Ma che dire del visibilio di gioia, da cui il Peloponneso fu percorso alla prima invasione di Epaminonda e alla proposta della fondazione, non diremo di Megalopoli, ma di Messene? L’ora tragica della metropoli crudele, che aveva insolentito contro sudditi e contro alleati, che ne aveva disertato le città con le sedizioni, che le aveva inondate di sangue, che — senza rispetto per avversari o per amici — aveva saccheggiato l’Asia, infestato le isole, spento le repubbliche della Magna Grecia, seminato di tirannidi l’Ellade, straziato persino il fedele Peloponneso, era finalmente sonata. Quel grande giorno doveva essere consacrato dalla risurrezione della terra che più essa aveva insanguinata: la Messenia. Perciò fu deliberata la fondazione della città di Messene. L’opera venne fatta precedere da sacrifizi solenni a tutti gli Dei, agli eroi e alle eroine della infelice nazione, perchè discendessero in ispirito a rioccupare l’antica loro sede. Il circuito fu segnato e le prime pietre deposte al suono di liuti e di canti. Eseguivano e diligevano il lavoro i migliori operai ed i migliori architetti, invocati da tutta la Grecia, e pareva che, non una città risorgesse, ma che la Libertà ridiscesa in terra celebrasse la sua apoteosi.
Ma già le raffiche dell’imperialismo spartano, come di qualsiasi imperialismo, erano, fatalmente, tornate a rimbalzare sulla nazione che le aveva scatenate. «Gli Dei», esordisce malinconicamente il non sospetto Senofonte, «gli Dei non dimenticarono nè gli empi, nè gli scellerati, e Sparta che aveva giurato libertà per tutti, ma aveva tenuto in suo potere la cittadella dei Tebani; Sparta, fin allora non mai umiliata da alcun mortale, venne punita solo per mano di coloro che essa aveva violentati»: i Tebani[362].
Ma noi sappiamo come Tebe non fosse che lo strumento inconsapevole di un destino più alto e più implacabile. Non essa ferì a morte la potenza spartana, ma quell’imperialismo, che, con la ricchezza di cui era stato apportatore, rovesciò le basi dell’antica società lacedemone. Noi conosciamo in modo positivo il lento processo di tanto rivolgimento[363]. Gli antichi, in forma meno perspicua, ma non per questo meno sicura, ebbero egualmente l’impressione del fatto grave e incontestabile. «Erra», scriverà Isocrate, «chi [all’episodio della disfatta di Leuttra] attribuisce la causa della decadenza degli Spartani. Non per questa sciagura, ma per le colpe degli anni precedenti, essi furono vinti e costretti a combattere per la propria esistenza. Non si devono trasferire le cagioni dei mali agli eventi che seguirono dopo; non bisogna riportarli alle colpe originarie, che determinarono le sciagure successive. Vera e prima origine di ogni loro sciagura fu il dominio del mare. Esso dette agli Spartani una potenza non mai veduta»; onde «l’intemperanza nell’usarne finì con far loro perdere anche l’impero terrestre. Immemori dei patrii costumi e delle antiche istituzioni, stimando lecito fare tutto quello che loro fosse talentato, precipitarono in gravi frangenti. Non intesero quale pericolosa Sirena si fosse codesta sovranità da tutti vagheggiata, nè come riesca difficile, a chi una volta assapora la dolce ebbrezza del suo amore, non finire con l’impazzarne del tutto!»[364].
L’imperialismo tebano.
Tebe è la terza fra le città elleniche, le quali, dopo avere, al pari di Atene e di Sparta, per lunghi anni tiranneggiato nell’àmbito della propria contrada, pervennero per un istante a conseguire un impero, che fu tra i maggiori della Grecia. Pur troppo, le condizioni del suo dominio riuscirono singolarmente oppressive, chè, se Atene e Sparta avevano, per qualche tempo, governato senza suscitare malcontenti, i rapporti di Tebe con quelle che essa diceva sue proprie colonie, ci si disegnano in un perenne incrociarsi di odî e di violenze.
La costituzione dell’impero tebano non sembrava, in astratto, peggiore di quella ateniese. In sui primi del IV sec. a. C., la Beozia era distribuita in undici distretti, di cui ciascuno mandava al Comitato direttivo della lega, un beotarca e al Consiglio federale, 60 bulenti; versava imposte, forniva contributi militari pari ad 1⁄11 dell’ammontare totale, ed eleggeva, con lo stesso sistema, i giudici del tribunale federale, incaricato di discutere le cause di una certa importanza, riguardanti i cittadini di ognuna delle città alleate[365].
Tale la costituzione della Beozia nella prima metà del secolo IV a. C. e, salvo particolari insignificanti, in tutto l’agitato periodo che vi precedette. Ma, bisogna guardare un po’ più a fondo per accorgersi che cosa in realtà si fosse questa apparente eguaglianza di diritti e di doveri fra Tebe e le altre città alleate. Ogni distretto non rappresentava una sola cittadina beotica, ma poteva comprenderne due o tre insieme; così come Tebe, col più vasto territorio a lei direttamente soggetto, formava ben quattro distretti. In seno, dunque, a tutti gli organi della lega, talune cittadine valevano per 1⁄2 o per 1⁄3, mentre Tebe val sempre per quattro. Essa, quindi, dispone di assai più beotarchi, buleuti, giudici, milizie che non ciascuna delle sue consorelle, e ha tutti i mezzi, legali e materiali, per esercitare su di esse il suo potere quasi assoluto. Tebe manda al senato della lega 240 buleuti; Orcomeno ne porta 60; Tisbe, 40; Aliarto solo 20; Tebe dispone di 4400 soldati; Coronea di soli 370 all’incirca[366]. In conseguenza la celebrata parità di poteri scomparisce, e, in seno alla lega, le città beotiche si trovano di fronte a Tebe nelle identiche condizioni in cui si trovarono, dinanzi alle consorelle maggiori, le minori colonie inglesi dell’America del nord dopo la prima costituzione del 1781, e innanzi il felice compromesso del 1787.
Per giunta il governo centrale della lega, in cui Tebe si è fatta la parte del leone, non è soltanto un potere esclusivamente federale. Esso, che ne ha la forza, ama talora invadere il campo riservato degli affari interni delle singole città[367] e, come Sparta, come Atene, rivolgerne violentemente la costituzione[368]. Per giunta, la parola decisiva negli affari più importanti tocca all’assemblea federale beotica[369], alla quale i cittadini dei lontani municipi della Beozia potevano assai di rado partecipare, o, se anche vi partecipavano, erano, come avveniva in Atene, sommersi dalla popolazione urbana della capitale, entro le cui mura l’assemblea aveva luogo. I Tebani non fecero mai mistero di questa loro ambizione di dominare la lega, di esserne gli egemoni, come Atene lo era stata della sua federazione marittima, come Sparta — fu il loro preferito paragone[370] — lo era del Peloponneso; della loro volontà, in una parola, di trasformare la lega beotica in un impero tebano. Le cittadine beotiche, salvo Tebe, sarebbero terre pericche[371], così come lo è tutta un’ampia zona della Laconia spartana. Per occhi tebani Platea ha il grave torto di non lasciarsi guidare e dominare (ἡγεμονεύεσθαι) da Tebe[372]. Ma la più clamorosa manifestazione del pensiero politico tebano si ebbe nel duplice, storico duello tra gli ambasciatori di Tebe e i plenipotenziari di Sparta nelle trattative, che precedettero la pace di Antalcida (387)[373], e in quelle tenute a Sparta, che misero capo alla battaglia di Leuttra (371). L’una e l’altra volta la tesi spartana fu per l’autonomia di tutte le cittadine beotiche. Ma i plenipotenziari tebani al convegno di Sparta (il loro autorevolissimo capo fu questa volta, senza meno, Epaminonda,) sfuggono alla risposta, complicandola con la questione dell’assetto della Grecia intera. — La pace, osserva Epaminonda, non può farsi davvero senza porre ogni cosa sur un piede di eguaglianza. Se la Beozia deve essere libera, libera deve essere anche la Laconia; se Platea deve diventare autonoma rispetto a Tebe, lo stesso ha da seguire di Amicle nei confronti di Sparla.... Sono i rappresentanti spartani inclini ad addivenire a questa eguaglianza di trattamento? — Il re Agesilao, che presiede alla conferenza, torna ad invitare Epaminonda perchè non divaghi e dichiari le precise intenzioni della sua città: — È Tebe disposta a proclamare libere le cittadine della Beozia? — Epaminonda ancora una volta elude la risposta, ossia rifiuta il suo consenso. Allora la conferenza è sciolta; Agesilao annunzia che si andrà di nuovo incontro alla guerra, l’unico espediente che potrà tagliare ogni nodo irresolubile[374]. Ed Epaminonda e i suoi colleghi accettano la sfida, e preferiscono la guerra alla libertà della Beozia.
Ma con che diritto, in vista di quali necessità superiori, poteva Tebe giustificare la sua egemonia? Se Atene disponeva di un patto originario concordemente giurato; se Atene poteva evocare il duplice spettro della invasione persiana e della tirannide spartana, Tebe ebbe assai di rado qualche ragione legittima, che imponesse l’idea e la necessità pratica della sua sempre vagheggiata confederazione beotica. Innanzi i primi lustri dolorosi del IV secolo, allorchè veramente tutta la Grecia soffoca sotto il calcagno dell’imperialismo spartano, Tebe non aveva potuto invocare a fondamento legittimo del suo impero che oscure, fantastiche, consuetudini regionali[375]. Il pericolo spartano fu presto eliminato dopo Leuttra, ma vi si sostituì subito, per tutta la Grecia, e per la Beozia, il nuovo pericolo tebano. Come, quindi, rassegnarsi a servire e a pagare, in danaro ed in sangue, per gettare le fondamenta di un altro dominio?
Noi abbiamo in tal modo, sott’occhio, tutte le ragioni per le quali la storia della così detta Lega beotica è, come le altre, e più che le altre, gonfia di malumori e di sedizioni. Platea, l’eroica vicina di Atene, fu la sua più cordiale nemica, ed al suo esempio tennero dietro Orcomeno, Tespia, Tanagra, Oropo. La stessa nobile ribellione di Tebe contro Sparta del 379-362, che, diretta da un uomo di Stato e di cuore, come Epaminonda, reca, nelle sue alterne vicende, pagine così gloriose, non valse mai a farsele consenzienti. Allorquando, più tardi, nel 335, Alessandro metterà Tebe a ferro ed a fuoco, saranno, non già i Macedoni, sibbene i Plateesi, i Tespiesi, gli Orcomenii a segnalarsi in quell’orgia di odio contro la metropoli disfatta[376].