Ma un rivolgimento economico, assai simile a quello che la conquista di Alessandro aveva determinato in Oriente, comincia, un secolo e mezzo più tardi, verso la metà del sec. II a. C., a disegnarsi, anche nell’Europa occidentale, sin adesso barbarica.
Mentre Alessandria e l’Oriente si popolano di uomini e di ricchezze, nuovi centri di produzione, di commercio, d’industria balzano fuori dall’ombra che fin adesso ha velato l’orizzonte dell’Europa. Dalla distruzione di Cartagine, nel traffico del bacino occidentale del Mediterraneo e dell’Atlantico, la greca Marsiglia era poco a poco sottentrata ai Fenici d’Africa. Essa commercia in loro vece con la Gallia, con la Bretagna, con le isole Cassiteridi: stanzia nuove colonie, inaugura industrie di metalli, fabbriche d’armi, arsenali[256] e assurge all’onore d’essere definita l’Atene della Transalpina, sì che, in sui primi anni dell’êra volgare, sebbene già in parte travolta dall’onda fatale della decadenza, occuperà con la sua grande ombra il quadro, che il geografo Strabone verrà abbozzando dell’antica Gallia meridionale[257].
Con Marsiglia si ha ora tutta una fioritura economica, chè sorgono quivi Arles, Bordeaux, Nîmes, Forum Julii, Tolosa, Lione[258], sovra ogni altra, Narbona, fra non guari emporio di tutta la Gallia[259], la quale fornisce carni, pesci salati, pelli, miele, lino, legname da costruzione. Più a oriente, la pianura padana, l’antica Gallia Cisalpina, entra ora nel gran mare della civiltà mediterranea. La Cisalpina è, in sullo scorcio di Roma repubblicana, una delle poche regioni italiche, in cui l’agricoltura continui a fiorire e l’industria proceda con passo sempre più rapido. Ivi Piacenza, Cremona, Parma, Padova, Modena, Bologna, Ravenna, forniscono, e continueranno per gran tempo a fornire l’Italia imperiale di tessuti di lana, di tele, di tappeti, ecc.[260]. Più a sud, la Spagna, per la cui conquista Roma aveva sì a lungo guerreggiato e sofferto, comincia ora a versare in larga copia i suoi beni: il suo olio, il suo vino, i suoi cereali, il suo miele, la sua pece, il suo cinabro, il suo rame, il suo piombo, il suo oro, il suo argento, il suo stagno, nonchè a lavorare il lino e i metalli[261]. Anche qui, come in Oriente, i centri cittadini divengono presto numerosi, e Plinio, in sullo scorcio del primo secolo dell’êra volgare, vi menzionerà più che 330 città maggiori e 293 minori[262]. Più a sud ancora, al di là delle oramai violate Colonne d’Ercole, Roma aveva scoperto la Numidia e la Mauretania, le terre classiche, insieme con l’Egitto, dell’orzo, del finimento, di tutti i cereali, donde essa trarrà quattro dei milioni di grano che le occorrevano per approvvigionare l’Italia. Poichè l’Africa, dunque, era considerata dal governo romano come l’alma donatrice del pane cotidiano all’Italia, Roma si studierà di suscitarne la ricchezza con le cure più meticolose, con un regolare rimboschimento, con grandiose opere idrauliche, che ancor oggi sfidano la devastazione dei secoli[263]. Oltre che cereali, l’Africa settentrionale maturava l’uva, l’ulivo, le classiche mele puniche; produceva cotone, sparto, giunco, canne, fichi, mandorli, palme, melagrani; celava nelle sue viscere marmo e allume e, attraverso il suo territorio, dall’Etiopia e dalle più recondite contrade del misterioso continente africano, era possibile ricavare altri metalli e altre pietre preziose, polvere d’oro, bestie feroci, carichi umani di negri e di schiavi[264]. E anche qui, disseminate sur un Paese gravido di storia, che darà all’Impero le intelligenze migliori, e alla civiltà, i suoi maggiori apostoli, tornano ora a brillare, come fari d’improvviso riaccesi, le antiche città numide e fenicie romanizzate, porti, fattorie, mercati, centri di studi e di piaceri: Caesarea (Cherchell), Cirta (Costantina), Lambesa e, sovra tutte, la nuova Cartagine, risorta, al pari della mitica Fenice, rigogliosa dalle sue ceneri e di cui un retore avrà a dire che contendeva il primato ad Alessandria e ad Antiochia, e rimaneva inferiore soltanto a Roma.
Dai Paesi mediterranei la luce della civiltà irradia ora sull’Europa settentrionale. A nord, al di là di quella felice Gallia Transalpina, che la spada di Cesare aveva dischiuso a Roma, e su cui la lungimirante accortezza di Augusto aveva fermato l’attenzione dell’Impero nascente, la lontana Britannia comincia a discoprire le sue risorse, le quasi sconosciute ricchezze naturali — il piombo, lo stagno, il rame, il ferro, l’elettro, perfino (incredibile!) il frumento — e comincia a lavorare l’avorio, a produrre collane, vasi di elettro e di vetro[265]. Man mano che gli anni passano, e che la civiltà romana lavora più a fondo l’Occidente, la vecchia, barbarica Europa celtica, fino al confine estremo della Germania, rivela i suoi tesori nascosti, disvela le sue produzioni ignorate, mette ogni giorno più in valore la sua attività produttrice. E Roma, l’Augusta Signora dell’universo, appresta alle mutate condizioni le nuove vie del traffico internazionale.
Le strade più battute, fra le mediterranee, saranno, fin dal primo secolo dell’êra volgare, quelle, che, da Dicearchia o da Ostia, condurranno a Marsiglia, in Gallia, o a Cadice in Spagna, o le altre che da Pozzuoli per Messina proseguiranno alla volta della provincia d’Africa o dell’Egitto. Ma assai più importanti divengono ogni giorno le linee del traffico romano dei Paesi dell’est. Durante la Repubblica avevano dominato due linee terrestri attraverso l’Asia Minore. La prima, costeggiando le rive del Mar Nero, penetrava nell’Asia nord e centrale; l’altra si dipartiva dall’Eufrate per Mazaca, Apamea e Laodicea, fino ad Efeso, recando i prodotti naturali e industriali della Caldea, della Fenicia, della Siria, della Persia e dell’India, che colà attendevano d’essere alla loro volta caricati e trasportati in Italia[266].
Ma già, fin dagli ultimi anni della Repubblica, s’era cominciato a seguire una terza linea di comunicazione fra l’Occidente e l’Oriente, quella di Alessandria, la città che, dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, accoglierà il maggior nerbo del commercio romano-orientale. Questa linea procedeva per terra o per mare. Per terra, era continuata da altre vie, fluviali e terrestri, attraverso l’Egitto, l’Arabia, fino alle Indie, a loro volta rotte e diramate a seconda delle occorrenze e delle destinazioni. Per mare, essa costeggiava tutta l’Asia sud-occidentale, e, grazie alla migliore navigabilità del Nilo e al più breve tragitto terrestre, era facilmente prevalsa sulle più antiche comunicazioni fra l’Europa e l’Oriente. Meglio ancora, ottant’anni circa dopo la conquista romana dell’Egitto, ai navigatori toccava la buona fortuna di scoprire i mussoni di nord-est e di sud-ovest. Una nuova linea, senza confronto più rapida e più agevole, si schiudeva così fra l’Africa e l’India; il commercio occidentale la ricalcherà senza interruzioni per ben quattordici secoli, ed essa ribadirà la soggezione economica di Roma all’Egitto, e quella del mondo intero all’una ed all’altro.
D’altro canto, l’Impero cessa di servirsi dei porti greci di transito per l’Oriente di cui s’era servita la Repubblica. L’Impero rivolge ai porti italici della costa occidentale della penisola Balcanica gli estremi residui del traffico greco con l’Asia. Non soltanto, dunque, l’Oriente ellenizzato, ma anche Roma e il nuovo Occidente romanizzato strappano alla Grecia la corona dell’antica gloria, la ricacciano in sempre più angusti confini, e finiscono col concludere definitivamente un fatale processo, che altri eventi memorandi avevano iniziato.
La nuova situazione della Grecia nel mondo.
La Grecia classica non ha a tutta prima la sensazione dell’abisso, in cui il nuovo rivolgimento del mondo la trascina. A tutta prima, l’inopinato rifiorire del vecchio Oriente sembra apportarle del bene. Il nuovo Paese, che sorge d’improvviso alle sue spalle, mancante di tutto e di tutto bramoso, par che ridesti la sua dormiente attività, che ridoni nuovi sbocchi e nuove clientele ai suoi mercati. Nei dieci anni di pacifico governo di Demetrio il Falereo, dal 317 al 307, rivive in Atene, ancora una volta, lo splendore di tempi oramai trapassati[267]. Non è solo il buon governo del suo improvvisato signore a colorare di luci rosee quel tramonto, che pure ha le sembianze di una nuova aurora. È il reflesso mendace del primo irradiarsi dell’ellenismo sul mondo. D’altro canto, l’acuta penuria di terre, di lavoro, l’eccesso di popolazione, di cui fin ora la Grecia ha sofferto, sembrano alleviarsi. Gli emigranti, che si recano all’estero, vendono a buon prezzo le loro terre; molte famiglie in patria inaridiscono, si spengono, e i loro beni vanno a ingrossare il patrimonio dei congiunti dei rami collaterali. Ma, appena le grandi città ellenistiche hanno oltrepassato il breve periodo critico dell’adolescenza, le concepite illusioni sfioriscono una dopo l’altra. Se finora Atene, come un dì la magnificava Senofonte[268], è stata l’umbilico del mondo civile, e le sue navi hanno potuto con eguale facilità toccare la Sicilia greca, la greca Napoli, il medio Adriatico, le città tracie, la Cirenaica, l’Asia Minore, Cipro, ora non più! Ora il mondo si è disteso assai più ad Oriente di un tempo. Ora Atene non è al centro, ma in un angolo dell’antico oichouméne[269]. Il nuovo ordito stradale, che i sovrani ellenistici vanno allacciando, consolida questa inferiorità, ch’è poi, in fondo, l’inferiorità di tutta la Grecia classica, dalla quale non si salvano che per breve ora alcune sue stazioni isolate: Corinto, grazie alla sua incomparabile situazione di regina di due mari e al suo privilegio di residenza greca dei monarchi macedoni[270], Rodi e qualcuna delle città costiere dell’Asia Minore, grazie alla minor distanza dal cuore del nuovo mondo[271]; poi, dopo la violenta, romana decapitazione di Corinto e di Rodi, Delo, diventa centro vitale del commercio italico nell’Egeo[272]. Ma non si tratta di splendori durevoli, nè di nuovi grandiosi centri di produzione o di civiltà, sibbene di effimeri porti e di stazioni marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell’Occidente e dell’Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di prodotti altrui.
Le stoffe seriche, fin ora uscite dalle frequenti fabbriche di Coo, scompaiono poco a poco dinanzi all’affluire di quelle che provengono dall’Estremo Oriente[273]; l’Argolide e la Laconia chiudono, una dopo l’altra, le sonanti fabbriche di armi[274]; le miniere, di ferro e di rame, dell’Eubea vengono abbandonate[275]; l’arte del bronzo e delle chincaglierie si spegne in quella Egina, che ne era andata per secoli gloriosa[276]; le officine artistiche di Sicione si fanno deserte[277]; Atene — la stessa Atene — abbandona per sempre le sue ricche miniere di Laurio e le secolari industrie ceramiche[278]. Di quali materie — ripetiamo —, di quali prodotti naturali, di quali speciali attività poteva la Grecia disporre, che la mettessero in grado di resistere alla nuova concorrenza dell’Oriente e dell’Occidente?