Tributi e imposizioni straordinarie.

A rompere il malefico incantesimo, non v’era altro mezzo che trasformare le basi stesse del bilancio ateniese: farne, di un bilancio politico, un bilancio economico, al riparo, nella più alta misura possibile, da tutti i contraccolpi della guerra. Fu il sogno di quel singolare autore dell’operetta che ha per titolo Le entrate di Atene, che si è voluto identificare con Senofonte, e che, in ogni modo, in sulla metà del sec. IV, rappresentava il pensiero di una buona parte dell’opinione pubblica ateniese, completamente aliena dal voler ripetere le terribili esperienze dell’età che vi aveva proceduto[97]. Il sogno del democratico autore dell’opuscolo è quello di trasformare lo Stato ateniese in uno Stato industriale, in uno Stato imprenditore di lavori e di speculazioni commerciali. Su questa particolare concezione, per altro disegnata, idealmente, in modo perfetto, incombe un pericoloso elemento utopistico[98]. Ma l’utopia celava una profonda verità ed una purissima intenzione: quella di far vivere gli Ateniesi, non più sui frutti dell’impero e della guerra, ma sui proventi della pace.

Ma per la trasformazione della finanza ateniese in una finanza di pace, occorrevano tempo, calma, abnegazione e, sopra tutto, uno stato di tranquillità, che assai di rado Atene godette. Nella ressa delle esigenze quotidiane, con la guerra permanente alle spalle, il rimedio più rapido e più naturale era, invece, quello d’inasprire i tributi: effetto e segno, insieme, dell’immiserirsi del pubblico erario e causa di mali nuovi e impreveduti. Siamo alla vigilia del grandioso conflitto col Peloponneso. La guerra di Samo (440-39), la difesa di Corcira contro i Corinzi (433-32), la successiva spedizione in Tracia e, finalmente, il tremendo assedio di Potidea (432-30), che inaugura appunto la guerra, hanno importato una spesa di circa 4000 talenti (= circa 24 milioni di lire)[99]. Occorse allora procedere ad una prima revisione dei tributi degli alleati, in parte ribelli, e, com’era naturale, a un rincrudimento dei medesimi[100]. Ma il rimedio è insufficiente, e, mentre le spese incalzano, esso provoca nuove renitenze e nuove defezioni. Dopo le entrate, le riserve del bilancio, di cui Pericle andava così orgoglioso, vengono, come giammai, profondamente intaccate[101]. E la guerra non s’arresta, anzi è d’uopo intensificarla e passare decisamente all’offensiva. Intanto scoppia la rivolta di Mitilene (428). Allora viene riesumata l’antica eisphorà ateniese, che un tempo avea colpito le sole proprietà fondiarie dell’Attica, e ora dovrà colpire, insieme, la ricchezza, mobiliare e immobiliare, del Paese.

L’eisphorà del 428 è prelevata nella misura di 200 talenti (oltre un milione di lire)[102]. Era un gettito cospicuo; ma una goccia d’acqua nell’oceano dei bisogni infiniti. L’anno dopo, occorre tornare a rivedere i tributi[103]. Pure, siccome la guerra non dà successi notevoli, è pericoloso imporre agli alleati grandi sacrifizi. Bisogna limitarsi quindi a piccoli ritocchi. Ma nel 425 si ha la felice occupazione di Pilo, ossia l’invasione della Messenia, donde si spera, in Atene, non sia difficile far saltare in pezzi il dominio spartano sul Peloponneso. Allora, salito Cleone all’ufficio, che per tanti anni era stato gloriosamente tenuto da Pericle, si osa decretare un raddoppiamento dei tributi confederali. I 460 talenti, che Aristide aveva loro imposti e che già erano stati portati a 600[104] sono ora fatti salire a circa 1000: sei milioni di lire[105]! Si sperava forse sfuggire alla necessità di nuove eisphorai, così penose per il cittadino ateniese, da lustri abituato a vivere delle entrate del suo impero? Se tale voleva essere la speranza dei reggitori di Atene, essa riuscì vana, chè, circa un anno dopo, intorno al 424, bisognò ricorrere di nuovo, e, probabilmente, più di una volta, all’eisphorà[106].

L’ombra di quella tregua, che il capo del partito conservatore ateniese, Nicia, riuscì a segnare nel 421 con Sparta, interruppe la continuata adozione di mezzi così eroici. Ma la speranza della pace non era stata che un inganno, un breve agitato respiro per meglio prepararsi alla nuova presa d’armi. Nel 418 si ha la guerra così detta di Mantinea; nel 417, una nuova spedizione ateniese in Tracia; nel 416 una spedizione contro Melo.... Pure, ad Atene non si vuol più sentir parlare di nuove eisphorai[107]; in compenso, non si esita, tra il 420 e il 417, a tornare ad aggravare il tributo dei pazienti alleati. Per alcuni distretti, esso è senz’altro triplicato, per altri, l’aumento è forse ancora più considerevole....[108]. Si toccano in questo momento i 1200 o 1300 talenti annui, a cui mai fin adesso il contributo federale era salito[109]. Era una entrata cospicua, che superava da sola quella, a cui un tempo s’era levata la somma complessiva delle entrate ateniesi. Ma i preparativi per la nuova guerra di Sicilia (415-13) costringono a pensare alla possibilità di nuove eisphorai[110]. Poi la guerra ha principio; si svolge paurosamente; affonda in un’enorme catastrofe, e finisce con l’ingoiare tutto: entrate ordinarie ed entrate straordinarie; vecchie riserve e nuovi proventi. Ma, poichè le ostilità con Sparta si riaccendono, e si inaugura la terza fase della guerra peloponnesiaca — la fatale êra della Guerra deceleica (413-04) — occorre di nuovo dar mano a operazioni cesaree. Subito, nel 413, si sostituisce il tributo federale annuo con la nota imposta del 5% su tutte le merci esportate o importate nei territori federali[111]. Ora stesso si raddoppiano i diritti d’uso del Pireo, dall’1% al 2%, e l’antica centesima diviene la nuova cinquantesima; anche ora, forse, viene raddoppiata la percentuale dei diritti sulle vendite[112]. Ma il nuovo sforzo è sempre insufficiente ai bisogni: nel 410-09 viene creata la decima (la δεκάτη), una imposta del 10% sul transito delle merci sul Bosforo, che sarà per parecchio tempo l’unica risorsa costante della cassa militare degli strateghi ateniesi[113], e, qualche anno dopo, si deve, di nuovo, replicatamente ricorrere a ulteriori eisphorai[114]. Finalmente, nel 404, la terribile guerra si chiude: la distruzione della potenza ateniese è consumata.

Ma poco dopo, ancora una volta, si dà mano alle armi. L’egemonia su tutta l’Ellade, che Sparta era riuscita ad imporre, sembra in pericolo. Le città, un tempo sue alleate, e le sue suddite recenti si sollevano contro la nuova dominatrice, che si dimostra assai peggiore dell’antica. Divampa la Guerra corinzio-beotica (395-387). Atene si getta di nuovo nella mischia, e perciò impone, a carico della sua stremata cittadinanza, nuove contribuzioni straordinarie[115]. Gli abili accordi di Sparta con la Persia e l’improvvisa pace di Antalcida (387) frustrano le speranze della coalizione antispartana. Ma, di lì a non molto, l’onnipotenza di Sparta pericola nuovamente. Tebe ha dato il segnale della riscossa, e ad Atene si torna a lavorare per la ricostituzione dell’antica lega marittima e per una nuova ripresa del gigantesco duello con Sparta. Perciò si intima un’altra contribuzione straordinaria, ma si vuole che la nuova eisphorà sia più grandiosa delle precedenti; onde vi si apparecchiano basi più solide e strumenti più sicuri degli antichi. Fu questo il capolavoro finanziario del 387-77, che, dal primo arconte, pigliò il nome di Nausinico. Questa volta, non solo furono senza dubbio riveduti e controllati i ruoli delle fortune ateniesi, ma vennero istituiti dei gruppi di cittadini, delle società — delle simmorie, come allora si disse — incaricate di riscuotere l’imposta, e farsi in certo modo garanti di tale riscossione[116]. Pur troppo, il censimento delle fortune ateniesi dette soli 5750 talenti di fortune imponibili, pari a 35 milioni di lire[117]; e, poichè, immediatamente dopo, veniva ordinata la prelevazione di almeno 300 talenti d’imposta[118], ne risulta che le fortune ateniesi vennero colpite per oltre il 5% del loro ammontare totale, o, ragguagliandone il reddito netto al tasso, certo elevato, del 10%, per oltre il 50% del frutto annuo[119]!

L’indizione dell’eisphorà si rinnova due altre volte, fra il 376 e il 367. Siamo adesso nel cuore del grande duello tebano-spartano, nel quale, ancora una volta, entra di mezzo Atene, sforzandosi di riconquistare, appoggiandosi ora all’una or all’altra, la parte preminente, un tempo goduta, in Grecia. L’imposta sembra adesso colpire il 10% della ricchezza censita[120]. Il che significa che in due riprese vien assorbito l’intero reddito annuo dei cittadini ateniesi!

Nè le eisphorai del 376-67 sono le ultime della serie. I ricorsi di quelle aborrite contribuzioni si ripeterono implacabili con l’incalzare delle nuove necessità militari, col declinare del commercio e dei redditi delle dogane, col crescere in sicurezza dei redditi federali. L’età di Iseo, Lisia, Senofonte, Demostene[121], n’è tutta ingombra, sì che, di tanta frequenza e della consueta od eventuale gravezza dell’imposta, noi ritroviamo traccia nei lamenti di tutti gli oratori del tempo.

Ma l’eisphorà diviene ancora più esosa, quando, nel 362, è introdotta la speciosa innovazione della così detta proeisphorà, la quale impone ai ricchi l’obbligo di anticipare all’erario le somme votate dall’assemblea, salvo il diritto, che sempre rimaneva teorico, di risarcirsene sui contribuenti[122]. Le conseguenze di questo anticipo forzoso dovettero essere terribili, e, per averne un’idea noi dobbiamo correre col pensiero ai decurioni del basso Impero romano. Fin adesso ogni cittadino aveva pagato, sia pur duramente, in proporzione della propria fortuna; d’ora innanzi i cittadini agiati dovranno pagare senza limiti in proporzione della ricchezza propria e del malvolere di tutti gli altri. Molte fortune, sulle quali lo Stato fin adesso aveva potuto contare per i suoi bisogni, vennero ora schiantate; altre famiglie fuggirono, imprecando, la patria, o preferirono chiamare i nemici del di fuori contro gli usurpatori del di dentro. E la Repubblica, per eccessivo studio di assicurare le sue finanze di guerra, finì col trovare inaridite tutte le fonti della sua prosperità.

Ma un altro sistema adoperava — come tutte le città greche a regime democratico — Atene, per assicurare il suo bilancio: quello di sforzare i cittadini agiati ad assumere taluni servizi pubblici. Fra questi, agli scopi della guerra, primeggiava la trierarchia.