Anche il commercio è un servizio di Stato: gli ardui viaggi di esplorazione di questo tempo, che sembrano precorrere i secoli XV-XVI, sono concepiti e organizzati nei gabinetti delle Corti ellenistiche, così come d’origine statale sono i più grandiosi lavori, diretti a intensificare e ad agevolare la produzione e lo scambio.

Ma lo Stato non è signore esclusivo delle attività economiche del Paese. Accanto alla terra di proprietà statale, v’è la terra di proprietà privata, o piuttosto di possesso privato; accanto alle grandi industrie governative, sono i piccoli mestieri indipendenti, tutti egualmente in fiore. Noi assistiamo, anzi, nel mondo ellenistico, a un fenomeno non meno strabiliante degli altri: la sparizione della schiavitù, o la sua radicale trasformazione, e la rivalutazione e la diffusione del lavoro libero e salariato[245]: il che porta seco una specializzazione estrema dei mestieri, un significante perfezionamento tecnico della mano d’opera, financo un sottile sfruttamento della medesima[246].

Nè è tutto: le esigenze della produzione sollecitano l’intervento della scienza. Noi possiamo parlare ora di una scienza applicata all’agricoltura e all’industria. La macchina idraulica, inventata da Archimede, regola la distribuzione delle acque del Nilo. L’alessandrino Ctesibio inventa la pompa[247]; la grue (la nuova baroulcòs) sostituisce l’antico argano e la biga; il mulino ad acqua tien luogo del vecchio mulino a braccia. Le fabbriche regali di Pergamo e di Alessandria compiono miracoli che precorrono la grande industria, l’industria meccanica dei secoli XIX-XX[248]. Or bene, con che mezzi, con quali miracolose risorse, la Grecia classica, povera, angusta, fatta pesante dalla lenta economia schiavista, pervasa dalla follia delle eterne guerre municipali, avrebbe potuto resistere alle nuove minacciose concorrenze?

Roma e il nuovo Oriente.

Se questi erano i pericoli, a cui la nuova conquista dell’Oriente esponeva la Grecia, gli effetti dell’intervento di Roma nella storia del mondo, il suo affacciarsi all’eternità, che segue circa due secoli più tardi, non saranno meno decisivi. Roma consacra definitivamente quel nuovo ordine di cose, che la spada di Alessandro Magno aveva disegnato. Il nuovo Egitto ellenistico bastava da solo a costituire per la Grecia un pericolo. Roma sopraggiunge ad assicurarne il trionfo. Roma sbarazza l’Egitto dalla pericolosa vicinanza di Cartagine, lo libera dalle sue potenti rivali — la Macedonia e la Siria —; inizia una serie di guerre che devasteranno le terre e le acque greche, e fa di Alessandria il centro maggiore dei suoi approvvigionamenti, sì che, mentre «prima neanche venti navi osavano valicare il Mar Rosso», l’aurora del primo secolo dell’Impero vedrà «intere flotte navigare» da questo porto «alla volta dell’India e della remota Etiopia, dirette all’acquisto di merci di gran valore da scambiarsi con altre, non inferiori nè per numero nè per pregio», che l’Egitto stesso sarà in grado di apprestare[249].

L’Egitto valeva bene, ed ebbe infatti, le più scrupolose cure dell’Impero; ma non valevano meno altre regioni più discoste ed altrettanto sospirate di quell’Oriente, che Alessandro e i successori si erano affaticati ad ellenizzare. Con lo stesso scrupolo usato verso l’Egitto, Roma organizzò il commercio col resto dell’Oriente, e i resultati dell’opera annullarono del tutto i vantaggi di qualsiasi relazione con la Grecia.

Dall’Oriente affluiva la più abbondante e svariata copia di prodotti e di manufatti, ai quali soltanto era dato placare la febbre di lusso e di piacere, da cui fu invasa la metropoli del mondo, erede delle monarchie e delle Corti dei successori di Alessandro[250]. Di là provenivano l’incenso, la cassia, la senna, le resine, la mirra, l’aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zucchero, il riso, la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i topazi, gli opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di cotone e di lana, l’avorio, l’indigo, l’anice, le mussoline, l’ebano, il legno di teck, il marmo, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, tutti i tesori dell’India, tutte le rarità della Cina[251].

Al paragone di tanto ben di Dio, la Grecia, non offriva che del marmo e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario[252]. Oltre cento milioni di sesterzi, pari a 20 milioni di lire-oro, escivano ogni anno dai forzieri romani, pigliando il volo per le Indie e per la Serica, all’acquisto e all’importazione delle perle[253]; cinquanta e più, per i rimanenti prodotti[254], ed essi non costituivano che il saldo in moneta dell’importazione dell’Impero, non coperta dalle sue esportazioni in Oriente.

E in che cosa consisteva codesta esportazione? Essa consisteva, in massima parte in produzioni dell’Europa occidentale, quali il piombo, il rame, lo zinco, l’argento[255] ed in altre che venivano fornite dallo stesso Egitto. Per tal modo l’Egitto, che disponeva delle principali vie dell’Oriente: l’Egitto, che ne aveva quasi monopolizzato il commercio, era anche la provincia che forniva a Roma buona parte dei mezzi con cui pagare le sue costose importazioni orientali. Dall’Egitto il commercio romano spediva in Cina manufatti di vetro, in Arabia e in India stoffe sontuose, broccati, bronzi, strumenti musicali, nonchè, probabilissimamente, lo splendido materiale da costruzione fornito dalle sue cave, quali il granito di Siene, la breccia verde della regione di Koser, il basalto, l’alabastro, il porfido. Quali vantaggi al confronto poteva fornire la Grecia europea?

Roma e il nuovo Occidente romano.