E fra i capitali disponibili che si creano e che non trovano impiego, se non per una sola via, la più ruinosa — quella del prestito ad usura —: fra gli eccitamenti e le seduzioni, che discendono dall’alto, e le sollecitazioni dell’indigenza lacrimosa, che salgono dal basso; in mezzo all’impotenza dei proprietari ad accrescere la produzione dei loro terreni, e dei proprietari e dei servi insieme, a riparare alle perdite, a saldare i debiti, a pagare i mostruosi interessi; in mezzo all’universale concorrenza dei prodotti delle contrade circostanti, si consuma quel processo d’impoverimento, quasi universale, a cui nessuno sfuggirà, Sparta ancor meno degli altri Paesi che le assomigliavano.
Così anche nei regimi agricoli fondati sulla servitù della gleba, il latifondo assurge a forma principe di possesso agricolo. In Tessaglia, la grande proprietà finisce col dominare, arbitra delle sorti del Paese. Ivi molti possono con mezzi propri equipaggiare interi eserciti[241]. Ivi, dove l’opulenza degli Scopadi era proverbiale[242], si faceva menzione di gente che aveva più di 2 o 300 servi sulle proprie terre; ivi ben 6000 individui erano atti a mantenere il cavallo e a militare fra i cavalieri quanti neanche ne forniva tutta la Grecia centrale e meridionale. Ma il ceto medio era assai limitato, onde la Tessaglia, proporzionalmente alla sua superficie (circa 10.000 km2), era povera di cittadini in condizione di servire nella fanteria pesante quali opliti[243]. Ivi stesso, nel secolo III (così come in Laconia), le agitazioni agrarie e le agitazioni per debiti si faranno violente e quotidiane[244].
Ma quel che accadde in Laconia e in Messenia supera di molto la nostra immaginazione.
Più spiccatamente che le altre, l’economia spartana in perpetuo equilibrio instabile, minaccia, ad ogni momento, di rovesciarsi sul suo asse. Già, secondo la tradizione, Licurgo, nel secolo IX od VIII, era stato costretto a rinnovare l’originaria spartizione del suolo, seguita alla prima conquista della Laconia, perchè il Paese, che Sparta domina, conta già pochi ricchi e molti impoveriti. Ma, circa cento anni dopo, alla vigilia della grande conquista messenica, taluno degli Spartani torna a possedere pascoli assai più vasti che non molti altri dei suoi concittadini. Lo squilibrio si aggrava nei due secoli successivi[245]. Alla fine del V o ai primi del IV, Socrate può ben dire al suo discepolo Alcibiade: «Tu ti credi ricchissimo. Ma sei in grave errore. Se tu conoscessi le ricchezze degli Spartani, sapresti che le nostre sono assai piccola cosa al confronto di quelle di laggiù.... Gli Spartani posseggono grandi terre in Laconia e in Messenia, poi, inoltre, gran numero di schiavi, di Iloti, di cavalli, di greggi....»[246]. Ora tutta la valle dell’Eurota e tutta la ricca Messenia, che insieme formavano un territorio di circa 8000 km2, sono divenute riserva di qualche decina di centinaia di proprietari, e moltissimi o hanno proprietà insignificanti o non posseggono più nulla[247].
Noi possiamo forse stabilirne la cifra. Ai primi del IV secolo, i 9000 Spartani dell’età di Licurgo (IX od VIII secolo)[248], forniti di proprietà terriera e di pieni diritti civili, sono ridotti a 1500[249] o, forse anche, a soli 1000[250], di cui ognuno in conseguenza avrebbe goduto di una proprietà estesa per ben 5 km2: più che dieci volte lo scandaloso latifondo di Fenippo nell’Attica, che faceva strabiliare gli eliasti, ascoltanti l’infocata parola di Demostene. E allorchè la perdita della Messenia si è aggiunta ad aggravare la crisi economica che travaglia la società spartana, i cittadini lacedemoni, a detta di un antico[251], sono discesi, a mezzo il secolo III, ad appena 700, di cui solo 100 proprietari dell’avaro suolo spartano!
Invano re Agide IV, tentando ripetere Licurgo, poteva, con una nuova spartizione delle terre, ricostituire 4500 proprietari[252]. Quindici anni dopo, il successore Cleomene, ripigliando l’opera interrotta, non potrà racimolarne che 4000[253].
V’è un certo momento in cui i rapporti di agiatezza fra proprietari e servi della gleba si invertono. Mentre la massa dei cittadini impoverisce, alcune élites di Iloti, più fortunati dei loro compagni di dolore, salgono all’agiatezza. Nella seconda metà del III secolo, 6000 Iloti sono in grado di comperarsi col proprio denaro la libertà, versando ciascuno cinque mine (L. 500)[254], ossia una somma che ormai più non riusciva a possedere la maggior parte degli antichi Spartani.
Ma non si tratta soltanto di un processo di universale immiserimento. Con questo andava congiunto il fenomeno continuo della depopolazione. Nell’età di Aristotele, il numero degli Spartani rimaneva stazionario, e in quella terra, sacra alle più feroci ordinanze malthusiane, già si accordavano privilegi ai padri di tre o quattro figliuoli[255]. Sparta, esclama Aristotele, perisce per mancanza di uomini![256]. La popolazione superstite, senza terra, senza diritti, senza patria, s’accinge a un’opera di sedizione cronica all’interno, che, or repressa con la violenza, or placata con rimedi transitorî — condono di debiti, nuove ripartizioni del suolo[257] — farà della nazione una preda facile e desiderata dallo straniero.
Tale è la storia di Sparta, la supposta, immobile Cina ellenica, la cui esistenza, secondo si esprime un antico, fu attraversata da discordie non meno gravi e numerose delle altre città greche; tale quella della Tessaglia, tale quella delle rimanenti regioni agricole, con cui esse ebbero comuni i regimi economici.
Che cosa, in queste condizioni, poteva avvenire del benessere sociale, che cosa del desiderio di conservare le istituzioni, la integrità stessa della patria? «Il patriottismo», osserva uno dei più geniali e profondi storici francesi, «non è da confondere con l’attaccamento al suolo natio; non è, come questo, un sentimento istintivo, invincibile, imposto da natura a tutte le generazioni che abitano uno stesso territorio. Il patriottismo è un sentimento più libero, più vario, dipendente da un maggior numero di condizioni. Si ama la patria, cioè a dire, la propria città o la propria nazione, quando se ne amano le leggi, i governanti, i costumi. Si ama per la educazione ricevuta, per i buoni esempi riscontrati, per le virtù apprese. Si ama, infine, quando si è convinti di doverle il proprio benessere e di non saperne fare a meno»[258]. Là, dove ogni famiglia ha in abbondanza il necessario alla vita, là dove si gode di una certa agiatezza, non può regnare il desiderio della novità o quella specie di scoramento che fa dire alle classi sottostanti: — Checchè avvenga, non staremo mai così male come adesso! — Là, alla prima offesa, i cuori e le braccia si unirebbero per respingere l’aggressore. Ognuno sentirebbe il prezzo dei vantaggi di cui gode e il pericolo di perderli che deriverebbe da ogni cangiamento. In Grecia, per contro, si assistette allo spettacolo miserando di tutta una folla di afflitti, di vinti, di ruinati, struggentisi nell’attesa, per lunghi secoli insoddisfatta, di quel dominio straniero, che ai loro occhi rappresentava l’unico spiraglio di scampo e di salute![259].