Ma i quattro imperi di Atene, Sparta, Tebe, Siracusa, nelle cui spire si dibatte quasi tutta la storia del mondo ellenico, non ne formano che la trama più esterna e visibile. Noi imaginiamo le antiche cittadine greche come animate dal più indomito spirito d’indipendenza, dal più incoercibile particolarismo. Ed è vero: la terribile prova delle esperienze durate faceva di ogni borgo della Grecia un puledro selvaggio ribelle ad ogni freno. Ma per isfuggire alla servitù ciascuno tendeva febbrilmente a crearsi a sua volta la potenza di un impero. Era la terribile «legge naturale», che Alcibiade aveva illustrata ai suoi concittadini[392]. Per tal modo, in Grecia, non ci fu città che non aspirasse e non riescisse a dominarne delle altre, sì che le grandi Confederazioni elleniche risultavano di Federazioni minori, e queste, a loro volta, di Leghe minime; condizione, talora, legalmente sancita negli statuti e nelle rispettive consuetudini. Per fermarci agli esempi più salienti[393], in seno alla Confederazione ateniese, Mitilene dominava, non solo le città limitrofe, ma l’intera Lesbo[394]; Olinto signoreggiava trentaquattro città calcidiche[395]; in quella beotica, Platea, Scolo, Eritre, Scafe, dipendevano direttamente da Tebe[396]; Aspledone, Olmone, Ietto da Orcomeno; Sifa, Leuttra, Eutreso, da Tespia[397]; un tempo Tanagra vi aveva dominato Eleon, Harma, Micalesso, Fara, Aulide, Hiria[398]; la stessa Platea numerava i suoi sudditi o le sue alleate[399]; nella Lega peloponnesiaca, Mantinea aveva fin dalle origini dominato i municipi limitrofi, e, allorchè si rese autonoma, divenne la città egemone della Lega arcadica, il cui governo fu costretta ad alternare con l’avversa Tegea[400]. Elide dominava un gruppo di minuscole cittadine della Trifilia; Argo, sotto vari nomi e condizioni — nè tutte liete[401] — i centri dell’Argolide e talora quelli delle altre regioni limitrofe[402]. Fin la Lega achea, l’unico governo federale ellenico, che la tradizione riconosca veramente tale di nome e di fatto; quella Lega achea, solennemente celebrata da antichi e da moderni per il sincero spirito di libertà, di eguaglianza, di democrazia, di rispetto delle autonomie nazionali[403], fu lo Stato imperialista di tutta una buona parte del Peloponneso, che non aveva voluto accedervi spontaneamente. Anche qui, tal quale negl’imperi ateniese, spartano e tebano, la violenza non mancò di essere il saldo cemento della compagine federale. Mantinea, non mai soddisfatta, nè mai interamente soggiogata, più volte umiliata e più volte felicemente ribelle, vide da ultimo i suoi cittadini, in parte trucidati, in parte ridotti in schiavitù, subire l’infamia del mercato o della deportazione[404]. La Messenia e la Laconia, l’una e l’altra suddite coatte e perennemente irrequiete, mossero alla Lega una guerra incessante, con le defezioni, con le armi, coi maneggi pericolosi presso i nuovi dominatori, che apparivano all’orizzonte: i Romani; nè mai si chetarono se non quando l’una riescì a liberarsi; l’altra, a provocare la ruina della Lega e, con essa, della indipendenza della Grecia tutta[405].

I metodi imperialistici di Sparta, di Atene, di Tebe passarono in seno alle federazioni greche dei secoli III-II a. C. Interi territorî e grandi e gloriose città facevano parte di queste Leghe, ma quali sudditi incalcolati di un lontano governo, cui essi dovevano un contributo annuo, senza però riescire ad esercitare alcuna influenza sopra di esso[406]. I vari Stati della Lega subivano singolari restrizioni circa la libertà di commercio e il diritto di proprietà[407], nè le rade e brevi assemblee federali erano più che una lustra. Tutti i poteri restavano in mano a governo centrale, sino a cui difficilmente le voci e gl’interessi dei più riuscivano a farsi strada[408]. Peggio ancora, le ingerenze di questo governo, in seno ai singoli Staterelli, erano più fastidiose, talora, più crudeli di quelle che noi apprendemmo a conoscere nelle Federazioni ateniese o spartana. Il governo della Lega favoriva in ciascuna città tutti quei colpi di mano, che valevano a sostituirvi il potere dei suoi fautori a quello dei suoi avversari o dei tepidi e rassegnati amici. Ogni insurrezione fallita portava seco la consegna al governo federale degli autori della rivolta, l’introduzione di una guarnigione[409], il disarmo della città, la trasformazione delle sue istituzioni[410], il suo avvilimento politico[411], l’esilio di intere classi di cittadini, la spartizione del suolo a favore di nuovi cleruchi[412], finalmente, l’esaltazione ai pieni diritti politici di quei ceti della popolazione che fin ora ne erano rimasti esclusi[413].

Altrettanto è a dire delle minori Leghe tessalica, epirotica, focese, calcidica e, più ancora, dell’etolica[414], le quali, dai pochi accenni che le fanno conoscere, si appalesano altrettante tirannie mascherate all’interno, altrettante coalizioni imperialistiche all’estero, sfruttatrici a un tempo dei nemici e degli alleati. Ma tutto quello che i ricorrenti fraterni regimi federali non avevano osato, lo faranno sperimentare in una volta sola prima l’imperialismo macedone, poscia l’imperialismo romano, il quale ultimo, per la sua importanza e per la sua durata, non può non esorbitare dai limiti del presente capitolo.

L’imperialismo macedone.

L’imperialismo macedone! Ma come determinarne la portata? Come definire l’indefinibile? Come fissare il mobilis in mobile? L’imperialismo macedone fu dapprima, a motivo del turbamento e del disordine che, fin circa settant’anni dopo la morte di Alessandro Magno, regnò intorno alla successione della Macedonia, poscia, a motivo della caotica incertezza di relazioni fra gli eredi fortunati e la Grecia, un male imprevedibile ed inscongiurabile, un flagello vario, proteiforme, minaccioso e fugace, gravido di ruine e di illusioni; un bottino, un rovescio d’ordini e di cose, in mezzo al quale, sulle membra semirrigidite di un popolo in agonia, si accanirono con lena affannata i vittoriosi dell’ieri e quelli di oggi o di domani.

Ma se tale è l’impressione e l’imagine che la conquista macedone destano al pensiero, la condizione delle fonti, cui dobbiamo attingere, per segnarne le particolari vicende, è così infelice, l’oscuro groviglio degli avvenimenti, nella secolare contesa dei Diadochi e degli Epigoni si fa ora così fitto, da ritoglierci fin la speranza di una disamina chiara e completa.

L’imperialismo macedone si esercitò su quattro soltanto dei gruppi di nazioni elleniche da noi conosciuti: le città greche dell’Asia Minore, della Tracia, del Ponto, sulla Grecia peninsulare propriamente detta. Ma se la sorte delle prime fu relativamente lieve, in quanto esse scambiarono con l’indipendenza e con un governo più civile il meno civile impero persiano, ben diversa appare la sorte della Grecia propria, la cui esistenza venne inserita nell’ingranaggio della monarchia macedone, e colpita da una delle bufere più rovinose della storia antica.

La carta costituzionale, il patto fondamentale, su cui il dominio macedone riposava, appariva quanto di più mite e di più soddisfacente si potesse immaginare. La dieta di Corinto del 338, nella quale il conquistatore della Grecia — Filippo II — annunziò ai nuovi sudditi le future condizioni della comune esistenza, istituiva un Consiglio federale ellenico, per l’amministrazione degli affari della Grecia; affidava al nuovo monarca il comando militare di tutte le forze confederali; ma non imponeva tributi fissi e dichiarava che scopo principale del nuovo regime era quello di stabilire in Grecia una pace universale, di garantire a tutti gli Stati il loro territorio, la loro costituzione, e ai cittadini, i pieni diritti di proprietà e di commercio[415].

Ma così miti e benevoli consigli avevano già subìto un’anticipata violazione. La Grecia, a cui Filippo prometteva pace e libertà e sicurezza, non era tutta la Grecia: già, innanzi al 338, una buona parte di essa aveva perduto crudelmente la propria indipendenza, e la Macedonia l’aveva conquistata o con l’astuzia o con le armi, e ne aveva fatto scempio inaudito. Questa sorte era toccata, per un verso, all’Epiro; per un altro, alla Calcidica, alla Tracia, alla Tessaglia[416]. Un notevole articolo della costituzione federale vietava il rimpatrio degli esuli, di questi inevitabili fautori di disordine in seno ad ogni città vinta e umiliata[417]; ma, subito dopo la vittoria di Cheronea, Filippo aveva imposto a Tebe di riaprire loro le porte. Con essi la guerra civile era entrata come in casa propria, nell’antica, gloriosa città. Allora Filippo aveva sciolto la Federazione beotica, istituito un nuovo Consiglio, iniziata una persecuzione contro i fautori della politica antimacedone e introdotto una guarnigione nella Cadmea. In maniera analoga, dopo la dieta di Corinto, la Grecia libera continuò a subire delle guarnigioni macedoni in Eubea, a Corinto[418], ad Ambracia[419], ed altrove[420].

Il successore di Filippo, Alessandro — il futuro Alessandro Magno — continuò la politica del padre. Nel 336 egli tornava a rinnovare con la Grecia la Lega giurata, due anni prima, a Corinto. Ma tale rinnovazione non era questa volta spontanea. Alessandro ebbe bisogno di imporla con l’invasione a mano armata della Grecia. Non molto dopo, sebbene non investito da alcun potere federale, egli distruggeva ferocemente Tebe ribelle. Indi passava ad ingerirsi negli affari interni di Atene, chiedendo la consegna degli oratori antimacedoni e provocandone l’esilio[421]: misure tutte la cui iniziativa sarebbe spettata soltanto al synedrio della lega. Più tardi ancora, al colmo dei suoi trionfi, stanziate nuove guarnigioni a Rodi ed a Chio[422], tornava a gravare sulle città greche, imponendo loro, e per sè, onori divini e — quello che al tempo stesso riesciva in contraddizione coi patti federali, nonchè a motivo delle implicite conseguenze, politiche ed economiche, terribilmente pauroso — l’universale e sempre scongiurato ritorno degli esuli in patria[423]. Le città che vi si fossero rifiutate sarebbero state ricondotte con la forza all’obbedienza[424].