Poichè, in siffatta guisa, ogni sbocco all’emigrazione era tagliato, si cominciarono fin dal IV secolo a formare compagnie di ventura, avide di bottino, destituite di ritegno, pronte a passare agli stipendi del maggior offerente, minaccia continua alla pubblica e alla privata tranquillità. E se nel 402-01 era stato difficile radunare, per conto di Ciro il giovane, 10.000 mercenari, e la maggior parte s’erano dovuti allettare con stipendi favolosi[171] e con promesse irrealizzabili, più tardi, i mercenari greci, costituirono, quasi esclusivamente, i nuovi eserciti nazionali e stranieri[172]. I ruinati della guerra erano adesso divenuti i ministri quotidiani della sua opera di distruzione!
La guerra e la decadenza della Grecia.
Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo inferire dalla storia politica ateniese.
La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo, nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene, la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418, ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176]; il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al 10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407, Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea (394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe 18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000 Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai 40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che, in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2% al 6% della popolazione complessiva.
Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000 ca.), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito «intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000 circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.
Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida (387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica; ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore, cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa rovesciata dalle fondamenta.
Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene? Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza, ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii, di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia antica!
Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo il peso enorme delle eisphorai ateniesi. Ma esse non sono un esempio isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].
Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori, stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci, infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare, e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice, e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].