Ma gli effetti economici della guerra perenne, quale noi la ritroviamo in Grecia, non conoscono limiti. Le nazioni antiche non disponevano di una quantità sempre uguale e costante di prodotti naturali o di merci di cui godere. Le difficoltà dei trasporti, l’impossibilità di reagire artificialmente alle violenze degli agenti naturali, la mancanza di un comune mercato regolatore; sopra tutto, la scarsa potenzialità produttiva, riescivano di ostacolo insuperabile alla stabilità e alla costanza della produzione[53]. Ma, fra le cause di squilibrio, massime erano quelle dipendenti dalla guerra.
La guerra distruggeva ciò che si era prodotto, allontanava le braccia dalla produzione, arrestava e stornava l’investimento dei capitali, turbava la pastorizia e l’agricoltura, impediva l’importazione e l’esportazione, determinava mirabolanti dislivelli nei prezzi delle derrate naturali e delle merci, che, come l’esperienza oggi ci avverte, dovevano anche allora prolungarsi per gran tempo, o, magari, aggravarsi, al ritorno delle brevissime paci[54]; arrestava gli affari o distruggeva il credito; sospendeva l’obbligo della correttezza e della legalità, e, sotto la minaccia di oscuri pericoli, terminava per pesare sulla vita sociale con una continua incertezza, un oscuro malessere, una paralisi quotidiana delle sue migliori energie, di cui, nell’assai più stabile regolarità del mondo contemporaneo, riesciamo a mala pena a cogliere la portata.
La guerra e le finanze ateniesi.
Con la crisi universale dell’economia privata s’accompagna quella dell’economia dello Stato. A quali proporzioni ascese lo sforzo finanziario che la Repubblica d’Atene si imponeva al ricorrere di ogni guerra?
Già, fin dal V secolo, la Città, sobbarcandosi a un dispendio annuo di circa 200.000 lire-oro aveva acquistato, e manteneva a suo carico, un corpo di mille arcieri, che salirono più tardi a 1600, i quali, pur serbando, quale principale attribuzione, la polizia della città, potevano essere impiegati in operazioni più specificatamente militari[55].
Venne quindi istituito un corpo di cavalieri, i quali salirono via via a mille, e poi a mille e duecento[56], e per cui la spesa ascendeva a non meno di 225.000 lire annue[57]. Venne al tempo istesso organizzato, pel servizio della marina, un esercito di teti, anch’essi a carico dell’erario[58], e, finalmente, allorchè le guerre si resero permanenti e fu d’uopo combatterle in remote contrade, occorse, come nella Repubblica romana, stipendiare senza distinzione, tutti i soldati, nonchè reclutare dei mercenari. Allora ogni pedone ricevette in guerra L. 0,60 giornaliere, talora perfino L. 2, e ogni cavaliere, il doppio, o, magari, il triplo della prima delle cifre sovra indicate[59], senza calcolare l’indennità di equipaggiamento: la così detta καταστάσις[60].
Noi possiamo calcolare a quanto ammontasse la spesa giornaliera per lo stipendio di un esercito in piede di guerra. Supponendo un esercito in armi, tra milizie attive e di riserva, di 20.000 uomini di fanteria e di un migliaio o poco più di cavalieri[61], avremmo, per il solo stipendio ai soldati, L. 13.500 al giorno, ossia circa L. 900.000 all’anno, ossia, a seconda i tempi, 1⁄6 o 1⁄12 di tutte le entrate annuali del bilancio ateniese![62]. Ma all’indennità di equipaggiamento e al soldo per l’esercito di terra, occorreva in Atene aggiungere le spese per le fortificazioni intorno alla città, e, sopra tutto, quelle pel mantenimento della flotta.
Le costruzioni navali non venivano, nè in pace nè in guerra, interrotte. Ogni anno si costruivano non meno di venti triremi[63], e il Consiglio, che non vi avesse provveduto, non poteva avanzare diritti ad onorificenze[64]. Ogni trireme costava, nel V secolo, un talento, ossia 6000 lire circa[65]. Al suo armamento occorrevano, tra marinai e soldati, duecento persone, di cui ciascuna, se normalmente, tra soldo e indennità di vitto, percepiva, al pari dei soldati di terra, L. 0,60 al giorno[66], riceveva talora, quale eccitamento a maggiore attività ed emulazione, fino ad una dramma (L. 1) circa[67]; sì che, calcolando in base ad una flotta di 300 triremi, le sole spese pel mantenimento dell’equipaggio, per un solo mese, dovevano ascendere a non meno di un milione di lire. Or bene, un’armata di 300 triremi fu tutt’altro che straordinaria per Atene. Al 353 la flotta ateniese ne contava 349[68]; nel 325, 360, oltre a 50, più costose, quadriremi e a 7 quinquiremi[69]; al 330, 392 triremi e 18 quadriremi[70].
Ma alla costruzione delle navi e all’allestimento delle flotte occorreva un arsenale: quello del Pireo era costato non meno di sette milioni[71]. Oltre ai vascelli da guerra occorrevano le navi onerarie, le altre destinate al tragitto della cavalleria, i battelli di servizio. Gli assedî reclamavano nuove spese per costruzioni in legno o in muratura, per macchine da attacco e da difesa, sempre più copiose e più dispendiose, a misura del progresso dell’arte bellica, per l’acquisto dei proiettili[72], e per le mille altre imprevedibili necessità.
Nè il dispendio si limitava alle somme, teoricamente e ragionevolmente calcolabili. Ogni guerra implica di necessità un mondo di spese irragionevoli, eccessive, illecite, eppure inevitabili. Il disordine amministrativo ne decuplò in ogni caso il vertiginoso ammontare. I quattrini spremuti dal sangue più vivo dei cittadini, andarono, il maggior numero delle volte, a finire nello scialacquo dei generali, nelle speculazioni dei trasmettitori del soldo, nelle truffe dei fornitori, i quali, naturalmente, gareggiarono, come sempre, nel segnare in conto spese non avvenute, soldati inesistenti, forniture mai apparecchiate[73].