[228]. Aristoph., fr. 344 (Insulae), ed. Didot. Opinare che questo dramma non sia di Aristofane, come gli antichi concordemente ammisero, è uno degli infiniti, cervellotici arbitrii dei moderni; cfr. Th. Kock, in Rh. Mus., 45 (1890), p. 55.

[229]. Id., Pax, vv. 520 sgg., 566 sgg.; cfr. vv. 1127 sgg., 1346 sgg. e Acharn., vv. 32-33; 989 sgg.

[230]. Cfr. [Demost.], X (De foedere Alexandr.) 15.

[231]. Pol., 37, 4, 4.

CAPITOLO SECONDO. IL RIVOLGIMENTO ECONOMICO DEL MONDO ANTICO

Il nuovo Oriente.

Alla metà del secolo IV a. C., sembra davvero che la Grecia cominci a trarre profitto dalle sue stesse calamità. I mali inenarrabili portati dalla guerra, le profonde crisi, economiche e morali, subìte hanno infuso negli spiriti, divinamente bizzarri, dei suoi cittadini, numerose stille di meditata saggezza. Sparta, ferita a morte nel duello con Tebe, abbandona i vecchi sogni imperialistici, e si rassegna a vivere modestamente entro la breve zona del suo naturale territorio; Tebe anch’essa, la vittoriosa, come stremata nel difficile sforzo durato per circa quindici anni, sembra limitare tutte le sue ambizioni entro quei confini della Beozia, che un tempo le erano parsi sì angusti: anche Atene, uscitole vano, ancora una volta, il terzo tentativo di impero marittimo, volge tutto il suo pensiero e la sua attività ad opere di pace. Caratteristiche sono, a tale proposito, le amministrazioni di Eubulo (354-339) e di Licurgo (338-26), la cui teorica sarà appunto formulata nel più volte citato libretto pseudosenofonteo su Le entrate ateniesi. Atene comincia a voler vivere soltanto di se stessa, e a bastare a se stessa, in una pace operosa. La povertà ha insegnato ai liberi che occorre lavorare, lavorare tenacemente, ed è stata più eloquente e persuasiva della propaganda di Socrate, vanamente coronata dal martirio. In Grecia perciò si diffonde rapidamente la pratica del lavoro libero, nè più i cittadini sdegnano di accomunarsi, in tale bisogna, agli schiavi. I grandiosi, vecchi sogni d’imperialismo, politico od economico, sono man mano repudiati, quando ecco, d’improvviso, tutto il mondo mediterraneo e quello orientale, ad esso più vicino, sono percossi da un vasto e profondo scoscendimento, che arresta a mezzo l’opera di resurrezione e inchioda per sempre alla sua croce il destino della Grecia: la conquista dell’Impero persiano e l’ellenizzazione dell’Oriente.

Fu questa l’opera che Alessandro Magno iniziò nel 334 a. C. per incitamento venutogli appunto dalla Grecia. Non solo lui, il figliuolo di Filippo II, cercava in quella ardita impresa un mezzo per farsi perdonare, col glorioso e definitivo trionfo sul nemico secolare della Grecia, la servitù che egli e il padre suo avevano inflitto al Paese, ma intendeva veramente a ritrovare, nel misterioso Oriente, un nuovo, più ricco campo di attività per la popolazione greca immiserita e, al tempo stesso, in tragica contradizione, sovrabbondante ed esigua. L’impresa d’Alessandro doveva essere, e fu di fatto, il più vasto tentativo di colonizzazione che mai Stato o uomo politico greco avesse a concepire. Pur troppo, se suscitò un nuovo mondo, era destino che le sue estreme conseguenze si ritorcessero ai danni della Grecia stessa, cui quell’ultimo dei grandi Elleni agognava soccorrere.

Alessandro disseminò la sua lunga corsa attraverso l’Oriente di una selva di città destinate a vivere di vita rigogliosa, e che avrebbero fatto la prosperità delle contrade, che l’orma fatale del suo piede calcava[232]. E la via, da lui aperta, fu battuta in lungo e in largo dagli epigoni, cui sembrò — nè fu vana speranza — di continuare la grande tradizione dell’antico Paese del Sole.

Seleuco Nicatore inaugurava ben sedici Antiochie, cinque Laodiceee, nove Seleucie, tre Apamee, una Stratonicea. Risorgevano, o sorgevano ex novo, in Oriente le Beroie, le Edesse, le Perinto, le Maronee, le Callipoli, le Acaie, le Pelle, le Oropo, le Amfipoli, le Artuse, le Astaco, le Tegee, le Calcidi, le Larisse, le Eree, le Apollonie, le Soteire, le Alexandropoli, le Alexandrescate, le Niceforio, le Nicopoli. La Tracia e la Macedonia si popolavano di Tessaloniche, di Cassandree, di Demetrie, di Lisimachie; l’Asia Minore lanciava da sola alla luce del giorno ben cinquecento città, vigili avamposti di tutta una novella fiorita industriale e commerciale[233]. E dall’Asia Minore alla Siria, dalla Mesopotamia e dalla Caldea all’altipiano dell’Iran, dall’India all’Arabia e all’Africa, tutto un mondo di civiltà, spente da secoli, resuscitava, un mondo di civiltà nuove sorgeva.