Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta, d’intermediari fiscali, che furono in provincia i pubblicani. Roma antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio, e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così detti pubblicani. Era quindi naturale che costoro, forti della loro qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno, in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano finora soggiacere.
Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà: «Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento, o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per gli alleati»[312].
Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci, i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema, questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta, sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313]; così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314], l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine, l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale sino allo Zanzibar e alle Indie[316].
Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare, tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata ricchezza[317].
La consorteria dei dominatori.
Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica. Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei cives romani furono identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318], e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della loro non difficilissima probità amministrativa.
E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio, a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati, «le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque, i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un uomo crudelissimo, che ha assassinato, derubato, ruinato innumeri liberi, madri, cittadini romani, che ha devastato intere contrade, uno scimmione feroce, un uomo vilissimo.... Che cosa risponderò a coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli, i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319]. Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi, non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena volontà del sollecitatore: «Faciam omnia sedulo quae te sciam velle....»[320].
Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro, e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale. Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].
Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere giustizia ai provinciali?
«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali, come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso, inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento, nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio, e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.