È possibile oggi, in base agli scarsi elementi che possediamo, calcolare il vuoto spaventoso, che ogni guerra ed ogni previsione di guerra dovevano scavare nel bilancio dell’antica Repubblica ateniese? L’assedio di Samo di soli nove mesi (440-39) costò ad Atene 8 o 9 milioni[74]; l’assedio biennale di Potidea (432-30), da 12 a 15 milioni di lire[75]; quello di Siracusa (415-413) superò di parecchio queste cifre, toccando i 100 milioni[76]: tutta la prima fase della guerra del Peloponneso — la così detta Guerra decennale (431-21) — dovette ingoiare intorno ai 100 milioni[77]; la Guerra deceleica (412-404) dovette importare circa 40 milioni; l’intera guerra del Peloponneso costò non meno di 50.000 talenti, pari a circa 300 milioni[78]; le operazioni militari del 378-374, importarono 12.000.000 di lire[79]; altrettante la Guerra sociale del 357-55, di cui più di 9.000.000 circa per i soli stipendi ai mercenari[80]. Orbene, la gravità di tutte queste cifre risalta agevolmente quando si confrontano con quelle complessive del bilancio ateniese.
Atene, nell’età della sua maggiore floridezza, allorquando reggeva indiscussa il primato delle nazioni elleniche, vantava un’entrata di appena sei o, tutt’al più, di dodici milioni di lire[81]. Un solo anno di guerra bastava quindi ad ingoiare ogni entrata del bilancio, ed è perciò agevole intendere come, al momento della catastrofe dell’impresa di Sicilia, nel settembre 413, tutte le risorse ateniesi fossero state distrutte[82]. È facile spiegarsi come, due anni dopo, alla vigilia della grande vittoria navale di Cizico (410), la Città non si trovasse più in grado di pagare i suoi marinai e i suoi soldati[83]. Si capisce come la Guerra del Peloponneso, così decisiva per l’esistenza di Atene, fosse perduta due volte, nel 421 o nel 404, non già per i successi militari dell’avversario, ma per la impossibilità finanziaria, in cui la Città, dopo la disfatta di Antipoli, e dopo l’assai più crudele sorpresa di Egospotamòs, si trovò di mettere in mare una nuova flotta[84]. Riesce infine perfettamente legittimo concepire quello che di fatto avvenne: come sforzi bellici, tanto superiori alle capacità finanziarie, finissero col mettere in pericolo la incolumità, l’esistenza storica dello Stato, anzi della nazione ateniese.
In che modo, con che mezzi, rischiando che terribili conseguenze, la Repubblica ateniese tentò provvedere alle sue impellenti, inesauribili necessità finanziarie?
Il bilancio dell’antica Atene, come quello di tutte le Repubbliche greche indipendenti, era un bilancio di guerra. Esso non poggiava su imposte regolari ed ordinarie, cui provvedessero la ricchezza e l’attività dei cittadini. I suoi cespiti principali erano il tributo dei così detti alleati, e le tasse doganali su tutte le merci all’entrata o all’uscita dal territorio nazionale e le imposte per l’uso dei loro porti e dei loro mercati. Era evidente la natura politica di cotali forme di tassazione e, quindi, la loro intima connessione con la potenza del Paese.
Il tributo degli alleati importava almeno la metà di tutte le entrate ordinarie dello Stato ateniese. Ma a quali repentagli non era esso posto dalla guerra, molte volte intrapresa per assicurarne, talora, per ampliarne i gettiti!
Durante la rovinosa spedizione d’Egitto del 460-49 parecchie delle città alleate di Atene si credettero autorizzate a interrompere i periodici versamenti[85]. Nel 440, in seguito alla ribellione di Bisanzio e di Samo, l’ampio distretto della Caria fu visto ridursi a sole trenta città; la Ionia, stremata di municipi tributari, perdette ogni diritto all’autonomia finanziaria, e numerose cittadine del Chersoneso e della Calcidica, interruppero, le une, per breve ora, le altre, definitivamente[86], i rispettivi annui contributi. Nel 436-35, in seguito ai gravi malcontenti che avevano determinato l’invio di una colonia là dove sorgerà Anfipoli, quel pericoloso esempio è imitato da cinque altre cittadine della Tracia[87]. Nel 432-30, la rivolta di Potidea torna a rattizzare la defezione e l’insurrezione[88]. E così, ad ogni alitare di fronda, ad ogni insuccesso militare, ad ogni tentativo, ad ogni pericolo che si disegna all’orizzonte contro Atene, l’impero vacilla sulle sue basi, si sgretola, e un vuoto pauroso si apre sotto le fondamenta economiche dello Stato. Nel 404, in seguito alla miseranda catastrofe della Guerra peloponnesiaca, il contributo federale vien meno del tutto, e lo Stato ateniese precipita nella miseria più nera. Cinquant’anni dopo, al dissolversi della terza Lega marittima, la tragedia si rinnova. Il contributo federale discende a 45 talenti, poco più di L. 250.000[89], quante un tempo ne versava la sola Samo, e la storia di Atene è finita per sempre.
Ma non a questo soltanto si limitavano, nei rapporti con gli alleati, i contraccolpi delle guerre continue. Le sempre emergenti strettezze finanziari e l’acuirsi del malcontento delle città alleate, che accompagnava di pari passo ogni periodo di ostilità, costringevano Atene ad usare della forza per ricondurre i debitori insolventi all’osservanza dei loro obblighi federali[90]. La guerra provocava la guerra! E, quando si pensa che prime a sottrarsi erano sempre le città più lontane, poste alla periferia dell’impero, e che ogni parziale, felice ribellione ingenerava, col contagio dell’esempio, nuove ribellioni, apparirà evidente di qual danno, prossimo e remoto, riescisse, per Atene, ogni più lieve guasto nello strumento medesimo della sua potenza, politica ed economica.
Ma le voci delle entrate ateniesi, che la guerra comprometteva, non si limitavano — dicemmo — al tributo degli alleati. Vi seguivano in primo luogo le imposte doganali. Il commercio ateniese aveva un valore suo proprio, quale fonte della ricchezza dell’erario[91]. L’abbiamo notato: la cinquantesima (la πεντηκοστή), ossia il dazio del 2% sopra tutte le merci, imbarcate, sbarcate, reimbarcate al Pireo, rendeva alla Repubblica, nei suoi giorni più difficili, circa 200.000 lire[92] all’anno. C’erano poi altre imposte doganali, di cui diamo soltanto accenni oscuri e indefiniti[93]. Una imposta dell’1% (una centesima) (ἑκατοστή), che non era forse l’unica del genere, colpiva — pare — l’uso del porto, così come due dazi, difficili a determinare con precisione, esatti rispettivamente dallo Stato e dai Comuni, colpivano tutte le merci che venivano trasportate al pubblico mercato, alla classica agorà[94]. Gli alleati di Atene — sappiamo — erano obbligati a recarsi nella capitale dell’Attica per la trattazione e la risoluzione delle loro controversie giudiziarie. C’era poi l’imposta sulle vendite e sulle pubbliche aggiudicazioni di immobili: l’eponion[95]. Or bene, anche questi varî cespiti del bilancio ateniese, dipendevano, direttamente e indirettamente, dall’alterno stato di pace e di guerra. La guerra li aveva creati o almeno ne aveva, per Atene, elevato il gettito a proporzioni, che la maggior parte delle città greche ignorava. Ma la guerra, con le sue crisi, veniva ad annullarli o a scarnificarli profondamente. Essi dipendevano dalla potenza della nazione che ne godeva, dalla sua autorità sopra alleati e sopra forestieri; e questi non erano più tenuti nè a dogane nè a spese giudiziarie fin dal primo giorno in cui, alla soccombente repubblica veniva meno la forza necessaria a tanta coercizione, o le invasioni straniere arrestavano la regolarità dell’amministrazione della giustizia, o impedivano la possibilità materiale dell’esazione[96].
Per tal modo, se in ogni tempo la guerra ha esercitato un’influenza notevole sulla finanza degli Stati belligeranti, il particolare assetto delle finanze delle grandi città greche, in intimo, organico rapporto con la loro potenza politica, rendeva tale legame indissolubile. Non soltanto ogni guerra ingigantiva le spese; ma il suo solo annunzio bastava a far sì che le entrate precipitassero a proporzioni miserevoli e insufficienti. La guerra bruciava ad ambo i capi l’esistenza economica di quelle repubbliche: ne distruggeva gli utili, ne rincrudiva i danni. Così il circolo di quella che fu la perenne tragedia finanziaria degli staterelli greci era chiuso e saldato.