Non meno odioso era il lato morale della giurisdizione, che poneva i sudditi di Atene come sotto una perenne tutela. Quando si pensa che al potere giudiziario sono affidate la sanzione e la norma di tutti gli atti della vita sociale di un popolo, che ad esso si collegano quistioni altissime d’interesse economico e politico, e che nell’evo antico la giustizia invadeva campi più gelosi e funzioni più vitali che nel mondo odierno — i frequenti grandiosi dibattimenti, in cui l’esilio o la perdita del capo e delle sostanze era, da parte d’intere classi sociali, la sorte consueta, valgono per tutti —, si capisce come disporre della vita giudiziaria d’una nazione equivalesse senz’altro all’esercizio di una tirannide quasi illimitata.
Soggezione politica.
Ma non era la sola vita giudiziaria a subire il controllo e la signoria di Atene. La misura della libertà e dei diritti politici, da questa lasciata ai soggetti, rimaneva — come il loro danaro, come la giustizia — al buon grado dell’opportunità della concessione e del momento; e dacchè essa era la suprema dominatrice, i suoi cittadini si ritenevano in diritto della riconoscenza degli alleati pel solo fatto di non averli privati di beni maggiori[310].
Di tutto ciò noi non possediamo che accenni, ma essi sono troppo eloquenti per non illuminarci della dura realtà. Perchè l’alleanza e la sudditanza riescissero perfette, e non dessero luogo ad attriti troppo frequenti, Atene credeva opportuno determinare a priori la costituzione delle città a lei confederate, ossia abbattervi i governi oligarchici e inaugurarvi governi democratici[311]. Certo, questi ultimi avevano con il regime ateniese profonde affinità di aspirazioni sociali, ma venivano di regola a trovarsi in crudele conflitto con la natura organica di quelle società così violentemente turbate. Nè i particolari della terribile operazione erano semplici e piani. Occorreva spogliare del governo coloro che lo possedevano, decretarne, o farne decretare, l’esilio e, con l’esilio, la confisca dei beni; poi spartirne le sostanze tra gli avversari e tra gli improvvisati amici dell’ultima ora[312]. L’opera non era ancora finita. Il nuovo assetto politico andava regolato e studiosamente sorvegliato; il che dava luogo a ulteriori, fastidiosissime, minute disposizioni[313]. Talora la libertà dell’ordinamento politico era un dono che Atene dichiarava esplicitamente di largire[314] per ritoglierlo, quando le se ne porgessero facili il destro e l’occasione[315]. E in ogni modo la sua costante divisa sarà sempre che «per un tiranno, come per una città a capo di un impero, l’utile dev’essere l’unico criterio logico dei propri atti»[316].
La inframmettenza ateniese sapeva ricercare vie più intime e segrete.
Atene spediva presso gli alleati — nè l’amara esperienza della prima Confederazione era riescita a farla accorta del danno che con questo arrecava a sè medesima[317] — suoi commissari in qualità di magistrati, paragonabili (crede bene avvertirci un antico) agli odiati armosti spartani[318], nonchè degli esosi ufficiali d’ispezione[319]; richiedeva ostaggi, imponeva disarmi[320], e, in tempo di guerra, o, magari, di pace[321], guarnigioni militari, formate di vagabondi e di mercenari, che l’istinto e i bisogni eccitavano in gara al bottino, e comandate da ufficiali con piena licenza di insolentire contro coloro ch’essi avrebbero dovuto proteggere[322].
La vanità della così detta autonomia degli alleati ateniesi si palesava in quegli stessi ordini di affari, che riguardavano i loro più delicati rapporti politici con Atene. Che ciò sia avvenuto fin dalla prima Confederazione ateniese è ormai fuori dubbio, ma la seconda non se ne rese meno colpevole. Questa poteva dirsi costituita da una diarchia, rappresentata per un verso dal Comitato federale, e, per un altro, dall’assemblea popolare della città egemone. Ma le decisioni del primo non avevano che un semplice valore platonico; toccava al demo, ossia al popolo ateniese, confermarle o rigettarle inappellabilmente[323], con quanta soddisfazione degl’interessi comuni è facile immaginare.
Se tanto Atene si permetteva nella vita interna dei suoi alleati, assai maggiori dovevano essere i suoi arbitrii su quanto concerneva la loro politica estera, la parte più sensibile della vita delle nazioni[324]. E la cosa era questa volta perfettamente naturale. Ogni alleanza implica per definizione una limitazione della indipendenza dei rapporti esterni degli Stati, che vengono a comporla; tanto più se quest’alleanza è niente altro che la larvata o aperta egemonia di un grande Stato su molti staterelli minori. Il primo potrà concedere a questi ultimi le più ampie libertà di regime interno; ma dovrà con polso fermo impedire che i suoi sedicenti alleati orientino le loro amicizie o i loro odî in modo differente di come esso abbia a desiderare. Ancor meno potrà consentire che, in seno al suo impero, si formino pericolose Confederazioni minori, naturalmente destinate a rafforzare le città soggette nei loro eventuali contrasti con la città dominatrice. Ogni città egemone vuole trattare singolarmente con ciascuno dei sudditi, non con gruppi di nazioni confederate. Così accadde nella Repubblica romana; così nel mondo medioevale; così segue nel mondo moderno; così seguì in seno alla Confederazione marittima ateniese. E poichè, naturalmente, lo sforzo supremo degli Stati dipendenti fu sempre quello di reagire e di coalizzarsi a tale scopo, ne seguirono periodiche violenze, alterne repressioni, di cui ciascuna segnò il ricorrere di nuove amarezze e di nuove umiliazioni.
I mali, inevitabilmente connessi con l’impero di Atene, venivano considerevolmente aggravati dalla malvagità che gli uomini ponevano nell’esercitarlo. La fedeltà o l’infedeltà degli alleati erano, a tale proposito, un argomento magnifico, che la fungaia dei politici o dei politicanti sfruttava a proprio vantaggio, tal quale come, fra i cittadini, il patriottismo e l’antipatriottismo formavano materia inesausta di guadagni per il numeroso, famelico stuolo dei sicofanti. Gli oratori ateniesi, racconta un personaggio di Aristofane, «estorcono alle città ben 50 talenti, ponendo il minaccioso dilemma: — O voi versate i tributi, o io tuonerò perchè la vostra città sia rovesciata dalle fondamenta.... — ». E gli alleati, atterriti «recano loro doni: vasi ricolmi di pesci salati, vino, tappeti, formaggi, miele, sesamo, guanciali, anfore, vesti, corone, monili, tazze ed ogni ben di Dio....»[325]. «E allorchè», soggiunge altrove malinconicamente il poeta, durante la guerra «la dea della Pace, per amore di questa terra, accennava a far capolino.... [gli oratori] assalivano gli alleati più ricchi, accusandoli di favoreggiare i nostri nemici.... E quelli, consapevoli dei mali che loro sarebbero toccati, si affaticavano a turare con l’oro la bocca di quanti arricchivano col maltrattarli....»[326].