Appunto per questo lo sforzo che Tebe dovette durare per mantenere in piedi il suo impero, ossia per prolungare la soggezione delle sue consorelle ed alleate, fu assai più duro e costoso che non quello di Sparta e di Atene. Tebe rase due volte al suolo le mura di Platea, nel 427 e nel 373-372, e ne confiscò per sempre il territorio a beneficio, non già della Confederazione, ma dello Stato tebano[377]; smantellò prima (423 a. C.) l’eroica Tespia; poscia, espugnatala, ne cacciò via gli abitanti (373 o 371 a. C.)[378]; e poco più tardi, ordinò uno scempio atroce delle mura e dei cittadini della veneranda Orcomeno, a cui (narrava la tradizione) un giorno la stessa Tebe aveva pagato tributo (368 o 363 a. C.)[379]. «I vostri sudditi», esclamava nel 373, rivolgendosi agli Ateniesi, un oratore di Platea, «i vostri sudditi, appena cessata la guerra, ricevono dai magistrati libera autonomia; i Tebani costringono i loro vicini a una servitù ch’è pari solo a quella degli schiavi, nè mai desistono dal travagliarli e dallo straziarli, finchè non li abbiano sospinti verso quell’abisso di mali, ove già noi precipitammo. Accusano Sparta di aver occultato la Cadmea e di avere stanziato da per tutto guarnigioni.... Essi infatti non stanziano guarnigioni, essi abbattono le mura delle città vinte o alleate; essi le radono letteralmente al suolo, senza rimorsi...»[380]. Per questo appunto, ad ogni giorno, ad ogni ora, in grazia dell’impero da conquistare o da riconquistare, Tebe fu il malo genio di tutta la storia ellenica: adesso alleata dei Persiani, che sembravano più potenti; poi, di Sparta, che le promette la riconquista dell’egemonia, chiedendo in cambio guerra ed odio perenne contro Atene[381]; poi, ancora, di Atene contro Sparta; indi, di nuovo, in guerra contro Atene e contro Sparta per non aver voluto concedere libertà alle città beotiche; infine, vittoriosa, eccola aspirare al dominio di tutta la Grecia.

Se tale fu l’imperialismo tebano nei limiti della Beozia, non meno duro esso si palesò nelle estreme regioni dell’impero. L’avveduta e moderata politica di Epaminonda parve ai suoi concittadini un reato così grave, da sospingerli non solo ad annullare i suoi atti politici, ma a negare al suo autore la fiducia di una rielezione a beotarca. Per contro, in ciascuna delle città achee, essi inviarono delle guarnigioni e degli armosti, la cui condotta fu tutt’altro che incensurabile, e ne rovesciarono gli antichi governi, e ne esiliarono i partigiani, gettando il Peloponneso nell’incendio di una guerra civile[382], e tornarono ad ostacolare coi mezzi più violenti l’indipendenza politica di quelle città[383].

«La ribellione [dei Peloponnesiaci all’impero spartano]», giudicava Isocrate, «non portò alcuno dei benefizi che si attendevano. Sospirando la libertà, precipitarono nella servitù; perduti i loro migliori uomini, caddero sotto il governo di pessimi cittadini; cercando l’indipendenza, soffersero numerose e terribili illegalità..., e le lotte intestine, che prima non conoscevano se non per udita dire, sono oggi lo spettacolo quotidiano delle loro città.... Nessuna può vantarsi immune di mali; nessuna sicura da prossimi pericoli, da parte dei suoi vicini. Cosicchè le terre giacciono devastate; le città smantellate; deserte le case; abrogate le leggi; rovesciati gli ordinamenti politici.... E tanto i cittadini diffidano di sè a vicenda, tanto sono esulcerati da odî reciproci, da temere i compatrioti più dei nemici. Non la concordia di un tempo; non l’antico frequente scambio di commerci. Gli uomini aborrono da ogni rapporto civile a tal segno, che i ricchi preferiscono gettare in mare il loro danaro piuttosto che farne parte ai poveri, e questi strapparlo ai ricchi piuttosto che procurarselo lecitamente.... Obliati i sacrifici consueti del culto, i suoi abitatori si sgozzano selvaggiamente sugli stessi altari, sì che i fuorusciti di una sola città superano oramai di gran lunga quelli di ieri, accorrenti da tutto il Peloponneso....»[384].

Ma, come per Atene e per Sparta, così per Tebe, il sangue e le lagrime, spremute da ogni terra, tornavano a ricadere sulla testa dei desolatori. È ancora il pio Isocrate, il flagellatore d’ogni imperialismo greco, ad avvertircene: «[I Tebani], per avere male usato della buona fortuna, non sono più che un popolo vinto ed infelice.... Avevano appena battuto i nemici, che, dimentichi d’ogni cosa, si accinsero ad agitare le città del Peloponneso, a tentar di asservire la Tessaglia; minacciarono i Megaresi, loro vicini, spogliarono Atene di una parte del suo territorio, saccheggiarono l’Eubea, spedirono una flotta a Bisanzio, quasi volessero impadronirsi della terra e del mare. Da ultimo mossero guerra ai Focesi, accingendosi ad occuparne le città e il territorio e a violare i tesori di Delfo.... E rischiavano intanto di perdere le proprie terre, e, scorrendo pel Paese nemico, recavano altrui un danno minore di quello che ora, tornati in patria, subiscono. Avevano in Focide ucciso dei soldati mercenari, ai quali metteva più conto morire che vivere, ed essi, tornati in patria, si sono visti privi dei cittadini migliori e più capaci di abnegazione e di sacrifizio»[385]. Gli Dei non tarderanno a punire tanto orgoglio e tanta violenza. La catastrofe di Tebe, seguìta nel 335; la sua distruzione — sorte orribile, che non era toccata nè ad Atene nè a Sparta — fu (avvertirono gli antichi) un solenne castigo ed un ammonimento divino. «I Tebani avevano violato i patti giurati coi Plateesi e schiantato dalle fondamenta la città», «sul cui terreno sacro i Greci, combattendo contro i Persiani, avevano salvato da servitù la Grecia». «Essi avevano, contro la consuetudine, trucidato quegli Elleni che erano passati agli Spartani; essi avevano perduto col loro voto gli Ateniesi, sostenendo nel Congresso dei confederati peloponnesiaci, l’asservimento della grande città». Perciò la distruzione di Tebe, di questa metropoli che tanto aveva brillato per potenza e per gloria, ma tanto aveva peccato contro la verità e contro la giustizia, non fu senza ragione: «fu l’effetto meritato della vendetta degli Dei»[386].

L’Imperialismo in Sicilia e nella Magna Grecia.

Poco diverse furono, sotto questo rispetto, le sorti dell’Occidente ellenico. Anche l’Occidente greco ebbe la sua Atene, e questa fu Siracusa. L’impero siracusano sulle città della Sicilia, e, in parte, sulle città elleniche dell’Italia meridionale, può dirsi si sia svolto in tre grandi periodi: dall’instaurazione della democrazia, dopo la cacciata dei Dinomenidi, alla fine del primo Dionigi (460-367); dalla ricostruzione operatane da Timoleonte alla morte di questo (345-337?)[387]; dagli esordi alla fine della tirannide di Agatocle (312-289). Al colmo del suo splendore, ossia sotto il grande Dionigi, quell’impero teneva in Sicilia due grandi strisce di territorio sulle coste settentrionale e meridionale; sull’orientale, un più vasto paese, che può essere schematicamente raffigurato nella forma di un triangolo, col vertice appuntato sulla lontana Enna; infine, nell’Italia del Mezzogiorno, dominava saldamente il Paese a sud del 39° di latitudine, salvo l’interno, ma non esclusa la campagna Reggiana. Quell’impero, non minore di quello tebano o ateniese, si stendeva per circa 25.000 km2, contava una popolazione di circa un milione di abitanti, e abbracciava le più famose città greche della Sicilia — Messina, Nasso, Taormina, Catania, Leontini, Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Terma, Solunte, la nuova Tindaride — e, nell’Italia meridionale, Reggio e Locri[388].

L’organizzazione non ne era uniforme. Il territorio all’intorno di Siracusa si trovava nelle identiche condizioni della Messenia rispetto a Sparta, con una popolazione — i Calliciri — al servizio diretto dell’aristocrazia della metropoli. Le città dell’antico regno siculo di Ducezio, che abbracciava il Paese intorno a Caltagirone, stendendosi poscia fino ai Catania e all’Etna, erano, nell’età di Tucidide, territorî soggetti e tributari (ὑπήκοοι), obbligati, cioè a fornire stabili proventi, nonchè a subire guarnigioni straniere, e tali rimasero fino all’ultimo, ripagando la dominatrice dell’odio più cordiale[389]. Il resto del Paese era popolato di colonie militari e di città alleate. Le prime erano state tratte, non solo dagli abitanti di Siracusa, ma anche dalle popolazioni di altre città, elleniche, indigene o, magari, da contingenti di mercenari, e la loro origine stava a testimoniare una vicenda lacrimosa di spodestamenti, di esilî, di deportazioni, di confische. Del resto le città alleate non partecipavano al governo della madre patria; ne dipendevano, anzi, nei rispetti della politica estera, sottostavano all’obbligo di fornire aiuti in operazioni militari, che il più delle volte esse non avevano sollecitate, di subire guarnigioni e ufficiali siracusani, di non battere moneta, talora, di consegnare ostaggi in garanzia della promessa fedeltà e di vedere la propria giurisdizione, o fors’anco gli altri più notevoli diritti cittadini, alla mercè di magistrati siracusani[390].

Men dura riesciva la sorte delle città alleate. Era loro riserbato il diritto di coniare moneta di bronzo; ma, anche fra esse, imperava l’obbligo di fornire contingenti militari; anche fra esse, come nella Grecia vera e propria, c’erano città alleate autonome e città alleate soggette[391], e l’analogia con gl’imperi della madre patria induce a supporvi alleati immuni da tributo e alleati tributari.

Indubbiamente l’impero siracusano in Sicilia rispondeva ad una grande missione storica. Se la prima Lega marittima ateniese aveva salvata la Grecia dalla oppressione persiana, Siracusa salvò per oltre due secoli la Sicilia dalla onnipresente minaccia punica e riescì a formare quivi, contro Cartaginesi e contro Siciliani, un vasto impero ellenico. Eppure la fama e la leggenda, entro le quali l’opera e la memoria dei grandi principi siracusani — del grande Dionigi, sopra tutto — ci pervennero avviluppate, rivelano il malvolere, con cui le città greche, convitate al grande festino politico, tollerarono quella dura «alleanza» imperialistica. La memoria dei tiranni siracusani è, in quella tradizione, tanto maledetta quanto, presso gli alleati di Atene, di Tebe, di Sparta, il nome della città che volta a volta li tenne legati al suo carro trionfale. Neanche in Occidente la mèta luminosa bastò a far perdonare i mezzi con cui quello scopo era stato raggiunto. E le costituzioni cittadine violate, le piccole città assoggettate, colonizzate, sterminate, le popolazioni deportate gridano ancora vendetta contro quelli che osarono sì ferocemente accanirsi sopra di esse.

Imperialismi minori.