Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari, condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare, tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188]. Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle singole città.

Anzi tutto le guerre civili in permanenza!

Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno, sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente, materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide, «le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica fatica combattere e trucidarsi a vicenda.

Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora, l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e la vendetta.

Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni, le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati, erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista, ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno, Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo) raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C., il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese. Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e 1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300 gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara, in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600 nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].

Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000 esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che 1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira — 1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4 o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro di anni.

I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata, appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso, intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della vendetta.

L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono, non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria, anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica coltura.

Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento, dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate, esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del 324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari cioè a 1⁄10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi, infiniti turbamenti.

Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni», avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto, «offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato. Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia, appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’agorà sarebbero dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando, finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata nel Panegirico, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo, dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.