Il concetto di decadenza sociale sta in diretta relazione con quello che noi dobbiamo formarci di progresso, ed è appunto perciò, come quest’ultimo, una delle nozioni meno chiare e meno approfondite della filosofia moderna. Per la massima parte degli antichi, il problema era più facile. Essi amavano collocare il loro ideale alle radici della storia nazionale, in un archetipo di società, semplice e buona, che rappresentava come il quadro perfetto della loro esistenza. Qualunque indirizzo, che si avviasse per altre strade, che discostasse la loro città da quell’ideal tipo di esistenza; che procedesse verso forme più complesse, o, secondo ieri si diceva, dall’omogeneo all’eterogeneo, veniva considerato come decadenza; qualunque tentativo di riaccostarvi si era giudicato progresso. Tale il concetto di progresso o decadenza che emerge dalle storie di Tucidide, di Livio, di Tacito, in una parola, dalla massima parte degli scritti degli antichi pensatori. Un concetto universale di progresso o di decadenza, applicabile a tutti i popoli e a tutte le società, rimase estraneo al loro spirito; fu, anzi, uno degli elementi più gravi di contrasto fra l’ideologia pagana e quella cristiana[3]. Ma anche quando, in età relativamente tarda, alcuno di loro si distaccò da quelle preoccupazioni strettamente nazionali, e volse lo sguardo ad abbracciare lo sviluppo dell’intera umanità, anche allora egli ritenne fermamente che l’età della perfezione, l’età dell’oro dell’umanità, stesse dietro le spalle, non dinanzi agli occhi e alle speranze degli uomini. Anche gli Epicurei, che differirono da tutti gli altri antichi, per la concezione universale del progresso, anch’essi, diciamo, imaginavano chiuso con l’età loro il periodo di svolgimento dell’umanità e ormai raggiunta la fase definitiva dell’umano progresso, declinar dalla quale sarebbe significato precipitare nella decadenza.

Diversissimi dagli antichi, gli uomini moderni, dal secolo XVIII in poi, hanno identificato il concetto di progresso con quello di svolgimento; anzi hanno creduto che ogni società sia, per sua fatale legge immanente, affaticata dall’imperativo categorico del progresso, che la costringe ad ascendere di grado in grado verso forme superiori[4].

Nè l’una nè l’altra teoria possono essere considerate come vere. La teoria degli antichi è, nella sua essenza, negatrice del concetto di progresso: essa non risponde a un’idea di moto, ma di stasi, di immobilità. La teorica dei moderni, identificando progresso con svolgimento, perviene allo stesso resultato, in quanto implica, sotto quest’ultimo concetto, tanto l’idea di progresso come quello di decadenza. Muoversi non significa solo andare innanzi; può anche significare andare indietro. Nè la necessità assoluta del progresso è nulla più che una orgogliosa illusione, di cui il secolo XX si è andato man mano dispogliando. Gli uomini sanno che taluni popoli progrediscono, ossia, per intenderci all’ingrosso, assumono forme più elevate, più grandiose, più fortunate, più felici o più perfette di vita, come noi, secondo certi nostri transeunti criterî, le giudichiamo; altri, invece, precipitano a forme inferiori, e taluni scompaiono quasi dalla storia del mondo. La identità di svolgimento e di progresso non ci spiegherebbe mai le sorti singolari delle antiche società indigene dell’America, dei Califfati Arabi, della Spagna moderna, della stessa Italia, in parecchie ricorrenti fasi della sua storia.

Taluno può forse pensare (come altra volta io stesso ho pensato)[5] che sia lecito limitare il concetto di progresso solo a determinate categorie di fatti sociali — quelli passibili di misurazione e di valutazione materiale —, definendo progresso la trasmissione dei loro resultati, accumulati dalle generazioni precedenti, alle generazioni successive e, da queste accresciuti, trasmessi a loro volta alle generazioni future, definendo, viceversa, regresso o decadenza lo smarrimento di questi utili accumulati dal tempo. Si avrebbe così la possibilità di parlare di progresso o di decadenza del commercio, dell’industria, dell’agricoltura, della scienza, ecc. Ma questa seducente definizione ha il torto d’essere meramente quantitativa. In seno a ciascuna società, ognuno dei sopra elencati fenomeni non ha un valore isolato, per sè stante, ma un valore che sta in rapporto, in funzione alla totalità dell’organismo sociale cui s’innesta. Una corretta idea di progresso e di decadenza non può quindi considerare l’industria, l’agricoltura, il commercio, la scienza, come elementi isolati, ma in rapporto alla funzione ch’essi compiono in ciascuna società. Non è detto che il progredire quantitativo dell’industria, della scienza, dei beni materiali di un popolo, vi determini di necessità una fase di progresso e viceversa. La storia ci avverte singolarmente di tale fenomeno, e su questo punto la filosofia degli antichi fu assai più nel vero di quella dei moderni, allorchè ripetè fino alla sazietà che il progresso materiale non è veramente progresso, ma corruzione, se esso termina col dissolvere energie intime, che cementano la grandezza, che temprano la saldezza morale dei popoli. Un giudizio, dunque, di progresso o di decadenza, anche limitatamente ai fenomeni sociali passibili di misurazione e valutazione quantitativa, va fatto in rapporto alle ripercussioni sociali di questi fenomeni. I quali sono forze socialmente progressive, non in quanto riescono ad accumulare, nel seno di una società, elementi più copiosi che in passato, ma in quanto giovano a rendere migliori — migliori nel puro significato darwiniano —, ossia a far trionfare nella concorrenza delle nazioni, i popoli nel cui seno essi ebbero a generarsi. I casi della Germania e della Francia contemporanee, al paragone della Germania e della Francia del secolo XIX, sono stati, per noi tutti, in questi ultimi anni, fenomeni rivelatori. Ma questa riserva ci apre altresì la via a renderci conto del modo in cui noi siamo in grado di parlare di progresso e di decadenza, a proposito delle forme politiche, di quelle della morale, dell’arte, della letteratura di un popolo.

Noi non possiamo, come volgarmente si usa, discorrere di forme politiche progressive o regressive; non asserire, poniamo, che la monarchia assoluta valga meno della repubblica; la democrazia meno della oligarchia; il regime unitario più di quello federativo, e viceversa. Il fatto ci avverte come ciascuna di queste forme politiche fu la più adatta in determinate situazioni, o la meno adatta in altre; che cioè anch’esse hanno, non già un valore isolato assoluto, ma un valore relativo alla complessa società da cui emergono, o in cui si tenta inserirle. Analogamente le varie morali dei popoli non sono alcunchè di assoluto e di graduabile: ciascuna risponde a determinate condizioni sociali del momento; e se talora ci troviamo a biasimarle o a condannarle, siamo vittime di un pregiudizio o di un giudizio superficiale, o le sorprendiamo in contrasto con la conservazione della società, a cui esse appartengono, o con talune sue tendenze che l’esperienza ci avvisa determinatrici di progresso futuro.

D’altro canto, la letteratura, l’arte, la filosofia, la religione non sono, nella loro essenza, fenomeni sociali, sibbene individuali, e fra essi e la trama sociale, su cui s’adergono, esistono rapporti, che non sono di causa ad effetto, onde nulla vieta che società decadenti vantino talora artisti o letterati insigni, e nazioni nella pienezza del loro rigoglio, filosofie e letterature mediocri. Furono questi appunto, come sappiamo, gli alterni casi di Roma antica e dell’Italia del Rinascimento.

Ma, per quanto non possa discorrersi in modo assoluto di decadenza dell’arte, della morale o della costituzione politica di ciascun popolo, le forme e gli istituti artistici, morali, politici non cessano per questo (così come il commercio, l’industria., la scienza ecc.) di poter divenire motivo di progresso o di regresso. Ciò avviene, ogni qualvolta essi investono con le loro conseguenze l’ordito dei rapporti sociali che li sorreggono ed alimentano, cooperando a rinsaldarlo o a disfarlo, a migliorarlo o a peggiorarlo.

E un altro dubbio è lecito formulare: — Esistono veramente, così come nel linguaggio corrente si ripete, delle cause, delle cause prime, di questo o di quel fenomeno sociale? —

Pur troppo, non ne esistono! Nello svolgimento della storia umana, non ci sono che fatti, niente altro che fatti, dei quali ciascuno è causa e conseguenza, conseguenza e causa, di circostanze impensate, e talora diversissime; anzi, ogni fatto è causa di altri fatti — di questa o di quella natura — che non va considerato isolatamente, ma va posto in determinate relazioni con fatti precedenti o contemporanei. La storia non è stasi; è un flusso perenne, infrenabile, di cui nessuna particella si può arrestare, ma in cui solo è lecito segnare qualche punto di riferimento, ciò che noi diciamo causa od effetto di questo o di quel fenomeno, successivo o precedente.