[6]. Polibio, I, 4. 7-11.
CAPITOLO PRIMO. LA SCHIAVITÙ E L’ANTICA SOCIETÀ ELLENICA
La schiavitù e la sua importanza storica.
Il primo dei molti problemi, che un’associazione di uomini, regolarmente costituita, deve risolvere, è quello della produzione materiale. Non che tale sia il fine più nobile, fra i molti, cui la vita umana possa tendere, ma è certo quello che condiziona tutti gli altri, ed essa ha, in ogni società, l’identica importanza che il bilancio domestico in una famiglia, che il bilancio pubblico in uno Stato. Fortunato quel popolo che, avendo risolto felicemente il problema della sua produzione, riesce, così facendo, a rendere possibile la sua esistenza sociale! Esso avrà conquistato la forza di attraversare incolume i rischi più terribili, che talora si abbattono sulla vita delle nazioni; avrà trovato il segreto di dominarli o di superarli. Quella società, invece, che a ciò non avrà saputo provvedere, quali che siano le aspirazioni ideali della sua maggioranza o delle sue minoranze elette, non potrà non finire, scivolando lentamente nella decadenza o precipitando d’un balzo nella catastrofe.
Così, ripetiamo, avviene nella vita dei singoli; così in quella delle nazioni. Se dunque noi vogliamo riuscire a cogliere le cause prime della grandezza o della decadenza dei popoli, noi dobbiamo anzitutto sforzarci di mettere la mano sulla loro speciale forma di produzione e intenderne il meccanismo, i vantaggi, i difetti: quello che, in una, parola, li mette in grado di vivere e di trionfare nella gara universale.
Or bene, il mondo antico — e quindi anche la Grecia — poggiarono sulla pietra angolare della schiavitù. Lo schiavo, o, meglio, il lavoratore non libero, fu al tempo stesso lo strumento e il motore animato dell’agricoltura, dell’industria e del commercio antico. Lavoravano anche i liberi, ma in proporzione assai più piccola e (salvo in tempi o in regimi economici relativamente progrediti) con una capacità e una versatilità infinitamente minori di oggi. Il fenomeno della schiavitù, nel mondo antico, è stato più volte, troppe volte, oggetto di aspre requisitorie morali, di condanne violente per le società che si acconciarono ad adottarla. In realtà la schiavitù fu, nè più nè meno, che uno dei tanti mezzi, per cui l’uomo, attraverso i tempi, si è sforzato di risolvere (solo parzialmente riuscendovi) il problema della sua esistenza materiale. In quella fase dell’età prima di ciascun popolo, in cui le braccia di una sola gente o di una sola tribù non furono più bastevoli alla coltura del suolo, alla difesa dagli aggressori esterni, alla produzione di tutti gli oggetti occorrenti alla vita: in tempi, nei quali nessuno dei mezzi, che oggi valgono ad allettare e fissare il lavoro dei liberi, riesciva praticamente efficace, laddove le guerre, continue fra minuscoli aggregati sociali, fornivano in abbondanza le braccia pel lavoro servile, gli uomini ebbero il merito insigne di rivolgere a scopi utili questa somma non indifferente di energie, che il caso poneva a loro disposizione, su territori sconfinati, talora in gran parte sterili. Per tal via la schiavitù segnò una delle prime forme dell’umano lavoro e divenne strumento efficace di produzione e di accrescimento della ricchezza.
Essa segnò la prima separazione di funzioni nella società primitiva; essa permise la divisione del lavoro sociale, e, nel lavoro stesso, una distribuzione particolare di energie e di attitudini; soprattutto, essa rese possibile due fatti, che in seguito dovevano assumere la più alta importanza: in primo, la separazione di una classe guerriera da una classe produttrice, il che rese possibile la formazione di grandi Stati, invece delle atomiche tribù primitive; in secondo, l’abito metodico e costante al lavoro, ossia la possibilità della produzione di beni e di ricchezze, che servissero a qualcosa di più complesso e di più alto della soddisfazione dei bisogni elementari ed immediati dell’individuo. Questa la grande funzione storica della schiavitù primitiva![7].
Pur troppo, come avviene di tutte le forze che si sviluppano in seno alla vita e alla storia, anch’essa, la schiavitù, andò col tempo svolgendo ed emanando da sè medesima un’influenza nociva all’ambiente sociale, in cui era posta e viveva, un’azione contraria allo sviluppo economico, che essa aveva saputo suscitare. Tali conseguenze si andarono aggravando con l’incalzare dei secoli. Studiare quindi, nella Grecia antica, la forma del lavoro servile, la sua natura, la sua portata, le sue conseguenze — in una parola, la sua crisi, e le crisi sociali, ch’essa andò man mano determinando nei vari dominî dell’industria, del commercio — significa penetrare nel mistero della sua vita spirituale: così oggi studiare le crisi del regime di quel libero salariato, che s’inaugurò nel mondo nei secoli XIV-XV, significa risalire alle origini prime della più grande fra le tragedie materiali e morali, che travagliano la civiltà contemporanea dei due mondi.
La popolazione schiava in Grecia.
A tal fine, ossia al fine di formarsi un’idea esatta del peso che la schiavitù esercitò nella vita sociale ellenica, noi brameremmo vivamente conoscere il rapporto numerico fra la popolazione libera e la servile, e quello dell’una e dall’altra, con la superficie, la produzione, l’importazione ecc., nei singoli Paesi della grande nazione.