Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la decadenza dei singoli Stati greci.
Dopo l’urto persiano le città greche dell’Asia Minore e dell’Eubea, che per l’innanzi avevano figurato all’avanguardia del progresso, decadono quasi d’un tratto[204], e la incerta resurrezione di taluna sarà più tardi soffocata dalla posteriore invasione di Alessandro Magno[205]. Egina, che fin dalle guerre mediche era, insieme con Corinto, divenuta primo emporio dell’Egeo, perde ogni importanza in seguito alla conquista ateniese del 457 ed all’esilio, cui, più tardi, la sua conquistatrice costringerà la grande massa della borghesia indigena[206]. La decadenza delle città greche dell’Italia meridionale e della Sicilia coincide con l’aggravarsi delle guerre con le popolazioni indigene e, poco di poi, con l’invasione romana. La grande Sibari era già, fin dal settimo secolo, perita sotto il ferro sterminatore dei Crotoniati. Crotone, malconcia dalle ostilità dei Bruzzi e dei Lucani, vide, al tempo della guerra annibalica, la sua abbondante popolazione discendere a 2000 cittadini[207]. Turii, Cuma, Posidonia, Pyxus, Laos, la seguirono tosto nella disgrazia. La gloria di Siracusa, regina delle colonie elleniche, si oscura per non più riaccendersi, con la prima e con la seconda Guerra punica. Le due Guerre puniche, spopolano e abbrutiscono la Sicilia greca[208]; l’una e l’altra, insieme con la Guerra tarantina, sospingono nel sepolcro Taranto: le Guerre Sacre provocano la rovina della Focide; le invasioni romano-macedoni e le contese locali devastano, nel III secolo, l’Acarnania[209] e il Peloponneso[210]; distruggono la gloria di Megara[211]. La guerra di Roma contro gli Averni del 121 a. C. e, peggio ancora, le operazioni della seconda guerra civile, demoliscono la potenza e la gloria della grande colonia focese di Marsiglia, privata così «di tutto, salvo che del nome vano della libertà»[212]. La terza macedonica annienta la fortuna di Rodi, decimata dei suoi redditi coloniali, interdetta nei lucrosi commerci con la Macedonia, impacciata, politicamente e commercialmente, da una gelosa sorveglianza, debellata dalla concorrenza di Delo, che Roma proclama porto franco[213]. E con Rodi finisce Corinto, spogliata del suo primato dalla numerosa serie di ostilità peloponnesiache, e, dall’invasione romana, precipitata nella polvere, mutilata delle sue mura, delle sue torri, dei suoi templi, depredata dei suoi tesori, delle sue divinità, dei suoi palazzi, vergine bellissima, colta, e «divorata dalla guerra», su cui soltanto le Nereidi restano, quali alcioni, a piangerne la sventura[214].
Delle sue spoglie arricchisce Delo, ma anche alla regina delle Cicladi toccherà subire dalla guerra il fatale colpo di grazia. Le invasioni mitridatiche ne inizieranno la catastrofe, le incursioni piratiche l’affretteranno, ed essa seguirà, rassegnata, come a fato implacabile, la sorte di Atene, di Rodi, di Corinto. La sua fine, come il tracollo di ogni grandezza, disperatamente sognata e per un istante raggiunta, ci stringe il cuore più di quella delle sue spente rivali. «Fosse piaciuto agli Dei», geme l’Isola santa nel carme di un ignoto poeta, «fosse piaciuto agli Dei di lasciarmi vagare in balìa, di tutti i venti.... Sarei meno infelice! Oh quante navi passano noncuranti dinanzi a me, ch’ero in altra età oggetto del culto dell’Ellade, divenuta ormai sterile e selvaggia: tarda, ma dura vendetta della crudele Giunone....»[215].
Il pensiero dei contemporanei.
Su tanto sepolcro di vivi recitava Isocrate il suo disperato elogio della pace. Correva uno degli anni più tristi dell’ultima guerra d’Atene contro i suoi stessi alleati — la Guerra sociale del 357-355 —, e ai suoi cittadini così egli prendeva a parlare: «È costume di tutti coloro, i quali arringano da questa tribuna, ripetere che il soggetto, di cui s’intratterranno, è d’interesse sommo e vitale per la repubblica. Or bene, se mai vi fu occasione degna d’un simile esordio, essa è la presente, nella quale noi ci accingiamo a discutere della pace e della guerra, cioè a dire di quello che sovra ogni altro pesa sulla vita degli uomini.... Io vi dirò che la pace arreca assai più utile che non gli sforzi febbrili della conquista; che la giustizia giova più della iniquità e la sollecitudine delle cose proprie più della brama di quelle altrui.... Mai danno alcuno ci venne da coloro che ci consigliarono la pace, mentre le nostre grandi e numerose calamità derivarono tutte da quegli altri, che temerariamente ci incitarono alla guerra.... La guerra ci privò di ogni cosa: della sicurezza del nostro Paese, della possibilità di procacciarci quanto occorre alla vita, della concordia in patria, del buon nome presso i Greci...; ci fece poveri, ci gittò in mezzo a pericoli infiniti...; ci infamò presso i nostri connazionali...; ci rapì per ben due volte l’antica, gloriosa costituzione...: ci colmò in una parola di malanni....»[216]. Or bene, «se faremo la pace», «godremo nella nostra repubblica senza timore alcuno, senza le guerre, i pericoli, i turbamenti, nei quali siamo tutti precipitati, ed ogni giorno accresceremo la nostra ricchezza, esenti da tributi, da trierarchie, dai restanti obblighi militari, e, sicuri, coltiveremo i campi, navigheremo, attenderemo a tutte quelle altre occupazioni, che ora, a cagione della guerra, giacciono neglette. I redditi della città raddoppieranno e la rivedremo piena di mercanti, di stranieri, di meteci.... Io tengo per fermo che in tal guisa la nostra repubblica rifiorirà..., e noi stessi diverremo migliori, e tutto sarà per progredire»[217].
Una tesi identica sosteneva, nello stesso tempo, Senofonte, o chi fu l’autore del famoso opuscolo su L’entrate di Atene[218], indagando un sistema di economia pubblica, in cui la sua città, per vivere, avesse potuto fare a meno delle pericolose seduzioni della guerra: «Felicissimi sono gli Stati, che poterono godere a lungo della pace, e tale è Atene da poter prosperare nella pace sopra tutte le altre....». «Chi persiste a credere a noi più vantaggiosa la guerra per le ricchezze che ci apporterebbe interroghi l’esperienza dei secoli ed il nostro passato. Troverà che la città, divenuta un tempo ricchissima nella pace, ebbe tutto divorato dalla guerra; troverà che anche nell’età nostra, a motivo della guerra, molte pubbliche entrate vennero meno, e le altre che continuarono ad affluire, furono dissipate in esigenze varie e diverse. Ma, dopo che sul mare è tornata la pace, esse sono cresciute ed i cittadini hanno potuto usare dei propri beni a proprio talento»[219]. Con la pace torneranno a convergere in Atene mercanti, navigatori, industriali, artisti, poeti, filosofi, operai, quanti lucrano coi doni dello spirito e del corpo quanti faticano col pensiero e con la mano. I ricchi andranno esenti da spese militari, il popolo abbonderà di tutto quanto è necessario alla vita, le feste saranno solennizzate con maggior sfarzo, gli edifizi pubblici, restaurati[220], lo Stato riconquisterà la stima e il rispetto degli Elleni[221]: tutte le classi sociali esulteranno[222].
Ma nè Isocrate, nè Senofonte porranno nell’ardore per la pace l’entusiasmo, l’impeto, la frenesia, che esagitava il cuore di Aristofane, un uomo, il quale, pure, come lo definisce un moderno, fu «uno degli spiriti più acri, più mordaci, più spietati», «il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte»[223]. È un inno d’amore, una melodia ineffabile di dolcezza e di benessere, con la quale può soltanto rivaleggiare l’inno più antico, ma più solenne, di Bacchilide: «L’alma pace largisce ai mortali la ricchezza e il fiore dei carmi soavi e fa che in sugli altari degli Dei, sublimati dall’arte, ardano tra i riflessi d’oro delle fiamme, le membra dei buoi e delle pecore vellose, popola i ginnasi, le aule e i banchetti, di giovani, le vie, di lieti simposî, e d’inni, l’aria e le labbra infantili»[224].
Ma Aristofane non era soltanto un poeta; egli parlava a nome di intere masse sociali, di tutti gli stanchi, di tutti i ruinati, di tutti gli agiati, di quanti ogni cosa avevano perduto e di quanti avevano diritto a non perderla, e rendeva il sentimento della oscura, e pur non immemore, popolazione dei campi[225]. E che fremiti, che applausi non dovettero accompagnare taluno dei brani lirici o dei recitativi delle sue comedie! In quanti cuori non dovettero trovare eco le parole, ch’egli metteva in bocca al suo coro di contadini, all’annunzio della pace, che chiudeva l’interminabile guerra del Peloponneso. «O giorno dolce ai giusti ed agli agricoltori! Io ti ho sospirato, ed ora corro a rivedere le vigne ed i fichi, che piantai nella mia giovinezza. Io anelo di risalutarli dopo sì lunga assenza!»[226]. Ah, quei fichi, quegli olivi, quelle vigne, quell’agiatezza sicura e tranquilla, quella pace serena, mista di azzurro, di verde, di profumi, di viole, in cui il vaporare delle zolle si mesce all’ardore acre delle pareti di una casetta rustica e del frutto dei campi e delle greggi![227]. «Oh, soggiornare in campagna, coltivando l’attiguo bocconcino di terra, lungi dalla febbre dell’agorà! Possedere un paio di buoi, poscia ascoltare il belare del gregge e il gocciare del mosto nel tinello; regalarsi per companatico qualche tordo o magari qualche fringuello, nè essere costretti ad attendere al mercato il pesce stantio di tre giorni, che il rigattiere pesa con false bilancie: questa è la Pace»[228].
«O Pace, o Veneranda donatrice delle uve, con quali parole vorrò io salutarti?... Salve, o Ricchezza dei campi, salve o Amica dell’arte! Come sei bella! Qual alito soave non viene dal tuo cuore, alito dolcissimo, come di requie e di profumi!... Tu olezzi di frutta, di conviti, di Dionisiache, di tibie, di tragedie e di carmi di Sofocle.... Tu olezzi di edera, di mosto, di belanti pecore, di seni di donne, che corrono alla campagna». «Al tuo apparire le città riconciliate conversano e sorridono, ancorchè affrante di dolori e di ferite». «Com’è glorioso un martello da lavoro ben saldo! Come brillano al sole le vanghe!... Tu, o Pace, eri pei contadini il fresco grano e la buona salute; perciò oggi, al rivederti, le vigne e i piccoli fischi e le piante tutte esulteranno»[229].
Ma non saranno le parole di Aristofane a convertire gli spiriti dei suoi concittadini. Questo felice successo toccherà solo alla reazione che verrà dalla continua, assillante, infinita pena della guerra. Ancora settant’anni, e Demostene non troverà nella sua patria che vuoto od inerzia, e scambierà l’una e l’altra col tradimento. Ogni sforzo, ogni sacrificio è divenuto insopportabile. Oh, la pace! La pace! La tranquillità agiata e laboriosa, per cui non ci saranno più nè esili, nè esecuzioni, nè confische, nè spartizioni di suolo e di ricchezze![230].