano il doloroso fenomeno.

Era, l’abbiamo accennato, norma costante del mondo ellenico che il diritto di proprietà rimanesse subordinato alla qualità di cittadino. Gli è logico quindi dedurre che la perdita della cittadinanza implicasse la menomazione dei diritti di proprietario. Or bene, era questo un caso, assai comune, in Grecia. Qualche condanna giudiziaria, che importava la così detta ἀτιμία; a Sparta, il celibato o la insubordinazione alla disciplina sociale, ogni cosa portava alla decadenza, in tutto o in parte, dai diritti di cittadinanza, e perciò all’altra, legale o effettiva, dai diritti di proprietà[233]. Anche a non voler ammettere una sì naturale conseguenza, il fatto stesso della perdita dei diritti politici recava l’incapacità giuridica a garantire efficacemente il proprio possesso. Coloro che discendevano in basso e venivano esclusi dai tribunali e dalle cariche, passavano naturalmente, come i poveri contadini (i geomoroi) dell’Attica del VI secolo, alla mercè di chi aveva in sua mano e gli uni e le altre.

Ma un’assai più deleteria azione disgregatrice era quella che veniva esercitando il fenomeno della guerra, in seno alle società agricole a regime di servitù della gleba.

Triste destino e tristi società! Esse erano condannate a mantenere, col loro sudore, una forte minoranza di liberi che non producevano ricchezza, e il cui orgoglio supremo era quello di arare con la lancia e di mietere con la spada! Compito, ben lo sentivano gli antichi, difficile e faticosissimo! Quali territorî, sconfinati e fecondi, quali pianure babilonesi, esclama Aristotele, non occorrerebbero ai cittadini della ideale Repubblica di Platone per mantenere i suoi 5000 guerrieri inoperosi, con le loro mogli e i loro schiavi![234]. Or bene, questo era il duro ufficio della grande massa della popolazione della Laconia, di Creta, della Tessaglia, e d’altrove. E poichè la terra a loro disposizione non era sufficiente, occorreva, con la spada alla mano, conquistarne delle nuove estensioni ancor vergini! Così l’esercizio della guerra generava la guerra! Ma questa guerra, che, in forza delle sue esigenze aveva suggerito agli antichi di riporre l’economia sociale sulle basi della servitù della gleba o della schiavitù; questa guerra, che aveva consigliato di umiliare al più basso livello di vita centinaia di migliaia di creature umane e di esaltare pochi eletti ai fastigi di un potere quasi sconfinato; la guerra — diciamo — finiva per volgersi, con le sue estreme conseguenze, contro coloro che aveva essa stessa liberati d’ogni vile cura e collocati alla cima della piramide sociale. Non solo coi carichi, che, nella buona e nella mala fortuna, veniva imponendo, essa operava in modo da ridurre progressivamente il numero dei proprietari agiati, e quindi dei cittadini forniti dei pieni diritti politici, ma per essa rivoli d’oro e d’argento penetravano nelle città vincitrici, sconvolgendo quelle condizioni, che un dì avevano reso socialmente utile la forma economica della servitù della gleba.

L’esempio di Sparta è tristemente famoso. Ivi, già a mezzo il secolo V, abbiamo i segni del costituirsi di grandi ricchezze mobiliari. In questo tempo il re Plistonatte è condannato a una multa di ben 15 talenti; Agide I, si dice, possiede ben 500 talenti in moneta sonante. Le accuse di corruzione per danaro investono continuamente efori, generali, senatori. E del danaro gli stessi Spartani, che tanto si erano sforzati di allontanarlo dalle proprie case, si servono per corrompere gli Stati nemici, fin per violare la santità degli oracoli. Essere ricco è alto titolo di onore, come un tempo lo era stato essere povero[235]. La severa tavola spartana è ora contaminata da vini e cibi, svariati e abbondanti, da leccornie inusitate, dagli splendori di coppe preziose. Le case dei nuovi Lacedemoni sono sontuosamente addobbate; le loro persone e loro vesti, sibariticamente profumate. Taluni privati rivaleggiano in magnificenza e in raffinatezza coi re, li vincono, anzi, nella gara inaudita[236].

Fu soprattutto la guerra del Peloponneso, la grande guerra imperialistica, combattuta nella seconda metà del secolo V a. C., la guerra che per circa un quarto di secolo portò Sparta al dominio dell’intero mondo greco, a dischiudere tutte le porte all’invasione della ricchezza nelle case degli Spartani. E di essi, ai primi del quinto secolo, un grande Ateniese può asserire: «In Sparta c’è più oro e argento che in tutta la restante Grecia, giacchè per lungo ordine di generazioni l’uno e l’altro metallo vi affluiscono da Greci e da barbari, e non ne escono mai.... Cosicchè tu puoi ben dire che, quanto a possesso d’oro e d’argento, gli uomini di quella città sono i più ricchi di tutta la terra....»[237].

Ma, ahimè, i metalli preziosi, che man mano si accumulano nei forzieri dei vincitori, ad altro non servono che a dissolvere la vecchia economia nazionale e ad aprire nelle viscere di quella società, una crisi più vasta e profonda.

Ben aveva avuto ragione l’antico oracolo di profetizzare che l’oro e l’argento avrebbero fatto la rovina degli Spartani. Quivi, come in tutti i Paesi agricoli poggianti sulla servitù della gleba, qui dove l’industria e il commercio non esistevano, o dovevano ascondersi, quasi vergognosi, perchè severamente banditi dalla parola della legge, i nuovi capitali non venivano adoperati o invocati che ad un unico scopo, ad un unico ufficio: il prestito[238], il che voleva dire, all’usura. Senonchè l’usura, a sua volta, dopo il primo ingannevole sollievo, faceva ricadere sugli infelici, bisognosi di tutto, il rigore del più spietato diritto creditorio, e quindi sacrificava, alla sempre crescente ricchezza di pochissimi, la morigerata agiatezza, che un tempo era stata l’orgoglio dei più.

Ma il danaro intaccava ancor più profondamente questa società, e finiva con ismagliare, con infrangere la corazza bronzea, in cui essa, illudendosi, s’era voluta rinchiudere per l’eternità. L’irrompere del danaro, in seno a questi vecchi Paesi agricoli, vi determinava quegli stessi rivolgimenti che la restante Grecia avea già conosciuti e subiti nei secoli VII e VI a. C. Con l’avvento del danaro l’economia spartana cessa dal restare un’economia chiusa, ed entra in rapporto con tutta la restante produzione greca. Ora il piccolo proprietario non può più scambiare ciò di cui abbisogna, con i soli prodotti del suo campo. Fra le une e gli altri è entrato di mezzo il danaro, il quale fa sì che i prezzi delle merci abbiano un valore commerciale al di sopra dell’antico valore d’uso. Egli ha ora bisogno di danaro, oltre che di derrate agricole, per acquistare ciò che gli occorre. E poichè danaro non possiede, come, purtroppo, ne posseggono i suoi più ricchi concittadini, egli deve, anche a tale fine, procurarselo attraverso l’usura!

«Ma anche pel grande proprietario», spiegò Edoardo Meyer, in un suo saggio magistrale, che abbiamo più volte richiamato, «la cosa non andava diversamente.... Anch’egli, se intendeva mantenere l’antica posizione sociale, abbisogna, e sempre più, di danaro. Ma ora il valore dei prodotti dell’agricoltura regredisce costantemente, sia perchè l’importazione deprime i prezzi, sia perchè le nuove vie di guadagno», aperte dall’industria e dal commercio, «dànno un profitto di gran lunga maggiore, e la vita diviene sempre più costosa»[239]. Così la grande aristocrazia fondiaria precipita man mano economicamente in basso; tal quale la grande aristocrazia fondiaria francese alla vigilia della Rivoluzione, sospinta con passo crescente verso l’abisso dai possessori della nuova ricchezza mobiliare, suscitata dalla guerra, la cui onnipotenza riesce a disfare i più saldi regimi oligarchici come quello spartano[240].