Il quadro è perfetto e completo; Polibio e Cicerone non avranno che ad aggiungervi solo qualche tocco. «Prestate», dirà il primo dei Greci del tempo suo, «un talento»; fate fare dieci copie; apponete altrettanti sigilli; invocate il doppio di testimoni; voi non riavrete egualmente il vostro denaro....»[482]. E Cicerone: I Greci non hanno mai fatto alcun conto della correttezza e della buona fede.... Non è proverbio tutto loro: «Testimonia in mio favore, chè non mancherò di ricambiartene....»? «Essi considerano il giuramento come una celia; la testimonianza, un puro gioco; la vostra stima, men che nulla; essi cercano e trovano lode, credito, approvazione solo nella menzogna impudente....». Essi non si sono mai fatti scrupolo di falsificare alla leggera documenti privati e pubblici....[483]. La grande Grecia è finita per sempre; sopravvive il greco rigattiere volgare, falso ed astuto, vanesio e pusillanime, pieghevole come servo, umile come parassita, pericoloso come aspide, che Roma disprezzerà e subirà insieme.
Dalla povertà dello Stato e dei privati, dal decadere del livello morale, dalla svogliata partecipazione ai pubblici negozi ed al loro controllo[484], aveva, d’altra parte, origine quella trista incapacità della vita pubblica, i cui effetti dovevano rivelarsi così disastrosi nei secoli che furono contemporanei agli ultimi secoli della Repubblica e ai primi dell’Impero romano.
Già fin dallo scorcio del quarto secolo a. C. era salita in voga quella spensierata e ignominiosa consuetudine di profondere le pubbliche entrate e il pubblico decoro in onorificenze agli inetti, agli indegni[485], ai dominatori, che con deplorevole eufemismo venivano chiamati Salvatori. A Demetrio Falereo, nella sola Atene, furono erette trecentosessanta statue a piedi, a cavallo o sul carro[486]; le testimonianze di riconoscenza agli imperatori romani furono abbassate al livello della più umiliante adulazione[487], e lo stesso Nerone, prima del suo decreto di affrancamento dell’Ellade, fu colmato di onori inauditi: ambascerie universali, concorsi musici, serti di vittoria, sospensione di giuochi pubblici, perfino di quelli, giammai — anche a motivo di guerra — rimandati, suppliche per debutti, cerimonie pagate dagli Elleni in moneta sonante di danaro e di dignità[488].
Già fin dal tempo di Demostene, nella libera Atene, la corruzione nell’amministrazione delle finanze era tale, che, mentre nelle casse mancava il danaro occorrente a far marciare l’esercito per un sol giorno, singoli individui speculavano sui dolori della nazione, e i generali, smarrito ogni senso di responsabilità, scialacquavano fra orge insane, il danaro destinato alla difesa della Patria[489]. Di peggio avvenne più tardi. I magistrati credettero di amministrare con sapienza, dispensando fra i poveri il denaro pubblico[490]. Il diritto di cittadinanza, gli uffici pubblici, i sacerdozi, le onorificenze, cominciarono a vendersi per prezzo[491]. Tutte le città ne facevano un vero e proprio traffico fraudolento. Le magistrature si conferivano, non già a seconda del merito, ma in proporzione dell’altezza dei redditi e della munificenza dei candidati[492]. Ciò non ostante, gli erarî pubblici erano tormentati da continue strettezze[493], chè le sole spese per monumenti onorarî verso i governatori, gl’imperatori, i senatori romani, o per le così dette ambascerie di fedeltà, erano divenute il cancro roditore delle pubbliche finanze. Bisanzio era, come da spesa ordinaria, gravata da più di 3.000 lire annue per una periodica deputazione augurale agl’imperatori; da più di 800, per un’altra al governatore della Misia, e a tali ignobili scopi nessuna delle province dell’impero stanziava somme sì cospicue, come la più misera di tutte, la Grecia[494].
Per tal guisa, se il regime della tutela uccideva la Grecia, il mantenimento o la ripresa dell’antica autonomia comunale si convertiva da un giorno all’altro in un novello motivo di rovina. Così, allorquando, nel 196, Tito Quinzio Flaminio dichiarò i Greci nuovamente liberi, l’esperimento d’improvvisa libertà, si rivelò tosto perniciosissimo. E quando Nerone, due secoli dopo, sciolse gli Elleni dall’ordinamento provinciale romano, scoppiarono in Grecia tali disordini, da costringere, di lì a poco, Vespasiano, non solo a restaurare l’antico regime, ma a ridurre a provincia anche parecchi territori i quali avevano continuato a serbare una lustra di indipendenza[495]. I Greci, opinava il saggio imperatore, avevano irrimediabilmente disimparato a vivere da liberi!
La decadenza intellettuale.
Con l’onestà dei rapporti sociali, con la capacità a gerire la pubblica amministrazione, decadeva, e si riduceva progressivamente, il valore e la profondità della cultura sociale.
Perchè l’arte fiorisca possente e rigogliosa, è necessario che, insieme con l’anima dell’artista, vibri l’anima del suo popolo; che l’artista non sia un mero virtuoso, ma l’interpetre di grandi sentimenti. Fa d’uopo che l’arte, in luogo di soffocare in angusti cenacoli, in accademie sterili e silenziose, viva all’aperto, tragga alimento da tutte le correnti della vita; che gli artisti, infine, siano in grado di rinnovare ogni giorno le proprie ispirazioni al gran fonte battesimale della vita.
Tutte queste possibilità erano disparse nella Grecia dei secc. III-I a. C., come spariranno nell’Italia dei secc. XVI-XVIII, sì che la meravigliosa letteratura greca dell’età classica diventa oramai un ricordo, doloroso e vano, del passato. Inoltre l’arte, che noi ricordiamo col nome di ellenica, aveva avuto delle sue esigenze speciali. La grande arte dei secc. VIII-V a. C. rivestiva un carattere pubblico; supponeva, quindi, un regime felice, prosperità nell’erario, serenità nella cittadinanza, agio di amare e gustare il bello, per desiderarlo, per rappresentarlo, per considerarne la celebrazione quale pubblico debito d’onore[496]. Tale era stata l’arte greca, che s’era incarnata nelle divine rapsodie epiche, nei carmi corali, nella lirica pugnace di Tirteo e di Solone, zampillante dal seno stesso della vita; tale la grande arte drammatica di Eschilo e di Euripide, che aveva rispecchiato, e maravigliosamente idealizzato, l’infinita varietà dei tipi e delle forme spirituali umane. Tali erano state l’antica architettura e la scultura, incapaci di svolgersi isolatamente, senza gli aiuti che le derivavano dalla Città, senza una mano superiore che le guidasse dall’alto a unità di scopo[497]. Tale la storiografia: non ricerca erudita, pretenziosa o sofistica, di particolari morti, ma vivente lezione civile ai futuri; tale la filosofia, che attingeva dalla vita i suoi problemi e per la vita li discuteva, tentava risolverli; tale, persino, l’eloquenza, portato, non sapremmo decidere, se più dell’eccellenza dell’oratore che la diceva o dell’immensa, agitata, vibrante moltitudine, che l’ascoltava, e ch’era anche il suo critico, il suo censore, il suo ammiratore, il tempratore del suo gusto e della sua parola[498].
Ora tanta fiorita intellettuale è, ogni giorno un poco, spezzata dalla bufera incessante delle sventure. Man mano che si vuotava di uomini, di forze, di virtù civili, la Grecia si vuotava di poeti, di artisti, di oratori. Al disparire della serenità, della nobiltà, della profondità degli spiriti, l’arte, la filosofia, la scienza si ritraggono nel silenzio dei gabinetti dei loro pallidi coltivatori. La drammatica e la plastica perdono il maggiore dei campi di rappresentazione: la vita pubblica; i lirici non cantano, od i loro versetti servono solo ad infiorare le antologie; la storia smarrisce l’antica funzione, nazionale e sociale; l’oratoria precipita a retorica; fioritura maligna e devastatrice, invade la casistica, e le masse popolari, tornate grossolane e ignoranti, si avviano per quella china, che le condurrà all’ardore dei circhi od al bizantinismo.