L’Occidente greco non è da più dell’Oriente.

Delle città della costa orientale della Sicilia, quelle che un dì sorgevano fra Catania e Siracusa perirono. Nasso e Megara Iblea non sono più[452]. Leontini col suo ubertoso territorio è una ruina; fin la grande Siracusa è in massima parte deserta e ha dovuto essere rinsanguata da una colonia romana[453]. La costa meridionale, da Pachino al Lilibeo, è coperta di ruine. Non più Camarina, non Gela, non Selinunte[454] fermano lo sguardo e l’ammirazione dei visitatori. A settentrione Erice giace disabitata[455]; Imera e Terma sono disparse; nell’interno le antiche cittadine sono divenute ricoveri selvaggi di pastori; Eubea e Callipoli sono spente[456].

Al pari della Sicilia greca, la Grecia italica è una memoria storica. Cuma è quasi per intero distrutta[457]; in Campania, in Apulia, in Lucania, nel Bruzio, tutto è caduto in mano di barbari[458]. Petelia e Turii sono sannitiche[459]. Temesa, bruzzia[460]; Ipponio romana[461]; Caulonia, Sibari e Metaponto sono disparse[462]. Ma che dire delle stesse Reggio, Taranto e Neapoli, le sole che siano riuscite a salvare in parte la loro grecità? L’una è vuota di abitanti[463]; le altre non serbano dell’antica grandezza che la muta malinconia dei segni esteriori[464].

Così ci racconta, con voce talora rotta dalla commozione, il maggior geografo dell’età augustea. Ma egli non è il solo. È tutta una folla di voci di uomini che videro, e che udirono, che si leva e muove alla nostra volta a discorrerci della morte della Grecia. È Polibio, che, un secolo e mezzo circa innanzi l’età di Augusto, scrive che in Beozia non si vive più, non si amministrano più nè le città nè la giustizia; ma gli uomini gavazzano follemente, a guisa di morituri consapevoli, bramosi di vuotare nervosamente in fretta tutto il calice della vita che fugge[465]. È Cicerone che, quarantacinque anni prima di Cristo, navigando alla volta della Grecia disparsa, medita sulla caducità delle umane sorti: «Colà un tempo si levarono città floridissime; oggi tutte giacciono dinanzi ai nostri occhi, abbattute e distrutte[466]». Sono gli scrittori del primo secolo dell’Impero a farci sapere che le isole dell’Egeo, un tempo superbe di marmi, di verde, di profumi, sono ora rupi solitarie, malinconici asili di relegati politici[467]. Sono i primi apostoli del Cristianesimo a informarci, senza volerlo, che la loro religione, la quale insegna che un giorno i felici di questo mondo saranno umiliati, e gl’infelici, esaltati, in nessun luogo, come nelle contrade dell’Ellade antica, ha trovato sì fitta e bramosa schiera di fedeli[468]. È Pausania, che vive nella prima metà del II secolo a. C., a ripeterci che la grande Tebe non è più che un deserto e solo la Cadmea è abitata, e ha usurpato il nome di quella che fu un dì la metropoli della Beozia[469]; che la Focide non ha che una sola cittadina, Elatea[470]. È, più tardi ancora, Dione Crisostomo, l’ultimo oratore dell’ellenismo, a discorrerci ripetutamente, con voce accorata, della Tessaglia deserta, dell’Arcadia spopolata[471], di Taranto, Metaponto, Crotone, mute, solenni solitudini[472]; a descriverci con arte squisita la spopolata e deserta Eubea del suo tempo, di cui nessuno coltiva i campi, ove non più la pastorizia scaccia l’agricoltura, ma gli erranti pastori si convertono in nomadi e feroci cacciatori; l’Eubea, l’isola dalle città morte, ove le messi maturano entro la cerchia delle mura gloriose; ove le statue degli Dei e degli eroi giacciono seppellite fra le alte erbe, e branchi di bestiami pascenti profanano i vetusti edifizi cittadini[473]. La Grecia fu un giorno; oggi «solo le pietre e le ruine dei monumenti stanno a significare, a quelli che sopravvissero, lo splendore e la grandezza perduta»[474].

La decadenza morale.

Quali le condizioni morali?

Il divino spirito politico della Grecia classica è scomparso. L’uomo divorzia dal cittadino; l’individuo, dalla sua città e dallo Stato; la ricerca degli isolati vantaggi personali prevale assolutamente sulla cura pubblica. Ad Argo, dove le milizie della Lega achea erano penetrate per liberarla dalla schiavitù, dal sommo delle case i cittadini, spettatori indifferenti di una lotta che pure involgeva i loro più sacri interessi, applaudivano o zittivano i combattenti, quasi, esclama un antico[475], assistessero, in qualità di arbitri e di distributori di premi, allo svolgersi dei ludi Nemei!

Il centro del mondo non è più la nazione, la città, ma il proprio individuo[476]. Rovesciando ogni disposizione del più glorioso passato, l’individualismo più gretto, più miope, più interessato, si disfrena in tutti i campi della vita civile, e il mondo ellenico si popola di quel tipo d’uomo, «l’uomo del Guicciardini», di cui morrà la luminosa Italia del Rinascimento, di cui moriva ora la Grecia, e i cui spiriti fermentano tuttavia così maligni nelle nostre vene di caduchi mortali del secolo XX.

Quest’uomo carico di storia, di esperienza, di dolori, di disillusioni, non ha più fedi, non più sentimenti eroici, non più grandi passioni, anzi, considera gli uni e le altre, come aberrazioni di sciocchi, di volgari, di folli. Per lui, vivere è solo «voltare tutte le cose divine ed umane, spirituali e temporali, animate e inanimate, a beneficio proprio....»[477]. Per lui conoscere il diretto cammino non significa scomodarsi e muoversi per imboccarlo. A suo avviso, si può pensare come si vuole, ma la scienza della vita insegna che bisogna operare solo come torna utile. Nessuno sforzo, dunque, è da tentare pel bene comune, dacchè il risultato non giova immediatamente a chi l’ha iniziato, ed è quindi preferibile condursi in modo da rendersi accetti ai potenti del giorno che passa. Egualmente, agire secondo una nobile passione è da matti; regola della vita, invece, l’intrigo, l’astuzia, la simulazione a scopo personale. Così in questo giro d’anni, matura in Grecia il tipo vile, falso, miserando del graeculus, tramandatoci da Cicerone[478], da Virgilio[479], da Luciano[480]. Già in sullo scorcio del V secolo, l’occhio linceo di Tucidide aveva come squarciato il velame dell’avvenire e il suo stilo, duro, implacabile, aveva scolpito nell’opera sempiterna, quello che un giorno sarà il fosco quadro della decadenza morale della Grecia: «Venne mutata arbitrariamente l’usata significazione dei vocaboli.... La temerità fu definita valorosa abnegazione verso i propri amici politici; la preveggenza, manifesta pusillanimità; la moderazione, sotterfugio di dappocaggine; la prudenza, codardia. La violenza fu scambiata per virilità e la cautela e la ponderazione sembrarono capziosi pretesti per mutar consiglio. Coloro che si adiravano furon tenuti quali persone degne di fede; i loro contraddittori, quali uomini sospettabili. Chi era fortunato nell’insidiare altrui, passava per uomo prudente; prudentissimo chi riesciva a prevenire le insidie degli altri. Chi cercava di tenersi lontano da siffatti espedienti, era violatore dell’amicizia e pauroso degli avversari. Si lodò, insomma, chi preveniva altrui nell’ingiuria e chi vi trascinava coloro che giammai altrimenti vi sarebbero ricorsi. Ai legami del sangue furono preposti quelli dell’omertà, perchè i complici erano maggiormente disposti ad osare checchessia. Ed invero, non si contraevano alleanze per conseguire i vantaggi consentiti dalla legge, ma per consumare la violazione delle medesime. Ciò che poi le cementava e rendeva sacre non era il vincolo della religione, ma quello della complicità. Se taluno proponeva qualcosa di buono, gli avversari vi assentivano, non per ispirito di generosità, ma per potere in tal guisa esserne meglio garantiti. Ciascuno preferiva poter vendicarsi delle offese, che evitare di esserne colpiti. Se taluni si riconciliavano, il giuramento teneva solo fino al giorno in cui uno dei due riescisse a soverchiare l’altro. Chè, se alla prima evenienza sorprendeva l’avversario distratto, s’affrettava a cogliere, dietro l’usbergo dell’amicizia, una vendetta tanto più allegra quanto più fitta era l’ombra che velava l’aggressione. Era il metodo più sicuro e, inoltre, poichè si vinceva con la frode, quello che maggiori titoli recava al premio dell’accortezza.....».

«Lo scrupolo e la religione vennero banditi dai rapporti sociali e in loro vece sottentrarono i volgari lenocinî del primo leguleio che dava lustra di onestà ai propri invidiati misfatti.... La schiettezza, compagna indissolubile della nobiltà dell’animo, perì soffocata, tra il cachinno universale. Nè a rappacificare gli animi valse autorità di parola, o religione di giuramento. Gli individui dubbiosi, di tutto e di tutti, erano più disposti a ricercare come difendersi dai possibili pericoli, che a fidare in alcuno. E si videro i dappoco cogliere molte volte il frutto della vittoria, perchè, senza fiducia nelle proprie risorse e timorosi dell’oculatezza della parola, dell’ingegno altrui, dando per primi mano alle insidie, audacemente correvano verso ogni scelleraggine. Gli altri, invece, fidando di essere in tempo a prevenirne le trame, sicuri che non occorreva agire malamente, là dove bastava far uso di abilità, inermi, perivano, facili vittime degli avversari....»[481].