L’oscurità grande, che incombe sulle sorti future del Museo Claudio, non ci dà agio di determinare fino a qual segno le speranze del principe e dei suoi consiglieri siano state esaudite. Certo si è che un’indicazione, posteriore di ben due secoli, non solo ce lo mostra ancora in vita, ma già trasformato in sede di studio, in laboratorio letterario e filosofico, con apposita biblioteca, nel quale cioè i suoi dotti pensionati si occupavano di quegli studi misti di grammatica, di retorica e di filosofia, tanto in voga in quel tempo[78].

Se non a tutti, il Museo Claudio rispondeva dunque al fondamentale tra gli scopi dei Musei ellenici[79]. E appunto per questo non è piccolo il valore della sua fondazione, nuovo segno delle cure della politica imperiale verso l’istruzione pubblica nelle provincie.

X.

Ma per una di quelle apparenti anomalie, di cui anche l’impero romano dà esempio, assai più grande fu, sulla istruzione, sulla coltura, sulla educazione pubblica, l’influenza del governo del più matto e del più feroce tra gli imperatori, Nerone. Come sempre, nelle grandi monarchie assolute, così ora, ognuna delle molle della vita della nuova aristocrazia imperiale, sparsa per l’Italia e per le provincie, è retta dalle influenze della Corte e del principe. La Corte reagiva sui costumi e su tutto il tenore della vita sociale. Le idee, i gusti, le manie personali dell’imperatore, dei membri della sua famiglia, dei suoi favoriti divenivano per essa regola e legge. Essa si plasmava a immagine e somiglianza del principe,[80] e la propria sembianza mutava, senza esitazione e senza riserbo, a seconda delle mutazioni che in alto avvenivano. «Noi ci pieghiamo — scriverà Plinio nel suo Panegirico a Traiano — per qualunque verso il principe voglia; noi siamo in una parola i suoi imitatori. Noi vogliamo riuscirgli graditi; noi ne desideriamo l’approvazione, che si spererebbe invano, se se ne fosse diversi. E siamo giunti a tale continua e rispettosa imitazione, che quasi tutti viviamo secondo i costumi di un solo». «La vita del principe è una vera censura, una censura perpetua, che è la nostra regola e la nostra mèta»[81].

La severità dei costumi della aristocrazia italica e provinciale, dopo Vespasiano, è quindi un riflesso del nuovo regime della Corte imperiale.[82] Il buon mercato a Roma va e torna coll’andare e col tornare delle abitudini parsimoniose degli imperatori.[83] Come il Nazareno moltiplica i pani, così Marco Aurelio moltiplica i saggi e i filosofi.[84] I cibi favoriti dell’imperatore popolano le tavole dei ricchi, il sistema dei suoi medicinali invade e dispare con la sua vita, con le sue abitudini, col mutare anzi delle sue abitudini. I principi amanti della musica fanno i musicisti; i principi amanti delle lettere, i letterati; i principi amanti dell’agonistica, i ginnasti.

È chiaro perciò quale profonda influenza sulla coltura nazionale doveva esercitare un monarca come Nerone, che volle apparire, quale realmente non era, un intellettuale, e tanto amò di essere imitato.

Già fin da Augusto era penetrata nella sezione occidentale dell’impero la consuetudine, perfettamente greca, dei concorsi poetici, e noi, sotto quel primo imperatore, come sotto Claudio, ne troviamo istituiti, e celebrati, in Roma ed a Napoli.[85] Caligola — vedemmo — aggiunse, alle gare poetiche, dei concorsi di eloquenza. Nerone, conforme al carattere ellenizzante della parte più intellettuale della sua politica, non poteva dimenticare, nè dimenticò, questi ultimi, e uno dei punti del programma delle solenni Neronee, da lui istituite nel 60 di C., furono le gare oratorie, a cui egli non mancò di partecipare in persona.[86] Ma nè fu quella soltanto la pubblica esibizione, che, della propria valentia, Nerone fece in concorsi del genere,[87] nè altre solennità, celebrate sotto il suo regno, dovettero mancare di questa specie di concorsi tanto rispondenti alle personali velleità dell’imperatore[88].

Il fatto era stato straordinario, ma non meno inevitabile fu il contagio dell’esempio. A tali gare partecipò buona parte degli aristocratici del tempo[89]. Tutta l’attività, che i contemporanei della repubblica avevano svolta nel foro e nei comizi, fu adesso impiegata nello sforzo (ahi quanto spesso vano!) di conseguire la perfezione nell’arte oratoria, e torrenti di eloquenza sgorgarono dalle mille penne e dalle mille bocche degli aristocratici del tempo. E a Roma affluì nuova ingente copia di maestri e di dottori di retorica, e le scuole moltiplicarono, e l’incanto, che faceva ancora giudicare tale professione tra le più umili, fu rotto, e molti di bassa fortuna salirono al vertice della piramide sociale, e l’unico maestro senatore di Tiberio vide moltiplicare i suoi colleghi sugli scanni del primo consesso del mondo[90].

In maniera analoga, il fatto che Nerone aveva avuto una speciale istruzione filosofica, che anzi l’aveva ricevuta da due stoici, il fatto di un imperatore, che, dopo i pasti, si dilettava di assistere a dispute filosofiche, più o meno sincere e calorose,[91] dette un considerevole impulso alla cultura filosofica dell’aristocrazia romana, e, insieme con gli oratori e coi retori, moltiplicarono i precettori di filosofia, le scuole e l’amore della saggezza.

La grande copia di nomi di stoici, venuti in fama, a Roma, nell’età di Nerone, e l’abbondanza e la precisione delle notizie ad essi relative, che appaiono meravigliose al paragone degli anni precedenti, non sono indice insignificante. Nelle case degli aristocratici si accolgono circoli di filosofi, che divengono guide spirituali dei componenti quella classe. Rubellio Plauto, già presso a morire, ascolta i consigli di Cerano e di Musonio Rufo: Trasea Peto, in identiche condizioni, conversa col cinico Demetrio; Barea Sorano ha maestro l’infido Egnazio Celere[92].