La guerra, la pastorizia, l’agricoltura.
Un siffatto sistema di guerra continua devastava in egual misura la popolazione dello Stato e l’intera economia della nazione. Devastò e spense in sul nascere l’agricoltura e la pastorizia dell’Attica. Il giorno, in cui l’Impero ateniese fu costituito, e fu palese come occorressero molti uomini, ossia un abbondante macchinario umano per difenderlo, il governo della Repubblica dovette cercar di persuadere la popolazione dell’Attica a lasciare i campi e a venire in città, ove tutti — si diceva — troverebbero da vivere nella milizia e nell’esercizio dei pubblici uffici[12]. Scambiando forse una responsabilità di cose con una responsabilità di persone, taluno degli antichi attribuì tale consiglio senza di meno ad Aristide, il capo del partito agrario, divenuto, per singolare ironia della sorte, il primo fondatore dell’Impero ateniese[13]. Ma, fosse Aristide o fossero altri, è certo che da questo momento comincia l’esodo dei contadini dell’Attica dalla campagna nella città; ossia l’inurbamento di tanta parte della popolazione, che fatalmente avrebbe portato seco l’arresto e la decadenza della pastorizia e dell’agricoltura nella contrada. Poi la guerra, che non tarderà ad accendersi infinite volte, farà il resto.
Il valore del bestiame, che pascolava nell’Attica, era tutt’altro che insignificante. L’Attica nudriva in gran copia pecore, capre, asini, muli, e gli stessi buoi ed i cavalli, dapprima scarsi, vi figurarono più tardi numerosi, in grazia specialmente dei pascoli dell’Eubea[14]. Or bene, il sopravvenire della guerra recava l’annunzio della fine di tanta ricchezza, così come, sur un campo florido di messi l’infuriare del vento prima ancora dell’irrompere della gragnuola. Non era per questo necessario che il nemico invadesse il Paese. «Quando il nemico è vicino», scriverà ad altra occasione un antico, «il fatto che l’invasione non è avvenuta non impedisce che il bestiame venga lasciato alla ventura»[15]. Ma assai peggio, naturalmente, seguiva allorchè l’invasione aveva veramente luogo. Gravissimi erano allora gli effetti dell’antica — o dell’eterna? — maniera di condurre la guerra. Il più delle volte questa si riduceva a incursioni, saccheggi, depredazioni brigantesche[16]. «Farsi leva degli interessi dei proprietari, devastarne sistematicamente le terre, distruggerne le messi, menar bottino degli schiavi e del bestiame, ecco un espediente press’a poco infallibile per istrappare delle condizioni vantaggiose»[17]. Nè v’era mezzo alcuno ad impedire quest’affondamento dell’artiglio nemico nelle carni vive del Paese. La ristrettezza del territorio di ciascuno staterello greco portava l’invasore diritto al cuore dello Stato, lo conduceva rapidamente a distruggerne in una volta sola tutta la prosperità agricola. Una invasione fortunata era, dunque, un danno profondo, che talora non riesciva possibile riparare. È facile perciò misurare come e quanto la presenza degli Spartani nell’Attica, durante la guerra del Peloponneso, abbia nociuto all’esistenza economica del Paese.
Le colture dell’olivo, della vite, degli svariati alberi da frutto, che avevano formato la ricchezza della campagna ateniese, furono o interamente rovinate o non mai più ricostituite. Gli armenti, per lunghi anni allevati, curati, migliorati, diventarono preda e macello dell’invasore; e chi in tale lavoro aveva speso la propria ricchezza, e impegnato la propria attività, vide in un’ora sola distrutte le fatiche di lunghi anni[18].
Ma tutto questo, oltre che agli agricoltori, riescì di danno inestimabile alla turba dei consumatori, i quali, come sempre, costituivano la grande massa della popolazione. Sotto la concorrenza dei vini forestieri, la felice supremazia dell’Attica cominciò, dopo la guerra del Peloponneso, a declinare via via, terminando per cedere il passo a quella di tutte le nazioni rivali. I prezzi salirono a proporzioni vertiginose. Mentre le risorse della popolazione diminuivano, il costo del vino passò da 10 a 35 lire l’ettolitro[19], con una media, fors’anco un minimo, di L. 25 circa[20]. Le qualità prelibate vennero ora importate a caro prezzo dall’estero, e il vino di Chio fu, sui mercati di Atene, pagato a L. 300 circa l’ettolitro[21].
Gli effetti disastrosi di una simile guerra non erano soltanto temporanei. Da un lato, per l’imminenza continua del pericolo, ai villaggi, sparsi o disciolti in fattorie, la popolazione rurale venne preferendo l’agglomeramento nelle cittadine fortificate, tra il caro dei viveri e l’incomoda lontananza dai centri naturali di lavoro[22], dall’altro finì col preferire le culture inferiori a quelle superiori. A che pro, infatti, indugiarsi in colture lunghe, costose, difficili, sia pure remunerative, le quali abbisognano assolutamente di una pace sicura e tranquilla, dacchè lo stato permanente è la guerra, e basta un attimo di odio a distruggere l’opera paziente di lustri? Meglio dunque abbandonare le coltivazioni, che richiedono lavoro lungo e intensivo, e lasciare che la terra arida produca da sè quel poco che le talenta.
Poteva succedere di peggio, e successe di fatto. L’incertezza annua del raccolto, che non si sapeva mai se sarebbe toccato ai cittadini o agli invasori, finì talora col determinare — letteralmente — l’abbandono dell’agricoltura. «Non si semina», scrive un economista moderno[23], «che nella speranza di raccogliere. Non si dissoda, non si pianta, non si costruisce che a patto di non avere quotidianamente a paventare la perdita dei propri capitali. L’agricoltura più prospera non tarderebbe a deperire se il suolo venisse a mancare sotto i piedi di coloro che lo possiedono....; la decadenza sarebbe tanto più rapida quanto più imminente e grave ne fosse il pericolo. Certo la sicurezza del possesso non è sempre bastevole a imprimere ai lavori agricoli un impulso singolare, ma è senza esempio che questi abbiano prosperato facendone a meno....».
Fu allora che, perduta, ogni speranza, gli agricoltori ruinati si rovesciarono a schiere — spontaneamente, senza più bisogno di sollecitazioni — entro le mura cittadine a sollevare un’altra ondata di concorrenza ai danni della popolazione operaia o, peggio ancora, a imporre allo Stato ch’esso fornisse agli indigenti e ai disoccupati i mezzi per vivere. Per questo, appunto, con la fine del V secolo a. C., comincia veramente la grande curée delle indennità pubbliche.
Ora non è più possibile restituire alla campagna tanta parte della popolazione d’improvviso inurbata. Ora, secondo il calcolo di un antico, più di 20.000 cittadini succhiano quotidianamente alle mammelle dello Stato ateniese[24], e l’indennità pubblica, da sanzione naturale della democrazia, diventa un «cancro roditore»[25] della Repubblica.
Ma noi moderni non siamo più in grado di formarci un’idea adeguata di tutto il disastro, che per gli antichi veniva dalla decadenza o dalla rovina dell’agricoltura. Presso di noi questa può riescire uno degli elementi secondari del vivere sociale. Per qualcuno degli Stati moderni, la società, più che sullo sviluppo dell’agricoltura, poggia sui progressi della sua industria e, specialmente, su la portata dei suoi commerci. Nel mondo antico accadeva precisamente l’opposto[26]. Allorchè quindi vi si discorre di rovina delle culture della terra e degli agricoltori, si può giurare di trovarsi dinanzi al crollo della maggiore e della miglior parte dell’edifizio economico. «Si enuncia una solenne verità», scriveva Senofonte, «quando si afferma che l’agricoltura è madre e nudrice di tutte le arti. Allorchè essa prospera, prosperano anche queste; allorchè il suolo deve rimanere incolto, può dirsi che ogni altra attività, praticata sulla terra e sul mare, si spenga»[27].