Tosto una folla di avventurieri, di operai, di imprenditori, fuggendo la patria, povera ed impotente, si recarono colà a far fortuna. Vi trovarono di fatto lavoro e ricchezza. Ma, ahimè, i nuovi centri, manifatturieri e commerciali, dell’Oriente ellenizzato accaparrano ora la clientela dell’antica e un dì gloriosa Ellade; sviano le tradizioni commerciali dell’antico mondo civile; ridestano furiosa la concorrenza, sempre ardentissima, fra le città greche e i Paesi orientali così detti barbarici, ora profondamente ellenizzati. Sorge in tal modo, improvvisa, una barriera di fronte agli antichi prodotti greci, oramai superflui al di là del Pindo e dell’Egeo[234]. In tale guisa la nuova Grecia uccideva l’antica!


Si costituisce, invero, nel IV secolo a. C., ad oriente del mondo ellenico, sulla più ampia zona di territorio che mai fosse toccata a successore di Alessandro Magno, il più vasto dominio del tempo, l’impero dei Seleucidi, che dall’Egeo si sarebbe in breve esteso fino a tutto il bacino dell’Indo e del Jassarte[235]. Non si trattava di una Potenza, minacciosa soltanto a motivo delle sue dimensioni colossali. I primi Seleucidi vi si dedicarono a promuoverne le attività della produzione e, più ancora, dello scambio[236]. Seleucia, nella Mesopotamia, situata in una posizione privilegiata, alla confluenza di tutte le grandi vie dell’altipiano iranico e del golfo Persico, divenne, nel volgere di pochi lustri, la più notevole e fiorente piazza commerciale fra l’Europa e l’Asia nord e centrale, come Alessandria lo sarà fra l’Europa e l’Asia meridionale. Qui, attraverso il Tigri e l’Eufrate, convenivano gli Armeni a scaricare le loro merci assortite; qui si incrociavano le vie di transito della Persia e dell’Arabia, recanti, per vaste e numerose arterie, i gonfi flutti delle preziose derrate, di cui abbisognavano l’Oriente e l’Occidente. Ma la capitale dell’impero non era isolata. Antiochia, prima dopo Seleucia[237], Laodicea Sira, pregiata pel suo porto e pel vino squisito, che esportava in gran copia in Egitto[238], e, sovra tutte, Battra, che conquisterà uno dei primi posti, divenendo scalo delle merci, che dall’India, dall’Asia settentrionale e dalla Serica, viaggiavano alla volta del Mar Nero: tutte le tenevano dietro, recando a gara la fiaccola della civiltà e della vita[239].

Ma ciò che specialmente era destinato a rivolgere l’orientamento economico del mondo antico era la fondazione della grande Rotterdam dell’antichità, Alessandria d’Egitto, e l’impulso, che alla regione, di cui tosto sarebbe divenuta la capitale, avrebbero dato i successori del grande Macedone, i Tolomei.

L’intensa sollecitudine, che questi monarchi nudrirono dei materiali interessi del loro Paese, fu piuttosto unica che rara. Continuando in una politica, che la larghezza degli orizzonti seppe integrare col più mirabile senso pratico — la vecchia rivalità degli antichi Faraoni con la Mesopotamia, che di altro non era espressione se non della gara commerciale fra il Nilo e l’Eufrate —, essi si curarono di collocare delle stazioni navali su tutti i punti, economicamente strategici, del mondo antico, la Tracia, le isole Egee, Creta, l’Asia Minore, la Fenicia, la Palestina, la Siria, l’Arabia, la Libia, la Cirenaica. E, mentre lasciarono che l’antica linea di Copto continuasse a servire quale tramite del commercio, eritreo ed asiatico, col Mar Rosso[240], condussero a termine quelle dirette linee di comunicazione fra questo mare e il Mediterraneo, ch’erano state iniziate dai Faraoni[241] e che resteranno mèta perenne di tutta la civiltà avvenire.

«Ciò che costituisce», scrive il maggiore storico moderno di questa età, J. G. Droysen, «l’importanza del territorio di Suez è il fatto che colà giacciono gl’incavi più profondi, operati dal mare tra le più grandi masse continentali del globo; gli è là che il Mar Rosso, il porto naturale di tutte le coste dell’Oceano Indiano fino all’Australia e alla Cina, non dista dal Mediterraneo, il porto delle regioni occidentali, più di qualche miglio. Nell’età ellenistica l’importanza del Mar Rosso, delle Bocche del Nilo, della comunicazione pel canale tra il fiume e il mare non era certo pari a quella odierna, centuplicata dalle scoperte transatlantiche e dallo sviluppo del commercio e dell’arte nautica: ciò non ostante, l’irruzione dell’ellenismo nel Mar Rosso, ormai accessibile, dovette, dopo la spedizione di Alessandro Magno, costituire l’avvenimento più notevole nei rispetti della trasformazione dell’equilibrio esteriore; dovette, pei suoi resultati, riuscire così sorprendente e di effetti così durevoli, come lo sarà, sedici secoli di poi, la circumnavigazione del Capo di Buona Speranza, che infliggerà un colpo mortale al commercio italiano e anseatico»[242].

Per tal guisa, Alessandria, ove poi, a diffondersi nel mondo intero, «convergevano i prodotti dell’Egitto, dell’Etiopia, della Cirenaica, della Libia, della Mesopotamia, dell’Arabia, della Siria, dell’India», superata già, fin dal III secolo a. C., la stessa Seleucia, «era divenuta la prima piazza mercantile dell’Oriente»; e attraverso il Mar Rosso le sue merci penetravano nell’Oriente; per l’alto Nilo in Etiopia, e per il Nilo medesimo viaggiavano dal Mar Rosso al Mediterraneo, cioè a dire dall’Asia all’Europa[243].

I Tolomei avevano ben motivo di accaparrarsi il mondo. L’Egitto era un centro, unico più che raro, di prodotti naturali. L’Egitto, che nutriva a miriadi buoi, capre e pecore di qualità eccellente, produceva altresì in copia l’orzo, il frumento, il dourah, le cipolle, l’aglio, le fave, i piselli, i cocomeri, il porro, il papiro, il loto, l’olio di sesamo, il vino, i fichi, il corsium, la palma, il sicomoro, il lino, il cotone, le erbe alimentari, le lenticchie, l’alloro, il mirto, le rose, il miele, e celava nelle sue viscere quel prezioso materiale da costruzione che sarà uno dei principali elementi economici dell’età ellenistica[244]. Ma perchè un Paese abbia a prosperare, non basta disponga di abbondanti risorse o di facili vie di commercio; è necessaria una buona organizzazione della produzione. Fu la fortuna che toccò in modo eminente all’Egitto tolomaico, ma non a questo soltanto: essa fu la fortuna di tutti i Paesi ellenistici.

L’organizzazione della produzione nel mondo ellenistico.

I vari Stati ellenistici ci fanno assistere a un fenomeno, che, dopo le esperienze contemporanee più recenti, può quasi sembrare inaudito: un socialismo di Stato, un intervento continuo del governo nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, che riesce — per gran tempo almeno — ai resultati più meravigliosi. I massimi proprietari, i più ricchi e attivi industriali dell’Egitto tolomaico, come delle terre racchiuse entro i confini del vasto impero dei Seleucidi, sono il re, e, col re, i sacerdoti dei templi, grandi centri d’imprese economiche. I «beni regi» e i «beni del clero» occupano i tre quarti dell’Egitto tolemaico. Ma non si tratta di latifondi abbandonati ed oziosi, ma di terre fertilissime, sfruttate intensivamente e con ogni sistema di colture. La terra regia e le terre dei templi producono vini, cereali, datteri, grani oleiginosi, legumi, alberi da frutto e alberi industriali; alimentano greggi, forniscono i più ricchi prodotti del sottosuolo. Gli stabilimenti del re e quelli dei templi fabbricano birra e salami; elaborano i vini e gli olii; macinano il grano; tessono le tele e i tessuti. Grandi banche — dalle filiali sparse dovunque — forniscono i capitali per le più svariate intraprese.