«L’ignoranza e la colpa», aveva scritto l’autore de La repubblica ateniese, «sono figlie primogenite della povertà»[499], e l’Alessandro o Lo spacciatore di prodigi di Luciano esibisce, in quadro efficacissimo, il progrediente dilagare della superstizione. La cristallina chiarità della vita e della coltura ellenica si macola e adombra dei culti più triviali, dei pregiudizi orientali più sciocchi. La fede nella magia e nel miracolo invade gli spiriti e regola gli atti più insignificanti della vita. Tutto imputridisce, anche l’incorruttibile, e, mentre il silenzio della storia protende la sua ombra a velarne pudibondo la scena, Dione Crisostomo recita sul baratro di tanta ruina l’epicedio dalla nazione disfatta[500]: «Un tempo molti primeggiarono in Grecia: voi, o Rodii, gli Ateniesi, quei di Sparta, quei di Tebe, per breve ora i Corinzi, in età più remota gli Argivi. Adesso tanta gloria è disparsa. Gli uni sono periti interamente; gli altri si governano..., disonorando la gloria conseguita, e ritenendosi felici di non trovare ostacoli nel delinquere». «Solo voi, o Rodii, restate, e solo per voi è possibile pensare che non tutto ciò che fu greco è morto o divenuto del tutto degno di dileggio. Quanto agli altri, si può dire in verità che il nome di Greci è ormai più disprezzabile di quello di Frigi o di Traci.... Tutta la loro gloria perì, e tutte le cose loro sono corrotte vergognosamente, miserabilmente. A guardare l’opera degli uomini di oggi, nessuno potrebbe argomentare lo splendore del tempo che fu. Le pietre e le ruine dichiarano meglio la grandezza e l’antica gloria. Quelli che ora abitano in Grecia, e in essa si governano, non si direbbero neanche discendenti di avi Misii. Meno lugubre è la sorte delle città distrutte al paragone delle altre. Di quelle resta integra la memoria..... e la fama delle belle imprese d’un tempo non è stata macchiata. Meglio bruciare i cadaveri che lasciarli imputridire!...».
Note al capitolo quarto.
[433]. Circa la cronologia dell’opera di Strabone, cfr. E. Pais, Straboniana, in Riv. di filologia e d’istruz. classica (1887), XV, pp. 216 sgg. D’altro canto, la presenza del geografo greco in parecchie delle regioni elleniche sopra descritte (cfr. Strab., 2, 5, 11) non è negata neanche dai più scettici critici moderni; cfr. Pais, op. cit., pp. 116, 117, 163, e M. Dubois, La géographie de Strabon, Paris, Imprimerie nationale, 1891, pp. 71 sgg.
[434]. Strab., 7, 7, 3; 9.
[435]. Id., 12, 8, 8-9.
[436]. Id., 9, 4, 17; cfr. Paus., 10, 8, 2.
[437]. Id., 7, 7, 6, 10, 2, 3; 23.
[438]. Id., 9, 3, 4; 8.
[439]. Id., 9, 2, 5.
[440]. Id., 9, 1, 15.