Il suo «libero» federalismo era stato, per lunghi anni, la bandiera ch’essa avea sventolata contro la invisa gloria di Atene, la quale pur tuttavia non contava nel suo passato il triplice sterminio della Messenia. Nel 432, allorchè i Corinzi l’avevano invitata a mettersi alla testa della guerra per il riscatto della Grecia dalla tirannide ateniese[345], Sparta aveva fatto sapere alla sua rivale che avrebbe potuto continuare nella pace solo nel caso che ai Greci, gementi sotto la sua tirannide, venisse restituita l’indipendenza[346]. «La vostra richiesta di autonomia — ripeteva poco più tardi, nel 429, il re spartano, Archidamo, ai Plateesi — è pienamente giustificata. Secondo il re Pausania vi concesse, vivete pure liberi e aiutateci a liberare quanti, affrontando gli stessi vostri pericoli, fecero lo stesso vostro giuramento, e ora sono soggetti agli Ateniesi! Tutto questo apparato di guerra è per la libertà loro e per quella degli altri. Se voi volete parteciparvi, rimanete fedeli al giuramento; se no, state paghi di ciò a cui vi invitammo, e conservate pure le cose vostre e rimanete neutrali, e ricevete l’amicizia di ambo le parti, non mai, però, per forza d’armi. Questo a noi basta»[347].

Le libere parole di Archidamo ricevono un’autorevole conferma dal discorso, che nel 424 il generale spartano Brasida rivolgerà agli antichi alleati ateniesi della penisola tracica: «Io sono qui, non pel vostro danno, ma per la liberazione dei Greci. I magistrati spartani mi hanno giurato nella forma più solenne che tutti gli alleati che procurerò loro resteranno indipendenti....»; «io non vengo per fare gl’interessi di una fazione locale o per rovesciare la vostra costituzione, giacchè una indipendenza di questo genere sarebbe più intollerabile del dominio straniero». Noi sappiamo che, se v’ingannassimo, «ci attireremmo censure più severe di quelle meritate dagli Ateniesi, che non hanno mai fatto dichiarazioni di libertà, giacchè, per chi sta in alto, accrescere la propria potenza con l’inganno specioso è colpa maggiore dell’aperta violenza»[348].

Non si sarebbe detto, ma non passeranno molti anni, che le chiare promesse e i solenni giuramenti di Sparta avranno subìto la più categorica delle smentite, e Atene godrà della vendetta più allegra, se non più meritata.

Le dure prove della lunga Guerra peloponnesiaca, le ripetute devastazioni del territorio nazionale, le perdite di uomini e di denari, i debiti contratti, l’orgoglio e la baldanza, ispirati dalla vittoria, non mancarono di produrre i loro effetti naturali.

Già le prime durezze e i primi malcontenti erano cominciati in sullo scorcio della guerra. Nell’anno in cui il così detto trattato di Nicia sembrava per un momento pacificare il confuso mondo ellenico, nel 421, diciamo, l’antico blocco delle forze peloponnesiache si incrinava; la fedeltà di Corinto, la città maggiormente responsabile della guerra testè chiusa, balenava, e subito dopo Atene riusciva a trovare alleati nell’Elide e in Arcadia. L’esercizio dell’impero era tornato molesto. Ma non si trattava che di un mite esordio. Appena la battaglia di Egospotamòs ebbe rovesciata al suolo la potenza di Atene, il generale spartano Lisandro si affrettava a percorrere tutte le isole e le città litoranee dell’Egeo, provocando ovunque quei tali rivolgimenti delle antiche costituzioni, la cui sola possibilità Brasida aveva, venti anni prima, smentita, sostituendo alle preesistenti democrazie delle feroci oligarchie, introducendo guarnigioni spartane[349], imponendo un tributo doppio di quello ateniese[350], negando agli alleati di ieri i frutti della comune guerra, lunga e sanguinosa.

Il governo così detto de I Trenta in Atene (404-403) è l’esempio più significativo dell’immane tormenta, in cui Sparta travolse la vita di tutti i Paesi dell’Egeo. Gli alleati di Atene s’erano una volta, presso Sparta, lagnati della durezza della loro città egemone. «Se un giorno», aveva malinconicamente replicato un ambasciatore ateniese, «il nostro impero venisse a passare in mani altrui, il confronto metterà tosto in evidenza con quanta moderazione noi ne usavamo»[351]. L’infausto presagio non poteva attendere conferma più solenne!

Le oligarchie imposte da Lisandro, che sconvolgono tutti i naturali processi storici delle città dominate, sfogano adesso la più crudele vendetta contro gli antichi avversari. Si perpetrano arresti, esecuzioni — illegali, magari rispetto alle nuove norme di governo —, confische, esilî, per vendetta e per ingordigia, sui cittadini e sugli stranieri, da parte di pubblici ufficiali e da parte di privati[352]. Si disarmano i liberi, si drizzano liste di proscrizione, si violentano i fanciulli e le donne.... È l’impero incontrastato della ferocia, del sangue, della lussuria, che uno dei maggiori colpevoli giustificherà con un argomento, che, venti e più secoli di poi, ricorre sulla bocca inconsapevole di un terrorista francese: «La nave della rivoluzione non si conduce in porto se non su flutti di sangue»[353]. I cittadini disperati preferiscono la morte a tanta ignominia[354]. Perfino Sparta ha un attimo di pudore; per un istante inorridisce di se medesima, e, poco dopo il 404, riprova la condotta del generale, ch’era stato il classico interprete del suo novello imperialismo[355], consentendo alle città alleate di ristabilire gli antichi governi[356]. Ma non si trattava che del ravvedimento di un’ora, e la politica di Lisandro verrà poco di poi trionfalmente ripresa da Agesilao[357].

Fin dove la misura poteva essere colma, essa lo fu. «Gli Spartani», dirà Isocrate, «non hanno lasciato a chi voglia in avvenire peccare, mezzo alcuno di superarli.... Quale iniquità non perpetuarono? Quale turpitudine o quale atrocità non commisero? Largirono la propria fiducia ai quotidiani violatori delle leggi; onorarono i traditori non altrimenti che benefattori.... circondarono di affetto più che paterno i sicari dei propri concittadini.... Ci gravarono da tanta moltitudine di mali, sì da impietrare l’animo di noi tutti, sì da farci impassibili allo strazio degli altri», «sì da non lasciarci più il tempo di dolercene». «Niuno sfuggì ai loro colpi; niuno potè tenersi tanto lontano dalla vita pubblica, da sfuggire ai pericoli, in cui essi ci precipitarono.... In tre mesi hanno mandato a morte senza processo un numero di cittadini maggiore di quelli che Atene non citò in giudizio per tutto il tempo della sua supremazia.... I corsari tengono la signoria del mare; i mercenari, quella delle città. I cittadini, in luogo di combattere per la patria contro i nemici, si accaniscono fra loro entro la cerchia delle proprie mura. Il numero delle città fatte schiave si è moltiplicato, e il turbamento quotidiano di tutti gli ordini civili ha fatto sì che stiano meglio quelli che stanno peggio: gli esuli, piuttosto che i rimasti in patria.... Talune delle città sono state distrutte, altre sono divenute preda di barbari.... Gli Spartani un tempo protestavano altamente contro il nostro legittimo impero su qualche città; oggi non curano la turba degli schiavi ch’essi hanno fatti. Oggi non basta pagare tributo e vedere le propine fortezze in mano ai nemici; oggi le pubbliche calamità non sono iattura sufficiente; oggi i nuovi sudditi patiscono, sul loro corpo, trattamenti più duri di quelli dei nostri schiavi mercenari.... E per colmo di miseria costoro si vedono costretti a militare con gli Spartani in difesa del proprio servaggio, costretti a combattere contro chi vuol essere libero; sì che, se saranno vinti, tosto dovranno perire; se vincitori, precipiteranno in una schiavitù peggiore della presente....»[358].

Isocrate non è il solo a parlarci così; nè queste sue parole sono dettate dal suo naturale pacifismo. I metodi spartani vengono concordemente stigmatizzati da tutti gli storici, da tutti gli oratori del tempo. La prova più palpabile delle colpe di Sparta, nell’esercizio dell’impero in Grecia, è data dalla fulminea rivoluzione di sentimenti che quella condotta ebbe a provocare, sì che, appena pochi mesi dopo, quelli stessi che l’avevano acclamata liberatrice le si rivoltavano contro furiosi. La rivoluzione degli spiriti precedeva la rivoluzione dei fatti, e, nel 394, il crollo dell’impero marittimo spartano, dopo dieci anni di strazio e di dolore, preannunziava la fine prossima dell’antico impero terrestre. In quei giorni l’impopolarità e l’odio erano giunti a tale, che la sola notizia della disfatta di Cnido bastava a rendere inscongiurabile la fuga degli armosti spartani da tutte le isole ch’essi avevano crudelmente tiranneggiate. L’ateniese Conone e il persiano Farnabazo s’erano visti accolti dovunque come liberatori, e la nuova opera di restaurazione poteva compiersi senza spargimento di sangue.

Ma se tale era stata la febbre della liberazione in gente, che il giogo spartano aveva sperimentato solo per pochi anni, quale non fu più tardi l’entusiasmo del Peloponneso all’annuncio del piegare di Sparta sotto l’urto delle vittorie tebane! Anche sul Peloponneso la vittoria di Egospotamòs e, più tardi ancora, la pace di Antalcida, avevano fatto passare le raffiche della reazione. L’Elide era stata invasa e messa a ferro e a fuoco; Argo, Corinto, Fliunte, soggette a degli armosti; gli alleati tutti, non che esclusi dai vantaggi della guerra, citati senza testimoni e senza difesa a comparire in un giudizio, che porrà capo allo smembramento della grande Mantinea[359]: esempio insigne dei criterî dell’alta politica spartana, che mirava egualmente ad infrangere le federazioni e a polverizzare in villaggi le città maggiori. Senofonte narrerà che quell’esecuzione era stata accolta con favore da buona parte dei cittadini[360]. Ma qualche anno dopo, alla notizia della sconfitta spartana di Leuttra, i «soddisfatti» adottano unanimi la proposta di restaurare la città e l’antica unione politica, e una folla di esuli e di cittadini accorre da ogni parte ad offrire l’aiuto materiale delle proprie braccia. Gli Elèi spediscono trenta talenti. Sparta pregherà invano che non le venga inflitta l’onta di sì umiliante disprezzo; invano prometterà il suo rapido consenso. I Mantinei rispondono ch’è troppo tardi e che più non è il caso di consentire a sì mite richiesta[361].