La trierarchia è il più costoso, e, dopo l’eisphorà, il più rigido[123] fra i così detti doveri liturgici, cioè l’obbligo fatto ai cittadini più agiati di sobbarcarsi per un anno all’armamento e alla manutenzione di una trireme. Or bene, questo carico doveva, gli è evidente, riescire sempre più gravoso col crescere della forza marittima ateniese, con l’incalzare delle guerre, col ripetersi di disastrosi insuccessi, i quali venivano senz’altro ad imporre l’urgenza e l’armamento di nuove flotte[124].
Se si calcola inoltre che, dalla seconda metà del secolo V, le maggiori imprese militari di Atene furono tutte marittime; che, almeno fin dalla prima metà del IV, lo Stato non assicurava più, come nel V, la mercede a tutto l’equipaggio, ma ai soli remiganti, dinanzi ai quali, del resto, il trierarca rimaneva moralmente e direttamente impegnato[125]; che fin d’allora neanche i componenti l’equipaggio o i remiganti venivano forniti in numero sufficiente e di qualità adeguata[126], per cui toccò più volte al trierarca, acquistarne dei nuovi, stipendiarli e, magari, regalarli abbondantemente[127]; quando si riflette che la difettosa legislazione, la lungaggine amministrativa, la forzata taccagneria dell’erario vennero procurando ai trierarchi brighe gravi e molteplici, sì da distorli dal reclamo di quegli arredi, cui avevano diritto[128], s’intenderà facilmente come l’ottemperanza al dovere della trierarchia potesse, durante una sola guerra, trascinare alla perdizione gran numero di cospicue famiglie ateniesi[129].
Ma, come se ciò non bastasse, fin dalla Guerra del Peloponneso, i trierarchi in carica, o, magari, uno solo fra essi, dovettero garantire per il successore od il collega[130] anticipando, al solito, per periodi di tempo indefiniti, le spese necessarie, e, finalmente, dopo il 357, come già era avvenuto per la eisphorà, i trecento più ricchi ateniesi furono, davanti allo Stato, fatti responsabili delle contribuzioni dei rimanenti e tenuti all’anticipazione delle somme che sarebbero occorse[131]. Ma, poichè il numero dei trierarchi venne contemporaneamente fissato a 1200, la loro cifra per nave, e quindi la ripartizione degli oneri, variò in proporzione inversa della quantità delle triremi richieste.
Non si poteva non ricorrere alla menzogna ed alla frode. E i nuovi liturgi — è il nome che il diritto pubblico ateniese assegnava a questi, più o meno volontarî, contribuenti — furono più fortunati o più abili dei futuri decurioni del basso Impero romano: appaltando a dei terzi la trierarchia[132], riserbando per sè la riscossione dell’intera somma dei soci meno abbienti, valendosi all’uopo dei mezzi più odiosi; violando, in una parola, lo spirito della legge, finirono per collaborare a quella rovina delle medie e delle piccole fortune dell’Attica[133], che già altre cause non meno inscongiurabili, andavano provocando.
Le eisphorai e l’obbligo della trierarchia non esaurivano la serie delle liturgie e dei danni suscitati dalla necessità della guerra e gravanti sui cittadini ateniesi. Il loro buon volere veniva altresì sollecitato dalle contribuzioni volontarie, le così dette epidoseis[134], il cui versamento, manifestatane l’intenzione, diveniva obbligatorio, e ogni suo postumo rifiuto cadeva sotto le sanzioni penali comminate dalla legge[135].
Riassumendo in breve giro di frasi gli effetti delle imposte straordinarie di guerra, così Senofonte induceva Socrate ad esprimersi: «Se scoppia una guerra, tu sarai nominato trierarca, e con la trierarchia sarai gravato di tali e tanti gravami che non potrai riuscire a sostenerli. E se opineranno che tu non ti comporti con prodigalità, ti colpiranno con lo stesso rigore con cui se ti sorprendessero a rubare le loro sostanze....»[136]. Nè si trattava di amplificazioni retoriche. Sin dallo scorcio del secolo V, una nuova taglia, rivoluzionaria sì, ma, pur troppo, regolare, venne a gravare sui più abbienti: quella confisca dei beni, che avrebbe dovuto rappresentare una legale punizione dei reati comuni o politici, e che, invece, ora, diviene a poco a poco una delle entrate ordinarie del bilancio ateniese. «Gli è più pericoloso», dirà Isocrate, «essere tenuto per ricco che avere perpetrato un delitto.... Di questo si può ottenere grazia o indulgenza, mentre la ricchezza condanna irremissibilmente a perire....»[137]. E ad Atene, nei frangenti più gravi, come negli anni più foschi della Rivoluzione francese le misure giacobine non mancarono mai nell’ordine del giorno della vita pubblica, sì che, attraverso le delazioni e le montature dei facili sicofanti, il Moloch della guerra ingoiò facilmente, insieme con le fortune, il sangue e l’onore dei cittadini[138].
Il disagio dei privati.
Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era — con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie ordinarie, ad esempio, la così detta coregia, sopperissero magari due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per società[140]. In maniera analoga, la trierarchia cedette il posto alla syntrierarchia, per la quale le spese dell’arredamento e della manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141], e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per società[142].
Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari. Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].
Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza. Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi, se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145], e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa, almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire, chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV, Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e, quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato, «quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti, e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero, e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori, che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre ridotti a sì dolorose strettezze»[152].