A quanto ascendeva il valore del movimento commerciale di Atene? Noi non abbiamo mezzo sicuro per determinarlo. Calcolando sull’ammontare del dazio d’entrata e di uscita, a cui sottostavano le merci che per terra o per mare entravano nell’Attica o ne uscivano — la famosa cinquantesima, ossia un’imposta del 2% — quale ci è riferito per un anno di grave crisi economica ateniese, ci troveremmo di fronte a un movimento di 10-12 milioni[43]. Ma il commercio ateniese doveva essere ben altra cosa negli anni normali o nei giorni della gloria. Del resto esso non si svolgeva soltanto nell’Attica, ma circolava per tutto il suo impero marittimo. Entro così vasta periferia, noi non possiamo supporlo inferiore a 160-180.000.000 di lire-oro[44], ossia, dato il valore del denaro nell’evo antico, rispetto a quello moderno, pari circa a un miliardo di lire, il triplo di ciò a cui, innanzi la Guerra europea, ascendesse il movimento commerciale della Grecia contemporanea, che è pure uno dei più fiorenti del Mediterraneo[45].

Or bene, tutta questa gigantesca e preziosa attività veniva d’un tratto arrestata dalla guerra. Le navi, gli uomini erano tosto destinati a scopi ben diversi, che non fossero più quelli del pacifico commercio; i porti erano ingombri di vascelli militari e di materiale bellico; a tutte le flotte era imposto il duro cómpito della così detta guerra di corsa.

Una tale e tanto grave conseguenza basterebbe da sola ad avvertire delle proporzioni della crisi, che la guerra, col suo semplice annunzio, veniva ogni volta a provocare.

Nè la guerra si combatteva soltanto con le armi. Il gioco delle armi si intrecciava e si serrava con quello delle proibizioni commerciali. «I nostri nemici», avvertiva acutamente l’autore de La Repubblica ateniese, «non consentiranno mai che le merci vengano portate in luoghi diversi da quelli in cui essi tengono il dominio del mare»[46]. La Guerra del Peloponneso — era ben noto in Atene — era stata inaugurata da un decreto vietante ai Megaresi l’accesso nei mercati dell’Attica e nei restanti porti della Confederazione[47]; più volte Egina ed Atene s’erano a vicenda bandito il boicottaggio di determinate mercanzie; in tempi lieti e tranquilli, Sparta, antico Impero celeste, chiudeva l’ingresso agli stranieri[48], e quindi alle loro importazioni. Ma la guerra induceva naturalmente a moltiplicare all’infinito la frequenza e la gravità di tante rappresaglie e di così gravi danni.

Quando Atene ebbe rotto le ostilità contro Filippo II, fu bandita la pena di morte contro chiunque apprestasse armi o attrezzi navali al nemico[49]. E, poichè le fabbriche ateniesi erano le fornitrici principali del materiale di guerra a molti Stati greci, siffatta disposizione, che deve aver avuto conseguenze crudeli, non deve certo essere rimasta episodio isolato. Noi non abbiamo menzione di veri e propri blocchi, parziali o totali, contro l’Attica: ma sappiamo che contro Atene fu più volte condotta la così detta guerra di corsa e siamo autorizzati a pensare che blocchi veri e propri non dovettero certamente mancarne poichè ne troviamo enumerati parecchi a danno di altri Paesi. Il blocco, del resto, non danneggia soltanto coloro contro cui è dichiarato, ma ricade su quelli stessi che lo dichiarano, specie se si tratta di Stati industriali e commerciali. Esso equivale alla chiusura di una delle fonti dell’importazione e di taluno dei mercati d’esportazione, cioè a dire al disseccamento di una parte dell’agiatezza e della ricchezza di quei Paesi, che lo hanno per primi volontariamente decretato[50].

Ma non si trattava di ripercussioni o di effetti limitati. La grande legge della solidarietà universale abbraccia tutto il dominio e tutti i rami della produzione. «I frammenti del gran tutto», parla un antico, «si sorreggono come gli anelli di una catena; l’agricoltura ha bisogno dell’arte del legnaiuolo e del fabbro ferraio; questi, dei tessitori e degli architetti, e così, a chi ben guardi, tutto è solidale nell’intrecciarsi dell’umano consorzio». Per tal guisa, il fiorire o il decadere del commercio decideva in buona parte delle sorti dell’agricoltura e di quelle dell’industria.

Il rapporto di queste due attività riesce nell’evo antico alquanto diverso da quello che fra esse corre nell’evo moderno. Oggi il rapido miglioramento degli strumenti di produzione, la tenuità del prezzo delle merci sforzano i mercati più refrattari, determinano le correnti d’importazione e di esportazione, eludono i talora contrastanti rapporti diplomatici. Nel mondo antico, invece, delle sorti del commercio, e quindi della esistenza delle varie industrie, decideva il più delle volte la violenza delle armi.

Gli Stati, con le loro navi da guerra e con la loro autorità, assicuravano le pericolose vie del transito, aprivano o chiudevano i mercati ai più temuti concorrenti, s’accaparravano, in gran copia e a buon mercato, l’approvvigionamento delle materie prime. L’industria e il dominio della terra e del mare erano, assai più che nell’evo contemporaneo, intimamente connessi fra loro, e la ricchezza e la forza erano, assai più che non oggi, a un di presso, un unico fenomeno sotto denominazioni differenti. «Non vi è città», spiega ancora l’autore de La Repubblica ateniese, «che non abbia bisogno di importare o di esportare; il che non potrebbe, se non assoggettandosi alle disposizioni di coloro che tengono il dominio delle acque»[51]. «Se taluna ha eccesso di legname per navi, dove lo venderà se non consente chi impera sul mare? Se tal’altra abbonda di ferro, di bronzo, di cotone, dove li scambierà se a costoro non si renderà benevisa?»[52]. Ma se tale circostanza faceva ad ogni popolo gradito il pensiero della guerra, ogni disastro bellico segnava necessariamente la fine d’ogni prosperità industriale.

A sua volta la rovina del commercio e dell’industria si ripercoteva malauguratamente su quello che abbiamo definito il fulcro dell’economia antica: l’agricoltura. Si è talora ritenuto che le società puramente agricole siano capaci di vivere e di fiorire in piena ed isolata indipendenza. Nulla di meno esatto. Condizione necessaria della loro prosperità è stata in ogni tempo l’esistenza di mercati prossimi al coltivatore, ove questi possa smerciare le proprie derrate e donde abbia mezzo di ritrarre gli elementi necessari al proprio benessere. Quanto diverse non sono le prospettive dell’agricoltura in Paesi poveri e in Paesi arricchiti dalla febbrile attività del commercio e dell’industria! Le sorti dell’agricoltura risultano quindi strettamente connesse con le sorti dell’uno e dell’altra; fioriscono e decadono insieme. Tale è stata la sorte loro in ogni tempo: tale fu nell’Attica antica!