In tale senso — e non in altro — va dunque intesa ogni ricerca delle cause della grandezza o della decadenza di un popolo; entro tutte queste riserve va collocata la trama della indagine che tentiamo nelle pagine seguenti.
Ma un’altra difficoltà, propria della disamina che ci proponiamo, risiede non più nella poca chiarezza e nella difficoltà dei concetti guidatori della nostra indagine, ma nel materiale stesso. Moltissimi sono gli anelli che ci sfuggono della vita interna degli Stati greci; enorme il buio che incombe sui minori, sì da essere, in fondo, ridotti a conoscere, discretamente, solo la storia di Atene. Se non che tutto questo impaccia grandemente chi si sforzi di riesumare ciò che nel maggior numero di casi non è possibile — i più minuti particolari del passato —, non chi si studia di cogliere le direzioni generali secondo cui il passato si svolse. Chi a questo intende deve considerare le fonti storiche, specie se del mondo antico, come frammenti di un mondo scomparso, come rifiuti di un grande naufragio, di cui i flutti sospingono a caso alla riva sonante or questo or quell’altro detrito, ma di cui ciascuno è pregno di un significato, che oltrepassa il segno materiale da cui promana. Soltanto per riaccendere questa luce, per ricomporre l’insieme, per ricreare il clima storico, in cui quegli sparsi elementi furono cosa viva, bisognava, e bisogna, trarre da una più larga conoscenza storica, dalla pratica della vita tutte quelle nozioni, quelle suggestioni, quelle analogie, per cui il passato rivive, per cui soltanto è lecito scrivere di storia, e le quali sono (se ne divenga o no consapevoli) il presupposto necessario e fondamentale della storia.
«Per chiunque», scriveva un grandissimo storico moderno — J. G. Droysen — «non sa trovare dietro un fatto isolato la piramide delle condizioni, di cui esso è il culmine; per chi non riesce a scovrire nelle indicazioni fortuite la tela di connessioni e di presupposti, cui appartengono; per chi nella storia altro non vede che un mosaico di passi estratti dai testi relativi, per costui (ahimè!), essa rimane muta e infeconda come scheletro privo di vita».
Parole auree, che richiamano alla mente le altre, con le quali il massimo storico dell’evo antico accompagnava ai lettori l’opera sua, e che varrebbero la pena fossero gelosamente rammentate da tutti i filologuzzi e criticastri contemporanei: «Quanti s’illudono di poter conoscere la storia universale attraverso qualcuno soltanto dei suoi frammenti, sono simili a coloro che, per vedere le membra sparse di un organismo già ricco di energia e di bellezza, stimassero di averlo dinanzi nella sua piena attività di vivente. Sì che, qualora alcuno, ricomposto ad un tratto l’animale e ridonatolo alla forma originaria ed alla vita, tornasse loro a mostrarlo, io non ho dubbio, converrebbero tutti d’essere stati tanto remoti dal vero quanto chi sogna è lungi dalla realtà. È possibile formarsi dalle parti un’idea approssimativa del tutto; non è possibile averne scienza e cognizione sicura. Perchè si deve tenere ben fermo che ogni notizia parziale contribuisce alla intelligenza del tutto; ma questa si può solo conseguire dalla connessione e dalla comparazione, dal rilievo delle somiglianze, e delle differenze, di tutte le parti fra loro: solo chi studia in tal modo può dalla storia ritrarre giovamento e diletto»[6].
Note all’Introduzione.
[1]. F. De Sanctis, L’uomo del Guicciardini, in Saggi critici, Milano, Treves, 1914, III, p. 34.
[2]. Mi riferisco specialmente al Fustel de Coulanges e al suo Polybe ou la Grèce conquise par les Romains, in Questions historiques, Paris, Hachette, 1893, p. 121 sgg.
[3]. Si cfr. la polemica di Giuliano l’Apostata contro i Cristiani circa la teorica degli Dei nazionali: Julian., Contra Christian., 115 sgg.; 238 D, ed. Neumann.
[4]. Una ottima trattazione di carattere storico sull’idea di progresso, presso antichi e moderni, è contenuta in I. B. Bury, The idea of progress, an inquiry in to its origin and growth, London, Macmillan, 1920. Ma l’antitesi fra le due concezioni, antica e moderna, era stata, prima ancora, colta e sviluppata egregiamente da G. Ferrero, Tra i due mondi, Milano, Treves, 1913.
[5]. C. Barbagallo, Il materialismo storico, Milano, «Fed. it. Bibl. popolari», 1916, p. 107.