Pur troppo, assai esigua è la copia dei dati, di cui possiamo disporre, e soltanto nei rispetti più superficiali e più generici del problema. Secondo i calcoli più noti e più accreditati del Beloch[8], i rapporti fra popolazione libera e popolazione schiava, nei Paesi greci di cui meglio siamo informati, e nel periodo più luminoso di quella storia, ossia a mezzo il secolo V, sarebbero i seguenti:
| Superficie in km2 | Popolaz. libera | Schiavi | Pop. relat. per km2 | Pop. fra lib. e sch. | |
| Argolide (insieme con Egina e Corinto) | 4185 | 165.000 | 175.000 | 78 | 1:1,09 |
| Attica | 2647 | 135.000 | 100.000 | 89 | 1,35:1 |
| Megaride | 470 | 20.000 | 20.000 | 88 | 1:1 |
| Beozia | 2580 | 100.000 | 50.000 | 58 | 2:1 |
| Eubea | 3592,3 | 40.000 | 20.000 | 17 | 2:1 |
| Cicladi | 2701,4 | 80.000 | 50.000 | 48 | 1,60:1 |
| Corcira | 770,6 | 30.000 | 40.000 | 91 | 1:1,33 |
Ma si tratta di cifre, diremo così, morte, ossia di cifre, in buona parte lambiccate su ragionamenti critici d’incertissime fondamenta, e attraverso le quali non si distinguono le forme diverse di lavoro, cui le centinaia di migliaia di schiavi della Grecia antica attendevano. Una immagine più viva della realtà è forse preferibile attingere dalle genetiche valutazioni degli antichi scrittori, o fissando l’attenzione sulla natura di talune delle aziende — agricole, industriali, commerciali — della cui memoria il tempo edace non volle, come di solito, privarci.
In genere, la grande proprietà, in Grecia, non impiegava schiavi, ma servi della gleba, del cui infelice regime avremo ad occuparci in altro capitolo del presente volume. Ma impiegava anche schiavi, e di schiavi si servivano la media e la piccola proprietà. Nella classica operetta di Senofonte, l’Economico, tutto il personale degli addetti al lavoro dei campi è, quasi per definizione, concepito come schiavo. Schiavo è di regola il direttore dell’azienda, e schiavi sono gli operai, fra cui il padrone del fondo deve ogni giorno recarsi, con cui gli tocca dividere la fatica, intellettuale e morale, se non precisamente quella materiale delle braccia, e a cui, a tempo e luogo, egli impartisce lodi, incitamenti, castighi. Allorchè, nella terza fase della Guerra del Peloponneso, gli Spartani occuparono Decelea, piantando così una spina nel cuore dell’Attica — quella spina che Atene non riuscirà più a svellere dalle proprie carni — ben 20.000 schiavi lasciarono i lavori quotidiani, ed erano in buona parte fuggiaschi dai campi e dal duro ufficio della custodia del bestiame[9]. Ogni fondo, piccolo o grande, aveva i suoi schiavi[10]. La Beozia, paese eminentemente agricolo e punto industriale, contava una cospicua popolazione servile, la quale andò crescendo sensibilmente dal V al IV secolo di C.; e schiavi anche, almeno nel IV secolo, c’erano in Locride e in Focide, dove Mnasone di Elatea cominciò col possederne da solo circa un migliaio[11], con grande scandalo dei suoi concittadini, memori delle antiche, libere tradizioni locali. La conclusione, possibile a ricavare da tanti elementi, è questa: che in Grecia «esisteva una massa enorme di schiavi impiegati nell’agricoltura»[12].
Non meno numeroso era il personale servile richiesto dall’industria ellenica. Lo schiavo dava moto e vita, non solo alle aziende di una certa importanza, ma anche all’umile lavoro dell’artigiano; non solo alla grande, ma anche alla piccola e alla piccolissima industria. In Atene l’officina dell’oratore Lisia e del fratel suo contavano all’incirca 120 schiavi fabbroferrai; quella dell’oratore Demostene, 20 schiavi ebanisti e 33 fabbricatori di armi. Altre officine dovevano essere più piccole. Una fabbrica di scarpe — quella di Timarco — non superava i 9 o 10 schiavi; v’era chi possedeva un unico schiavo, quale suo umile aiutante. E sono gli schiavi a lavorare il ferro e il bronzo, a fabbricare passamanerie e strumenti musicali, a conciare pelli, a preparare droghe e profumi[13].
Uno dei campi più notevoli di applicazione del lavoro servile è l’estrazione del metallo dalle miniere e la sua prima lavorazione. Tutte le dure fatiche minerarie sono compiute da schiavi, e nell’Attica i concessionari per l’estrazione e per la prima lavorazione dell’argento del Laurium disponevano chi di 50, chi di 300, chi di 600, chi di ben 1000 schiavi[14].
Lo Stato intraprende talora grandiose costruzioni pubbliche. Uno degli scopi principali ne è quello di dar lavoro e pane all’irrequieto proletariato delle grandi città. Ma anche le imprese, iniziate dallo Stato, o che si fanno per suo conto, impiegano schiavi. Dai conti, che ancora possediamo, di lavori pubblici nell’Attica, si rileva come gli schiavi si ritrovino in ogni specie di attività manuale, qualificata o no, ma certo, particolarmente, in quelle più facili e più grossolane. Di 38 lavoratori della pietra, addetti alla costruzione dell’Erechteion, in Atene, almeno 15 sono certamente schiavi[15]. Altri schiavi figurano nei conti relativi ai lavori di un santuario a Cerere e Proserpina in Eleusi, nei conti dell’Eleusinion in Atene, non che nei lavori del Portico così detto di Filone[16]. E schiavi sono in prevalenza — forse 10 contro 1 — i lavoratori del Didymeion di Mileto, nella prima metà del secolo III a. C.[17].
Anche nel commercio greco gli schiavi hanno la loro grande parte. È probabile che, quali mercanti, figurino in intraprese pubbliche, per esempio, nei lavori relativi all’Erechteion, al Santuario di Eleusi e all’Eleusinion ad Atene[18]; ma è certo che essi figuravano come impiegati, come dirigenti, e perfino come associati nel commercio privato e nelle piccole industrie bancarie dell’Atene classica. La conclusione possibile a ricavare da tanti elementi, è ancora una volta questa: che nell’Ellade classica, in seno all’industria, al commercio, alla banca, l’elemento servile fu preponderante sull’elemento libero, e che, in genere, la popolazione schiava, di fronte a quella libera, se non strabocchevole, come nel mondo orientale e romano, non fu certo esigua; onde i suoi gravi effetti, se non sterminati come in altre età e presso altri popoli, non mancarono di riuscire sensibili.
Improduttività e costosità del lavoro servile.
La prima delle perniciose ripercussioni economiche della schiavitù era la seguente: gli schiavi, mentre da un lato offrivano a chi li possedeva e faceva lavorare, un margine minimo di reddito netto, minacciavano, dall’altro, di stazionarietà o di regresso le sorti della produzione ad essi affidata, e la restante popolazione, dei danni non lievi di una concorrenza spietata e di un prodotto scarso e relativamente costoso.