Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli apparivano quelle della popolazione minuta della città e della campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva senz’altro come indigente[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la città si levano grida di dolore e di passione»[154].

Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della plebs urbana della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini, il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche elemosina[156].

E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma, così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze dell’erario[157].

Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo servizio di pubblica assistenza[158].

Ma, mentre in alto e in basso s’impoveriva, le guerre continue, la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e, peggio ancora, dei forestieri, i così detti meteci che vivevano e lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri, grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]: essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio, fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi. Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna, cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?

Spopolamento e sovrapopolazione.

Epilogo inscongiurabile di tanta rovina sopraggiungeva il sintomo doloroso della depopolazione, derivante, per un verso, dall’accresciuta mortalità a cagione della miseria, della guerra, delle conseguenti epidemie, che, specie fin dal terzo secolo a. C. flagellarono periodicamente l’intera Grecia, per un altro, dalla scemata natalità, effetto a sua volta dell’aumento del celibato e della previdibile attuazione di un maltusianismo avant lettre[161], specie da parte dei componenti il medio ceto, il più preoccupato e minacciato di rovina[162].

Dei cittadini ateniesi maschi adulti, che, nell’età di Pericle ascendevano a 35.000, se ne contavano alla fine dello stesso secolo, non più di 20.000; la cifra dei forestieri s’era dimezzata; la popolazione totale, compresi gli schiavi, ridotta da 250.000 a 130.000 anime[163]. Il corso del IV secolo, non ostante la legge naturale del progressivo incremento numerico di ogni umana società; non ostante il fatto che Atene in questo tempo, se vive in un perenne stato di guerra, non attraversa crisi colossali come quella, già oltrepassata, della Guerra peloponnesiaca; il quarto secolo — diciamo — non riesce a risollevare la cifra della popolazione della Città. Quando esso sta per tramontare, i cittadini ateniesi sono ancora 20.000[164]. E poichè, se forse crebbe il numero degli stranieri[165], non aumentò certo quello degli schiavi[166], deve indursi che, alla fine di questo periodo, l’Attica non superava il numero di abitanti che il secolo precedente vi aveva lasciati. Nei duecento anni successivi, la popolazione dovette certamente scemare, sebbene noi non abbiamo alcun mezzo per giungere ad una valutazione numerica. La prima guerra mitridatica doveva dare l’ultimo colpo. Dopo di allora l’Attica non potè risollevarsi[167], e divenne una quantità insignificante nella storia demografica della Grecia antica.

Il fatto evidente della depopolazione non impediva la tragica contradittoria sensazione di un eccesso di popolazione. Mentre nell’Attica la vita si rendeva ogni giorno più tormentosa, dai territori degli alleati ribelli, dalle colonie, schiantate o minacciate, da ogni angolo del vecchio impero ateniese, tornavano, coatte o volontarie, le schiere dei cleruchi, orde di emigranti disfatti, senza averi, senza fede, senza speranze, rigagnoli affluenti alla miseria della popolazione della metropoli[168].

Il danno, che dal loro ritorno procedeva, non era puramente transitorio. L’abbiamo visto: il problema della sovrapopolazione, nel mondo ellenico, e per motivi affatto estranei a quelli naturali, era uno dei più gravi e temibili[169]. A complicarlo, la perdita delle colonie creava, in mezzo alla miseria attuale, un fomite nuovo di miseria futura, cui non era possibile rimediare se non con la riconquista dei territori perduti. Ma, poichè, nel maggior numero dei casi, tale fortuna dipendeva dal ricupero della supremazia politica, alla quale era mezzo il pericoloso riaccendersi della guerra, riusciva difficile trovare chi non vi preferisse un volontario, lento, rassegnato suicidio. Atene, infatti, sia al costituirsi della sua terza federazione marittima, sia al preponderare dell’ingerenza macedone e romana, fu costretta a rinunziare apertamente all’acquisto o all’ipoteca, sia privata che pubblica, di case e di terreni nei Paesi alleati, sotto pena di vedersene confiscati gli acquisti[170].