L’età, che potremmo dire preistorica, della Grecia antica si dischiude al nostro pensiero con la evocazione di due grandi serie di guerre: la guerra troiana e le altre infinite, che vanno sotto il nome di «migrazione dorica». Poi, in età cronologicamente più sicura, troviamo, nei secc. VII-VI, le incessanti guerre contro Messeni, Argivi, Arcadi, ecc., attraverso le quali Sparta conquista l’alta sovranità sul Peloponneso. Poi, dal 500 al 494, si ha la insurrezione e la guerra delle colonie greche di Asia, aiutate da Atene e da Eretria, contro la Persia; dal 492 al 479, le prime paurose invasioni persiane; dal 478 al 449, la controffensiva greca ai danni della Persia, mentre contemporaneamente, nella Sicilia, e nell’Italia greca — la Magna Grecia — si svolgono lotte, lunghe e cruente, fra colonie e colonie elleniche — Crotoniati contro Sibariti, Siracusani contro Agrigentini, Siracusani contro Crotoniati —, nonchè fra Greci e Cartaginesi, Greci ed Etruschi, Greci ed Italici.... Nel 466 o nel 471, nella Grecia vera e propria, si ha la insurrezione, fieramente domata, di Nasso contro Atene; dal 466 al 464, la guerra di Atene contro Taso; dal 459 al 451, mentre la guerra della Lega ateniese contro la Persia continua, si susseguono una duplice serie di ostilità ateniesi-corinzio-spartane; dal 449 al 446, una guerra beotico-ateniese-spartana; nel 440-39, le ribellioni di Samo e di Bisanzio contro Atene; nel 437-34, una spedizione ateniese contro le città greche della Tracia e del Ponto; dal 435 al 433 la guerra corinzio-corcirese-ateniese; dopo di che, l’anno successivo scoppia l’insurrezione di Potidea e di una parte della Calcidica contro Atene, che inaugura i quasi ininterrotti ventisette anni della tremenda Guerra peloponnesiaca (431-04), che avvolse nelle sue fiamme l’intero mondo ellenico. Tra il 404 e il 403, segue la prima riscossa di Atene e la campagna di Trasibulo contro «I Trenta»; fra il 400 e il 387, una nuova guerra spartano-persiana, intramezzata da ostilità di Sparta contro l’Elide e contro Tebe, mentre in Occidente si svolgono le conquiste del primo Dionigi su territorio siciliano ed italico, nonchè una lunga guerra di Siracusa contro i Cartaginesi. Nel 394 si apre, e continua fino al 387, la grande, così detta, Guerra corinzio-beotica, che travolse anch’essa nel suo turbine Tebe, Atene, Corinto, Argo, Sparta, l’Eubea, la Grecia centrale, la Calcidica, mentre, in Occidente, Dionigi il grande ripigliava la guerra contro Cartagine (383 ?) e i suoi tentativi di espansione in Italia, che adesso lo fanno entrare in lotta persino con gli Etruschi. Dal 386 al 380, s’incalzano e intrecciano guerre spartano-mantineesi, guerre olintiaco-calcidesi, guerre spartano-olintiache. Dal 377 al 362, si distende l’êra epica dei grandiosi conflitti tebano-spartano-ateniesi-tessalo-epirotici, e, in Occidente, si scatena una nuova offensiva di Siracusa contro l’eterna sua nemica: Cartagine. Dal 362 al 357, mentre le armi non posano nel Peloponneso, Sparta e Atene tornano a guerreggiare contro la Persia, e poi, fallita l’impresa, Atene ritenta la violenta annessione al suo impero dell’Eubea, della Calcidica, del Chersoneso tracico, testè perduti, entrando in conflitto con la Macedonia, di cui ora è divenuto re Filippo II. Dal 357 al 355, si svolge la così detta Guerra degli Alleati contro Atene; dal 355 al 346, la Prima sanguinosissima Guerra sacra; nel 353, le prime guerre di Filippo II per la conquista della Tessaglia; dal 346 al 340, una serie, quasi ininterrotta, di ostilità fra Atene e la Macedonia; dal 339 al 338, la Seconda Guerra sacra, che suggella la fine dell’indipendenza greca sotto l’egemonia macedone. Contemporaneamente, nei trent’anni che scorrono dal 367 al 337, tutta la Sicilia greca arde di un incendio di guerre civili tra città e città, solo intramezzato da tentativi, or fortunati, or infelici, di Cartaginesi contro Greci, di Greci contro Cartaginesi. Fra il 336 e il 335, si susseguono due nuove invasioni macedoni in Grecia, che epilogano nella catastrofe di Tebe. Al 334 si apre la grandiosa gesta macedone-greca per la decisiva conquista della Persia, che durerà fino al 326. Intanto dal 333 al 330, durante l’assenza di Alessandro Magno, impegnato in Oriente, Sparta guerreggia contro la Macedonia, e, tra il 323 e il 322, spento Alessandro, si combatte, fra Greci e Macedoni, la disastrosa Guerra lamiaca. Poi seguono sino al 239 le infinite contese fra i successori di Alessandro, disputate e risolute, in gran parte, su suolo greco, e, dal 239 al 146, il viluppo più intricato di guerre macedono-acheo-etolo-spartano-romane. Il 146 registra il lugubre epilogo della distruzione di Corinto e della fine dell’indipendenza della Grecia, sotto il calcagno romano.

In sette secoli di storia, dunque, circa settecento ininterrotti anni di guerre, di cui ognuna non sconvolse soltanto una breve regione, ma attirò nel suo vortice quasi tutti gli Stati ellenici della penisola e gli altri d’Italia e d’Asia, i quali, del resto, figurarono consuetamente, o nelle più o meno regolari simmachie ateniese, spartana, italica, o nelle temporanee alleanze, che le nazioni greche stipulavano e dissolvevano con mirabolante disinvoltura.

Nè il sesquisecolare impero repubblicano di Roma riesce foriero di migliore fortuna. Dalla fine politica della Grecia al tramonto della Repubblica romana, le più grandi operazioni militari del tempo avvengono su terreno greco: e le Guerre mitridatiche, continuate, salvo brevi armistizi, dall’88 al 66, e la campagna contro i pirati (67), e le guerre civili di Sulla contro Fimbria (85-84), di Pompeo contro Cesare (49-48), di Antonio e di Ottaviano contro gli uccisori di Cesare, nonchè contro Sesto Pompeo (42-35), e l’ultima di Ottaviano contro Antonio (32-30). Solo allora, finalmente, la pace, di cui, alla guisa del Secondo Impero Napoleonico, Roma ebbe a vantarsi dispensatrice, spiegò i suoi ozi ristoratori sull’Ellade malaugurata.

Questo fenomeno — tutto greco — della guerra perenne non fu nè arbitrario, nè casuale. Le sue profonde ragioni giacevano nella Grecia stessa, ossia nella natura, essenzialmente municipale, della sua organizzazione politica. È verità notissima questa, che la Grecia non conobbe altra forma di Stato, che il municipio, i cui confini di regola non valicavano il territorio di una città. Ma si è raramente badato alle conseguenze enormi — benefiche e malefiche — che una tale situazione portava seco. La nobiltà e la grandezza dello spirito greco, come dello spirito dei Comuni medioevali italiani del Medio Evo, nacque appunto dal tanto deprecato fenomeno del municipalismo, che esaltava tutte le potenze morali dei cittadini, rinchiusi entro breve confine, per cui la loro città era tutta la patria, era tutto il mondo. Nacquero da questo stato di fatto il patriottismo ardente, la svariata, meravigliosa molteplicità di sviluppi culturali, artistici, spirituali, che caratterizzano la storia greca. Ma nacque anche il male endemico della guerra in permanenza. Ogni grande Stato possiede mezzi sufficienti, o quasi, alla sua prosperità; ha porti di mare, terre fertili, pianure, montagne, varietà di colture, sbocchi fluviali, centri naturalmente adatti all’industria e centri naturalmente adatti all’agricoltura. Ogni sua contrada può aiutare le consorelle e riceverne vicendevolmente aiuto. Una città isolata, uno Stato municipale, no. Essi sono di regola mancanti di qualcuno, o di più d’uno di tali beni. Quella o quello che possiede il legname non ha il porto in cui scaricarlo; chi fabbrica merci non ha libero il passo ai centri di importazione delle materie prime; chi ha il monte non domina il piano; il municipio, cui sorride l’abbondanza dei suoi vigneti, non dispone di popolazione sufficiente al consumo del suo vino. Lo Stato municipale è, in conseguenza, per sua natura, mutilo e paralitico. Onde il bisogno continuo, ch’è sua ragione e mezzo d’esistenza, di aggregarsi, assoggettarsi, strappare altrui i beni di cui abbisogna. In questo profondo terreno sta la radice del guerreggiare continuo, rabbioso, delle repubbliche greche, così come dei Comuni medioevali italiani. Poi il successo fortunato o l’irritazione dello scacco mal tollerato, la gloria, l’ambizione, il cocente dolore, i danni, subìti o temuti, complicavano il problema, lo inciprignivano, lo avvelenavano. La guerra perciò, nella Grecia antica, fu, al pari dell’imperialismo cittadino, elemento, vitale e fatale, della sua esistenza secolare. Senza di essa la storia non conoscerebbe che una Grecia oscura e vegetante nella mediocrità e nel silenzio. Senza di essa lo splendore e la gloria di Atene e di Sparta non sarebbero mai stati. Il che non impedì che gli effetti della guerra continua si ritorcessero tremendi contro coloro che li avevano scatenati, e che, una volta generati, non assumessero un incalcolabile potere di distruzione.

La Grecia, che non poteva vivere senza guerra, era condannata a perire della sua guerra perpetua. Qui, dove gli Stati sovrani erano infiniti, innumeri dovevano essere ogni giorno i conflitti interstatali. Qui i viventi dovevano rodersi, l’un l’altro, da muro a muro, da fossa a fossa. Anch’ella, questa antica nave senza nocchiero in gran tempesta, era destinata ad infrangersi tra i marosi giganteschi, che il suo violento procedere andava sollevando. E come i Comuni medioevali finirono con invocare un Signore, che desse loro finalmente la pace, così l’Ellade antica finì col preferire una signoria — quella dell’Impero romano — alla sua selvaggia libertà, madida di lacrime e di sangue. Pur troppo, il rimedio eroico giungeva, questa volta, troppo tardi!

Lo sforzo demografico.

Per rilevare compiutamente di quali malefici effetti la guerra sia stata cagione nel mondo greco, noi dovremmo a rigore andare esaminando le singole ripercussioni del fenomeno in tutti gli Stati, che composero il mondo ellenico. Purtroppo, questo ci è assolutamente impedito dalla scarsezza e dalla oscurità enorme delle notizie, che riguardano la loro vita interiore. Noi possiamo però scegliere l’esempio tipico di qualcuno dei numerosi Stati greci — quello ateniese, per esempio — intorno a cui siamo meglio informati, e da quest’analisi indurre tutte le analogie, che vedremo man mano spontaneamente emergere, e intorno ad esse collocare tutte le altre minori, assai più rade notizie, che ci provengono da altri Stati. Tale il procedimento, che siamo costretti a seguire. Ma da esso ci illudiamo di ricavare suggestioni bastevoli a formarci un’idea esatta di quello che, per la Grecia antica, furono i mali infiniti, arrecati dalla guerra.


Come è necessario avvenga d’ogni piccolo Stato, che aspira a grandi scopi, Atene era costretta a guerreggiare con il massimo sacrificio di uomini di cui essa disponeva. La popolazione libera dell’Attica si aggirava, nel suo periodo migliore, intorno alle 250.000 anime. Eppure noi troviamo che alla battaglia di Maratona, nel 490 a. C., Atene partecipava con 9-10.000 opliti, e probabilmente con altrettanti armati alla leggera (gimniti)[1]; a Platea (479), con 8000 opliti e altrettanti gimniti[2]; mentre almeno 25.000 Ateniesi erano imbarcati sulla flotta[3]. Noi troviamo che gli Ateniesi, alla battaglia di Tanagra (457 a. C.), schierarono circa 14.000 opliti e altrettanti gimniti, mentre altri contingenti erano stati spediti ad Egina e in Egitto[4]; che, durante la Guerra del Peloponneso, Atene, nel 431, mobilitò per la difesa dell’Attica, oltre 30.000 fra opliti e cavalieri[5] e una cifra non certo minore di gimniti[6], e che nel 424 invase la Beozia con circa 20.000 uomini[7]. Questo, nel V secolo, ossia nell’età di maggior floridezza demografica dell’Attica. Nel quarto secolo Atene partecipa alla prima invasione di Epaminonda nel Peloponneso (370 o 369) con 12.000 uomini[8]; l’anno successivo, gli Ateniesi guerreggiano contro la lega beotica in numero di circa 10.000[9]; finalmente, in occasione della Seconda Guerra sacra (339-38), la città eroica mobilitava tutti i suoi uomini fino ai 50 anni, armando da 9 a 10.000 opliti[10].

Or bene, queste cifre, di cui nessuna può dirsi esaurisca tutto lo sforzo della mobilitazione nell’Attica antica, e da cui di regola rimangono esclusi gli equipaggi e i marinai delle grandi flotte ateniesi, ci riportano da sole a una percentuale, ossia a una mobilitazione del 10%, del 12%, talora, persino, del 24%, della popolazione complessiva: proporzioni assolutamente inaudite, e che, ripetute e prolungate per secoli, dovevano necessariamente esaurire la vitalità di qualsiasi popolo[11].